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“L’uomo fedele”, un compendio di cinema e cultura

Ne L’uomo fedele Garrel è meno accorato che nel suo primo film, quanto piuttosto rilassato, divertito e compiaciuto. Già nella prototipicità dei nomi, con infiniti rimandi semiotici, denuncia la sua intenzione di mettere in scena con levità un compendio sia di cinema che di cultura francese in senso largo, mischiando commedia con dramma e aggiungendo anche qualche tocco thriller, nei dubbi che Joseph suscita in Abel sulla reale natura di sua madre. Naturalmente, si tratta di thriller in salsa d’oltralpe, e dunque una tisana sospetta suscita più la curiosità interlocutoria di Grazie per la cioccolata di Claude Chabrol che l’inquietudine sgomenta de Il sospetto di Alfred Hitchcock.

“Les confins du monde” a Rendez-Vous 2019

Se la letteratura e il cinema aprono come degli spiragli, varchi su storie o spaccati d’esistente non conosciuti, mai esplorati nelle loro verità e contraddizioni, e quindi per lo più lasciate ai margini della Storia, obnubilate dai suoi fantasmi, Les confins du monde incarna proprio questo genere di apertura. Il conflitto di cui Guillaume Nicloux parla è interiore ancora prima che bellico e la guerra in Indocina sembra essere un pretesto, come se la natura, la giungla e vegetazione infide in cui si muovono i soldati ne offuscasse l’orizzonte, smaterializzando anche lo stesso nemico di Tassen, Vo Binh: a vedersi sono soltanto gli esiti delle sue azioni – corpi mozzati, decapitati, vischiosi sulla terra arida, racconti disgustosi sui trattamenti riservati alle vittime – restando la sua una presenza incorporea, quasi mitica.

“Le invisibili” a Rendez-vous 2019

Il cinema europeo è ricco di voci valide e importanti che puntano il dito sul progressivo declino della società della giustizia e dell’uguaglianza, spesso senza l’eco che la causa meriterebbe. Ken Loach, Mike Leigh e i fratelli Dardenne sono fra i nomi più legittimamente celebrati di questo cinema, ed il giovane regista francese Louis-Julien Petit mostra senza falsi pudori nel suo Le invisibili di avere fatto propria la lezione stilistica e tematica di questi maestri. Ma anche di voler fare qualcosa che sappia discostarsi dal loro fondamentale selciato. Meno arrabbiato e pessimista dei registi menzionati, sceglie toni da commedia per raccontare in Le invisibili le vite emarginate di un gruppo di donne senza fissa dimora nella Parigi odierna. 

“Un amour impossible” a Rendez-vous 2019

È nella rappresentazione dei personaggi femminili, e nel rapporto che instaurano, che è insita la forza delle opere di Catherine Corsini. Donne al contempo potenti e fragili, complesse. Chantal, interpretata nella fase adulta dall’androgina Jehnny Beth, ricorda la Anna Barton di “Il Danno”, ancora firmato Malle. Entrambe irrimediabilmente compromesse dal nucleo familiare, sono eroine alla ricerca del riscatto. Pur nel rancore, nell’impeto distruttivo, riescono a redimersi da una condizione di abiezione sociale alla quale sembrano essere condannate. Con tocco delicato, la regista decostruisce alcuni concetti cardine dell’attuale discorso intorno alla famiglia tradizionale. Possono una madre e una figlia, in assenza di un padre, definirsi famiglia? Evidentemente sì, laddove lo scotto da pagare per conformarsi ai precetti sociali di aggregazione familiare è la perdita della propria identità.

Cecilia Mangini e il Vietnam

Durante il festival Visioni Italiane è stato presentato il documentario Le Vietnam sera libre (2018) di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli, un’occasione unica per vedere il reportage realizzato dalla Mangini in Vietnam nel 1964-65. Queste fotografie, spiega Cecilia, sono state dimenticate, nascoste quasi consciamente perché i dolori si rimuovono, l’amarezza di un’occasione perduta, rinunciare a un film sul Vietnam a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti americani che costringe lei e il compagno, di strada e di vita, Lino Del Fra ad abbandonare il progetto dopo il ritorno in Italia. Le Vietnam sera libre era il titolo del soggetto, scritto anche in francese perché l’intenzione era quella di mostrare il documentario ad Hanoi; questa è una costruzione a posteriori, scaturita dal rinvenimento di due scatole di negativi e provini che non erano stati utilizzati e con gli anni dimenticati, fotografie che testimoniano l’attività della Mangini

“Noi” e le domande che vale la pena di porsi

Il film girato come fosse un home movie, piazzando la telecamera come terzo incomodo in qualunque occasione di ritrovo della famiglia Valabrega, riprende con naturalezza e verità momenti intimi, ricordi, confessioni, liti, viaggi, maratone. L’occhio della telecamera coincide con quello di una dei protagonisti della storia, Benedetta Valabrega (la regista), la più giovane di tre sorelle, discendenti di una famiglia di ebrei deportati ad Auschwitz. I suoi bisnonni, Leone e Anita Valabrega, nel settembre del ‘43, all’indomani dell’Armistizio, imposero ai figli di andar via da Roma per fuggire dai nazisti: in seguito i genitori caddero vittime dell’olocausto, mentre Ugo (22 anni) e Bruno (16 anni) riuscirono a mettersi in salvo, in una fuga a piedi da Roma a Napoli dove incontrarono gli Americani.

Visioni italiane 2019: un bilancio

Nella conferenza stampa di apertura, la promessa era che questa edizione del festival avesse come particolare obiettivo quello di far emergere le varie modalità di espressione che compongono la nostra cinematografia, la maggior parte delle quali non trova una propria collocazione all’interno del mercato. A manifestazione conclusa, possiamo tranquillamente affermare come queste premesse siano state rispettate, consci di avere una visione più lucida e veritiera delle forze operanti nel nostro paese. La varietà dei linguaggi è stata certamente la cifra che ha caratterizzato la sezione principale del festival, dedicata ai corti ed ai mediometraggi di finzione, in cui è stata racchiusa un’eterogenea moltitudine di generi, forme e tematiche. Una varietà che trova la sua adeguata esemplificazione nell’eterogenea gamma dei film premiati dalla giuria principale (composta da Stefano Consiglio, Leonardo Guerra Seràgnoli, Federica Illuminati, Guido Michelotti ed Alice Rohrwacher).

“The Fifth Point of the Compass” e l’appartenenza perduta

Martin Prinoth racconta una storia a lui molto vicina, quella di Markus, suo cugino, nato in Brasile nel 1985, anno in cui crollò la dittatura militare e le frontiere si aprirono ad adozioni internazionali selvagge ed irregolari. Dal 1980 al 1990 circa diciannovemila bambini abbandonarono il Brasile senza quasi lasciare traccia. Tra questi c’erano anche Markus e suo fratello George che furono adottati da una famiglia di Ortisei, paesino di montagna in Val Gardena sulle Dolomiti. La vita dei due bambini trascorse felice grazie alle amorevoli cure della famiglia adottiva, ma non senza difficoltà di integrazione dei due brasiliani in un contesto sociale piuttosto chiuso e arcaico, dominato dalle ideologie autonomiste di partiti come la Stella Alpina, oggi vicini alla Lega Nord.

“Likemeback” e la sofferenza sottile

C’è, nell’opera seconda di Leonardo Guerra Seragnoli dopo Last Summer, l’intento evidente di un racconto morale che vuole farsi anche insight generazionale. E, nonostante qualche schematismo di troppo, Likemeback riesce nei suoi intenti in maniera convincente e sottilmente dolente, con un senso di angoscia che non abbandona neanche dopo ore dalla visione. E ci riesce soprattutto perché rifugge dalla facile rappresentazione dei device elettronici come l’origine di ogni male, e li usa invece come catalizzatori e detonatori di un malessere esistenziale che sarebbe lì in ogni caso, connaturato in qualsiasi essere umano sulla soglia dell’età adulta, senza ancora un posto nel mondo.

“In questo mondo”, fuori dal mondo

Riconnettersi col primordiale, conoscere la bestialità dell’uomo e l’umanità delle bestie. Scendere a patti con la natura, sublime e misteriosa. Amarla tutta e renderla casa. Essere donne e madri del mondo e rispettarlo, lontane dalla vita cittadina, immerse nel silenzio affettato delle montagne con le mandrie e il loro belare come unico compagno sonoro. Tutto questo e molto di più è In questo mondo, l’opera prima di Anna Kauber, evento speciale del Festival Visioni Italiane 2019. Il documentario ci guida nell’atipica e sconosciuta realtà delle donne pastore italiane. Attraverso un viaggio lungo due anni e migliaia di chilometri affrontati, lo sguardo presente/assente di Kauber mostra una vita rurale, in via di estinzione, che non fa sconti, pregna di vita e morte, di sangue, liquidi e materia viva, spesso putrescente ma per questo incredibilmente potente.  

Il ritorno di “Totò che visse due volte”

Nel 1998 esce in sala per la prima volta Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Ventuno anni dopo, grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio de L’immagine Ritrovata con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi e promosso dalla Cineteca di Bologna, il film torna in sala come evento speciale del festival Visioni Italiane. A presentarlo c’era Franco Maresco insieme al direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. La prima volta che Totò che visse due volte venne presentato in sala, come ricorda Maresco, c’era solo Ciprì, così per questa seconda vita del film anche lui ha avuto l’opportunità di introdurlo. Totò che visse due volte è stato l’ultimo film su cui si è abbattuta la censura, vietandone in principio la visione a tutti e poi limitandone la visione ai maggiori di diciotto anni.

Storia mirabolante di “Felix Pedro”

Una storia incredibile, che il cinema non ha ancora saputo esaltare in un grande biopic, e Muran scandaglia con spirito analitico, seguendo lo stesso gusto dell’avventura del suo eroe: convoca studiosi per contestualizzare la figura nella sua epoca, si sposta in Alaska per incontrare chi oggi abita i luoghi segnati dal passaggio di Pedro, costruisce una rete narrativa costituita da inserti grafici e innesti teatrali (dovuti a Giorgio Comaschi, già al centro dello spettacolo Il mistero di Felix Pedro) sulla voce in prima persona di Pedroni. Al cinema chiediamo anche di poter scoprire storie sotterrate dal tempo, salvandole dall’oblio per esaltarne la potenza evocativa: e Felix Pedro riesce a farci appassionare ad un personaggio così mirabolante.

“L’uomo che comprò la Luna” alias Sardigna in su core

L’uomo che comprò la Luna vuole descrivere quel legame intimo e unico che il popolo sardo ha con la propria isola. Una terra che, in qualche modo, forgia l’anima del suo popolo e lo modella. Una terra che, come scriveva Grazia Deledda, “è l’anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e puro e aspro e doloroso in noi”. Come per magia, Paolo Zucca sembra riprendere queste parole e trasformarle nella settima arte. In modo ironico e nostalgico, L’uomo che comprò la Luna ci svela in parte quel mistero che da sempre avvolge la meravigliosa e incompresa terra sarda.

Animazione Cineguf ad Archivio Aperto 2018

Il cinema sperimentale sotto il Fascismo acquisisce così una sua autonomia alimentata dall’idea di dover riscrivere il cinema italiano, creando dal basso le nuove generazioni di registi. I più meritevoli ricevono delle borse di studio per poter frequentare il Centro sperimentale di cinematografia che nasce proprio nel 1935. Nel cinema sperimentale dei Cineguf rientrano tutti i generi, dal documentario alla finzione e ovviamente anche il cinema d’animazione; per sperimentale non si intende lo stile ma l’esperienza della pratica cinematografica attraverso una conoscenza totale delle competenze tecniche. Mettere in primo piano l’acquisizione di una competenza legittima la libertà dei cinegufini nella scelta dei contenuti che non vengono censurati durante le competizioni cinematografiche dei Littoriali.

“Un peuple et son Roi”, la Rivoluzione Francese e la rieducazione alla cittadinanza a France Odéon 2018

Il film non racconta i primi tre anni della Rivoluzione Francese, ma prende il via dalla caduta della Bastiglia e segue Françoise, la lavandaia interpretata dalla Haenel e Basile, il vagabondo senza cognome a cui Gaspard Ulliel ha dato un’immensa voce con lo sguardo e poche parole. I due scoprono insieme per le strade di Parigi, l’euforia della rivoluzione e dell’emancipazione del popolo, che comincia ad auto-istruirsi e a creare nell’Assemblea Nazionale appena costituitasi, un nuovo sistema politico. Le loro discussioni e le rivolte per le strade decidono il loro destino e quello di colui che un tempo era il loro “sacro re” che più volte chiede: “Où est mon peuple?” cercando un popolo, laddove non vi sono più sudditi. La libertà ha quindi una storia: è lo stesso Pierre Schoeller che ricorda il ruolo pedagogico che la Rivoluzione ha avuto per il popolo francese di allora, e che ha, per quello attuale

“A Kid Like Jake” a Gender Bender 2018

l titolo A Kid Like Jake, ovvero “un bambino come Jake”, è un’affermazione che Alex e Greg si sentono ripetere spesso da amici e famigliari. Questa frase, apparentemente innocua, è per i genitori di Jake più tagliente di una lama affilata.  Se tendenzialmente il punto di ritrovo della famiglia è sempre in cucina o a tavola, qui l’ambiente neutrale per tutti, al centro di alcuni punti cardine del film, è il salotto. Mentre la tavola, o il cucinare, sono attimi in cui le crepe famigliari ed emotive si mostrano. La macchina da presa di Silas Howard, anche in questo caso, asseconda il retroscena teatrale dell’opera, che così acquista molta intensità all’interno della sua semplice linearità. Ciò che è sottolineato più volte, nell’arco narrativo, è il fatto che gli adulti debbano etichettare Jake in un qualche modo, valutandolo e “smistandolo” come se fosse un pacco postale. Così Howard sottopone l’intero gruppo di personaggi ad una continua analisi, messa in atto dal suo occhio inquisitorio.

“Comme des garçons” e Vanessa Guide a France Odéon 2018

Emmanuelle Bruno è una giovane segretaria di direzione nella redazione di Le Champenois, quotidiano sportivo della Città di Reims, figlia di un tenerissimo Papa Italien Luca Zingaretti – vecchia gloria calcistica pugliese – ma soprattutto, la pioniera che darà il calcio d’inizio alla fondazione della prima Nazionale di Francia di calcio femminile, che nascerà poi nel 1971. Questa è la storia, autentica, de Les Filles de Reims, pioniere del calcio femminile francese, raccontato nel primo lungometraggio di Julien Hallard in Comme des Garçons, presentato al Festival del Cinema France di Firenze. Anche quest’anno, infatti, torna France Odéon, nella sua X Edizione, rassegna cinematografica toscana, realizzata in collaborazione con l’Istituto di Cultura Francese di Firenze, l’Ambasciata di Francia e L’Italian Film Commission.

“L’animale” a Gender Bender 2018

Sullo sfondo di una vita di provincia fatta di riti (la scuola, il lavoro), piccole frustrazioni quotidiane (la famiglia come gabbia asfissiante che impedisce l’espressione delle proprie aspirazioni individuali), e sogni infranti (la casa in costruzione che non si completa, la figlia che si rifiuta di seguire le orme professionali della madre), Mati, giovane centauro donna, cerca la sua identità, più per negazione che per affermazione del suo sé. Non si sente a suo agio nei panni femminili scelti dalla madre per il giorno del diploma, si rifiuta di portare i capelli sciolti sulle spalle, non condivide il sogno materno di diventare una veterinaria, non vuole un fidanzato. L’animale che c’è in lei non la fa vivere felice mai.

“Somos Tr3s” a Gender Bender 2018

In uno scenario sociale e mediatico in cui continua ad ampliarsi l’orizzonte con discorsi su tipologie di sessualità fino a pochi anni fa inesplorate o sulle mille direzioni che gli orientamenti sessuali possono assumere (anche grazie a tipologie di esperienze sempre più individuali e sempre meno generalizzabili), il discorso sulla trinità sessuale e sul poliamore sembra essersi definitivamente aperto ad una reale possibilità di concretizzazione. Come appunto dimostra il breve Somos Tr3s, soprattutto nel suo finale positivo ed ottimista in cui pare che essere in tre sia ormai solo una questione di scelta personale, e, a parte qualche scarna battuta qui e là sulle presunte difficoltà dello stare insieme in tre e delle sospettabili resistenze sociali, non ci sia poi molto da temere in una relazione tripla, ma anzi possa esserci molto da guadagnare. 

“Tinta Bruta” a Gender Bender 2018

Tinta Bruta è il primo lungometraggio del giovane duo brasiliano Marcio Reolon & Filipe Matzembacher, si era già fatto notare alla 33esima edizione del Festival Lovers di Torino ed al Festival di Berlino 2018, dove si è aggiudicato il Teddy Award come miglior film a tematica LGBT. Si tratta di un romanzo di formazione che accompagna il protagonista dalla solitudine agghiacciante di una socialità esclusivamente virtuale alla condivisione relazionale che è umana e reale. Dall’infelicità come condanna, al rischio delle relazioni come opportunità. Una lezione di vita attuale e necessaria nell’era del social-web. Uno schiacciante silenzio domina la colonna sonora del film, solo a tratti interrotto dalla musica elettronica delle dirette webcam.

“Mapplethorpe” a Gender Bender 2018

Salvador Dalì descrisse Picasso come il “genio demoniaco” e definì se stesso come “genio angelico”, Mapplethorpe non è nessuno dei due ed è entrambi contemporaneamente. La sua tecnica, così dura e cruda, trova nei corpi scultorei di Michelangelo la sua aspirazione e ispirazione. Ciò che Ondi Timoner non nasconde è l’ambizione, in costante crescita, del giovane Mapplethorpe che, da vero fanatico del culto del bello, non è modesto né verso le sue composizioni, né nei confronti della fiducia che i suoi amici riponevano in lui. Il Mapplethorpe, interpretato da un simbiotico Matt Smith (Doctor Who, The Crown), è uomo profondamente antipatico, pericoloso, ma anche capace di covare amore, nel profondo di sé, per poche persone nella sua breve vita.