Nell’ambito dell’ampia retrospettiva dedicatagli dalla Cineteca, Silvano Agosti ha interpretato con lucidità e consapevolezza la scelta di abbinare la visione dei lungometraggi a quella di lavori dai formati meno tradizionali. Ha così potuto operare all’interno della sua opera per sottolineare la tenacia con la quale, nell’arco di oltre cinquant’anni di attività, ha affrontato alcuni temi in modo ricorrente, sistematico, appassionato.

 

L’universo della malattia mentale è sicuramente tra quelli che più gli sta a cuore, anche per via della strettissima amicizia con Franco Basaglia, il rivoluzionario psichiatra che promosse un nuovo approccio alla materia e, contestualmente, l’abolizione dei manicomi a favore di forme alternative di degenza. Accanto al celebre e fluviale Matti da slegare, realizzato assieme a Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli nel 1975, Agosti ha esplicitamente dedicato a Basaglia il documentario mediometraggio Il volo (sempre del ‘75) e il lungo La seconda ombra (2000), proposti per l’occasione insieme per offrire la prospettiva più compiuta possibile sulla questione da parte dell’autore.

Separati da venticinque anni, Il volo appare quasi un preambolo e uno studio de La seconda ombra, benché racconti un evento successivo a quello rimesso in scena dal più tardo film. Il titolo si riferisce al breve viaggio in aereo nel cielo di Trieste che l’equipe di Basaglia riuscì a concedere ai malati, grazie alla collaborazione dell’Itavia. Un attimo di meraviglia, una delle azioni radicali che permise ai ricoverati di uscire dal manicomio e dimostrare di potersi muovere fuori dal lager sanitario, in un altrove sconosciuto perfino alla maggioranza dei cosiddetti sani. Lo sguardo di Agosti non sale a bordo, preferisce osservare ciò che accade prima del momento magico, incede nel cortile in cui il pilota sta spiegando cosa accade lassù e indugia sui volti segnati da decenni di crudeltà.

La stessa capacità di individuare in una faccia il senso di un’intera era, quella della spietata reclusione negli ospedali psichiatrici, si ritrova ne La seconda ombra, titolo meno immediato del precedente (“quando medici e infermieri con la scusa di curarmi, mi torturavano, io mi rifugiavo nella mia seconda ombra, e non sentivo più niente”) che rimpiazza quello preparatorio, Il muro. Come ne Il volo, anche qui è capitale il dovere dell’apertura e la tensione è verso un altrove in cui tornare con esuberante necessità: qui è il mondo oltre la barriera del manicomio, da abbattere non solo simbolicamente ma anche materialmente, grazie al finale e determinante intervento di una ruspa, inconsueto emblema di libertà (almeno oggi).

Siamo alle origini dell’antipsichiatria, all’inizio degli anni sessanta, quando, appena nominato direttore dell’istituto di Gorizia, Basaglia, dopo aver visitato la struttura sotto le mentite spoglie di un pover’uomo, inizia ad applicare la sua riforma, rivendicando per i malati la medesima dignità riconosciuta ai sani (ma, d’altronde, già Seneca si chiedeva “chi dunque guarirà coloro che si ritengono sani?”). Giocando in piena coscienza tra realtà e finzione, Agosti affida a Remo Girone il compito di far rivivere il medico e lo circonda degli ex degenti dei manicomi di Trieste e Gorizia, impegnati in toccanti autorappresentazioni (la vecchia che mangia sotto il tavolo, la partoriente, l’uomo crocifisso) Giustamente refrattario all’incasellamento, più che un annuncio di docufiction, è più semplicemente l’unico modo tollerabile per l’autore di far rivivere uno snodo fondamentale del secolo scorso, un omaggio slegato dal cinema ufficiale, affettuoso e militante.

Lorenzo Ciofani