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“La perla” di Fernández, feroce parabola sulla ricchezza

La perla, tratta da un racconto di John Steinbeck, e da lui co-sceneggiata, è una feroce parabola di Emilio Fernández sul potere divisivo della ricchezza all’interno della struttura sociale. Una parabola in forma di melodramma, e incastonata nella natura immanente creata dal suo inseparabile direttore della fotografia Gabriel Figueroa. La perla del titolo, abbacinante, enorme, fuori dall’ordinario, capace di cambiare per sempre la vita di chi ne entri in possesso, viene un giorno trovata dal pescatore Kino (Pedro Armendáriz, uno degli attori feticcio di Fernández), sino a quel momento in difficoltà come tutti gli altri nel guadagnare qualcosa da portare a casa alla moglie Juana (María Elena Marqués), e in balia della buona sorte di fronte a imprevisti come uno spaventoso morso di scorpione al figlio neonato.

“Maria Candelaria” tra Cuarón e Scorsese

Come Roma di Alfonso Cuarón, anche Maria Candelaria di Emilio Fernández si apre su una superficie d’acqua, nella quale si specchia il cielo messicano. E come in Roma, anche in Maria Candelaria l’acqua è strumento di lavoro -nel primo pulisce e nel secondo trasporta-, e linea di confine, quello che separa la sicurezza dalla minaccia. Un’indigena ingenua e povera si prende amorevolmente cura di una casa e dei bambini che la abitano in Roma, ed un’altra indigena, anch’essa povera, protegge ansiosa un lembo di terra, un animale sinonimo di futuro ed un sentimento da celebrare in Maria Candelaria. Altri elementi primari, terra e fuoco in primis, oltre alla scelta di Cuarón del bianco e nero, contribuiscono al dialogo a distanza fra i due film.

Il bacio, l’insetto, l’accidentale in “Jules e Jim”

Se ne accorge anche Amélie Poulain, nonostante sia distratta dall’espressione degli spettatori in sala, il bacio tra Jim e Catherine è disturbato dal passaggio di un insetto, forse una lucciola, che percorre inosservato il vetro della finestra, una minuscola presenza che scompare tra le labbra dei due amanti. L’incontro notturno, estraneo a ogni forma di clandestinità, segue il ritmo della natura fondendosi in essa, un frammento del reale, l’imprevisto incedere della lucciola che può sembrare un’insignificante svista, evoca la luminescenza caratteristica del corteggiamento del lampiride e quel regno animale in cui il gioco crudele dell’attrazione è portatore al tempo stesso di vita e distruzione. Sullo schermo l’accidentalità, la presenza di un frammento di reale (esemplare è la fastidiosa mosca ne La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer), come in un quadro può esserlo una mosca dipinta, emana “un fetore di reale (e non di verosimiglianza)” secondo Georges Didi-Huberman. 

L’effetto cinema e l’effetto Léaud

Nel 1966 Jean-Pierre Léaud lavorava già da qualche tempo sul set con Godard, prima come tuttofare e poi come assistente alla regia; era già noto al pubblico del grande schermo per essere stato l’irrefrenabile “monello” de I 400 colpi. Quando Godard, che in un primo momento per il ruolo del protagonista ne Il maschio e la femmina aveva pensato a Michel Piccoli, cambiò idea e propose la parte al suo assistente Léaud, ebbe inizio il secondo periodo nella carriera dell’attore, che si affrancò così dall’identificazione con Antoine Doinel e contestualmente anche dalla figura di alter ego di Truffaut. Truffaut non perdonerà mai all’amico Godard di avere trasformato il suo Léaud/Doinel in un personaggio triste e sfortunato; fu quello l’inizio di un processo di allontanamento tra i due registi della nouvelle vague che culminerà nella decisiva rottura nel 1973.

“Jules e Jim” e lo sguardo delle statue

La statua di Catherine abita il paesaggio della malinconia, è un reperto archeologico che emerge da un passato remoto, tra le varie riproduzioni di sculture proiettate con la lanterna magica, quel volto sembra distinguersi perché non è stato corrotto dalle ingiurie del tempo. Lo stesso accade ai protagonisti del film, l’invecchiamento fisico non li tocca, sono le opere di Picasso appese alle pareti, l’evoluzione del suo stile, a scandire il tempo; questo espediente sembra collocarli in una realtà contemplativa, un’esistenza verso cui tendere a costo di giocare con la sostanza della vita. La scelta di Picasso è probabilmente dettata anche dalla biografia di Roché il quale aveva frequentato l’ambiente artistico parigino entrando in contatto con l’artista che, tra l’altro, aveva presentato a Gertrude Stein e aveva fatto conoscere agli americani.

“Una squillo per l’ispettore Klute” e le paranoie di genere

Come Jane Fonda in Five Acts (2018), anche Una squillo per l’ispettore Klute (1971), primo film di Alan J. Pakula della cosiddetta “trilogia della paranoia” completata da Perché un assassinio? (1974) e Tutti gli uomini del Presidente (1976), si apre con un registratore che ci dice che Jane Fonda è nei guai. Nel documentario è il Presidente Nixon in persona, il cui stile di presidenza contribuì a diffondere nella società americana la paranoia di essere sottoposti ad una sorveglianza continua, che controlla l’attrice per il suo impegno politico proprio nell’anno in cui girò Klute. Il ruolo di Bree fruttò a Jane Fonda il primo Oscar, validandone una rinnovata immagine divistica in cui l’erotismo pop dell’esploratrice spaziale Barbarella evolveva in una sensualità meno giocosa e più esplicitamente politica, orientata alla messa in discussione delle tradizionali dinamiche di genere, maschile/femminile, e del genere noir secondo una prospettiva femminista.

“Jules e Jim” e la critica

Come al solito, grazie al progetto Cinema Ritrovato al cinema, possiamo approfittarne per recuperare un po’ di fonti critiche, d’epoca e non. Il caso di Jules e Jim si presta particolarmente bene, visto che è il film di un ex critico, regista cinefilo, che si confronta con varie forme di intervento critico, cinefilo, militante, tradizionale, e così via. Come scriveva nel 1962 Jean de Baroncelli: “Il film di Truffaut è il contrario d’un film scabroso, d’un film ‘parigino’. Jules e Jim non sono mai ridicoli, e se Catherine è talvolta irritante, non è mai odiosa. Una sorta d’innocenza, di profonda purezza, preserva tutti e tre dalla bassezza. Qualsiasi cosa ne possano pensare gli ipocriti, la loro storia è una bella e dolorosa storia d’amore. Il merito essenziale di Truffaut è d’averci fatto credere a questa innocenza e a questo amore”.

“Sois belle et tais-toi” e la questione femminile

Sois belle et tais-toi: sii bella e stai zitta. Delphine Seyrig, volto indimenticato del cinema francese da L’anno scorso a Marienbad in poi, solo nella scelta del titolo del suo documentario si permette di commentare le 23 interviste ad attrici cinematografiche che davanti alla sua cinepresa analizzano il loro ruolo nel sistema produttivo e culturale. Per il resto Seyrig, dopo un’introduzione di sapore nouvelle vague con una mano a mostrare in sequenza  le foto delle protagoniste e una voce fuori campo a declamarne il nome, si limita a porre domande e a lasciar fluire liberamente pensieri, considerazioni ed aneddoti. C’è, in questa scarnificazione stilistica da camera fissa, un evidente intento programmatico a procedere senza fronzoli confidando nella forza della parola.

“Non si uccidono così anche i cavalli?” e l’incandescenza di Jane Fonda

Grazie all’interpretazione di Jane Fonda, Gloria è uno dei personaggi più incandescenti del cinema hollywoodiano. Disincantata ma non cinica, alla ricerca di una rivincita personale e indisponibile a scendere a compromessi. Niente può scuoterla, nemmeno la sirena che mai come qui è un presagio di morte. Forse solo la lucidità che la scopre impreparata ricordandole il suo destino. “Se ne andava alla deriva ascoltando le sue canzoni preferite: così finiva”, bofonchia il partner, caricato sulle sue spalle perché schiantato dalla gara, mentre le racconta la trama di un film. E lei, che sente il peso ma non lo dà a vedere, si chiede, riconoscendosi: “neanche un po’ di dolore? probabilmente è una balla”. C’è già tutto, qui.

Essere Jane Fonda

In Jane Fonda in Five Acts, Susan Lacy mette in scena l’attrice americana in un’intervista monumento che non risparmia temi scomodi come la malattia mentale e il suicidio della madre, i tradimenti del padre e dei tre mariti, i disturbi alimentari di cui Fonda ha sofferto fin da adolescente e la relazione controversa con la figlia Vanessa. La Fonda dell’ultimo atto emerge sicura, elegante, militante e nuovamente diva: non a caso, il prologo coglie Jane al trucco nella sua elegante residenza prima della cerimonia dei Golden Globes per Youth (2015) di Sorrentino. Il trucco sembra preparare l’attrice per il film della sua vita, per tutti i diversi ruoli ricoperti nel passato montati sapientemente con pezzi di interviste e fotografie sui titoli di testa: figlia d’arte, sex symbol ribelle, militante per i diritti civili delle minoranze, angelo del focolare del capitalismo aziendale.

“Jules e Jim” e la riforma della legge sulla censura cinematografica italiana

Il ritorno in sala di Jules e Jim restaurato permette indagini storiche. Come quella sulla censura.  Così recita il testo originale del primo visto di censura negato al film: “La Commissione di revisione cinematografica (prima sezione) esaminato il film il giorno 30 maggio 1962 esprime, a maggioranza di 5 contro 2, parere contrario alla proiezione in pubblico del film stesso ravvisando, nel complesso della pellicola e soprattutto nella seconda parte di essa, un crescere di offesa al buon costume, inteso questo soprattutto sotto il profilo dell’ordine e della morale familiare. Il film, infatti, svolge la tesi d’un marito, innamoratissimo della moglie, che, pur di non perderla, acconsente e quasi predispone i congressi carnali di lei con l’amante sotto lo stesso tetto coniugale. La Commissione decreta di non concedere il nulla osta alla rappresentazione in pubblico del film”.

Dancing Queer: il corpo maschile nei musical di Stanley Donen

Nonostante le rassicurazioni del suo autore, i musical di Donen realizzati per la MGM con il contributo decisivo di tantissimi artisti omosessuali che lavoravano nella Freed Unit evidenziano una spettacolarizzazione camp del corpo maschile che diventa un oggetto esibito di desiderio, occupando la stessa posizione che Laura Mulvey ha polemicamente descritto per il corpo femminile sotto lo sguardo maschile. Conseguentemente, questi film operano una decostruzione narrativa delle gerarchie binarie maschile/femminile, eterosessuale/omosessuale, virile/effeminato alla base delle tradizionali relazioni di genere mostrandone l’artificiosità, spesso infatti cogliendo i personaggi in set cinematografici o palcoscenici all’interno del film stesso in una costante mise-en-abîme che rifiuta progressioni narrative e chiusure normative.

Cecilia Mangini e il Vietnam

Durante il festival Visioni Italiane è stato presentato il documentario Le Vietnam sera libre (2018) di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli, un’occasione unica per vedere il reportage realizzato dalla Mangini in Vietnam nel 1964-65. Queste fotografie, spiega Cecilia, sono state dimenticate, nascoste quasi consciamente perché i dolori si rimuovono, l’amarezza di un’occasione perduta, rinunciare a un film sul Vietnam a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti americani che costringe lei e il compagno, di strada e di vita, Lino Del Fra ad abbandonare il progetto dopo il ritorno in Italia. Le Vietnam sera libre era il titolo del soggetto, scritto anche in francese perché l’intenzione era quella di mostrare il documentario ad Hanoi; questa è una costruzione a posteriori, scaturita dal rinvenimento di due scatole di negativi e provini che non erano stati utilizzati e con gli anni dimenticati, fotografie che testimoniano l’attività della Mangini

“Mamma Roma” e lo sfogo di Pasolini

Appena uscito per le Edizioni Cineteca di Bologna e Cinemazero, il volume su Mamma Roma curato da Franco Zabagli contiene moltissime rarità e tanti documenti interessanti. A cominciare da questo, che Pier Paolo Pasolini pubblicò nel 1962 su “Vie Nuove”. Un articolo in cui si parla anche di critica in modo molto attuale: “Anzitutto, la condizione di gran parte della critica cinematografica italiana, la cui preparazione culturale è penosa. Non c’è nessuno che non si senta autorizzato a scrivere di cinema, e io non so che criteri seguano certi direttori dei giornali nell’affidare la critica cinematografica… Ora, nel mio caso, succede che tale provvisorietà della competenza, sia specifica che generale, riesca più chiara: per il fatto che il giudizio su me, regista, implichi un giudizio, più o meno diretto, su me scrittore, o implichi almeno il riferimento a una storia stilistica che comprende una serie di opere letterarie”.

Il ritorno di “Totò che visse due volte”

Nel 1998 esce in sala per la prima volta Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Ventuno anni dopo, grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio de L’immagine Ritrovata con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi e promosso dalla Cineteca di Bologna, il film torna in sala come evento speciale del festival Visioni Italiane. A presentarlo c’era Franco Maresco insieme al direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. La prima volta che Totò che visse due volte venne presentato in sala, come ricorda Maresco, c’era solo Ciprì, così per questa seconda vita del film anche lui ha avuto l’opportunità di introdurlo. Totò che visse due volte è stato l’ultimo film su cui si è abbattuta la censura, vietandone in principio la visione a tutti e poi limitandone la visione ai maggiori di diciotto anni.

Il cinema secondo Stanley Donen

Con Vincente Minnelli, l’ex coreografo Donen è il campione del musical della sua stagione: pensiamo all’ormai classico Sette spose per sette fratelli, un’evasione campestre, esaltazione rurale che celebra la giovinezza, l’amore, il disimpegno, la gioviale trivialità; a È sempre bel tempo, estremo incontro con Kelly e conclusione del rapporto con la MGM, che, nonostante il rassicurante titolo, trabocca di pessimismo ed amarezza con lo sconforto nel cuore; a Cenerentola a Parigi, ancora un incontro tra due mondi ovvero l’America e la Parigi vista dagli americani, l’avanguardia artistica e lo spettacolo classico, l’anziano Fred Astaire e la giovane Audrey Hepburn.

“I Am Not Your Negro”: James Baldwin, testimone del nostro presente

Da Patrice Lumumba al giovane Marx passando per James Baldwin, l’universo cinematografico del regista e attivista haitiano Raul Peck è segnato dal progetto politico e culturale della de-colonizzazione. Peck concepisce questo processo come rilevante anche all’interno delle nazioni colonizzatrici per rivelare i meccanismi attraverso cui l’egemonia delle classi dominanti manipola i soggetti subalterni in narrazioni di uguaglianza che nascondo le effettive gerarchie di razza, genere e classe. Narrato dalle parole di James Baldwin tratte dal suo manoscritto inedito e incompiuto “Remember This House” e da altri saggi dello scrittore afroamericano, I Am Not Your Negro (2016) è un documentario elaborato con tale accuratezza storica e visiva da costituire un archivio alternativo sulla storia delle relazioni razziali negli Stati Uniti che decostruisce fantasie bianche sulla razza.

Il fascino arcaico dell’India

Quando realizza Il lamento sul sentiero, Satyajit Ray ha da poco superato i trent’anni. E non avrebbe certo immaginato che la sua opera prima sarebbe diventata un pietra miliare del cinema mondiale, nonché spartiacque per la cinematografia indiana, che il regista – divenutone di lì a poco il più importante esponente – sdogana dal circuito locale, portando all’attenzione internazionale la realtà della sua Nazione, fino ad allora conosciuta solo tramite il filtro culturale occidentale e in particolare quello europeo. Vincitore di svariati premi e riconoscimenti – tra cui il Premio per il Documento Umano e il Premio OCIC al Festival di Cannes del 1956 – il film, ottenuto un grande successo in patria, diventa il primo capitolo di una trilogia incentrata sul giovane Apu, figlio di una famiglia povera in un Paese povero.

“Ladri di biciclette” e la critica

Un’antologia critica riguardante Ladri di biciclette non può che suscitare grande ammirazione per i nomi coinvolti. E così, un capolavoro del neorealismo diventa occasione per rileggere i classici e osservare processi e metodi della grande critica del passato. “Perché questa, della pietà, è la prima e più appariscente ‘morale’ del film. Noi che tante volte siamo stati tentati di discorrere di quel capitale specchio del costume che è il cinema e non l’abbiamo fatto per non ricamare variazioni letterarie su di un mezzo espressivo la cui struttura tecnica ci è quasi sconosciuta, non parleremmo di questo film se non fossimo convinti che Ladri di biciclette è un documento di importanza eccezionale per la cultura italiana” (Franco Fortini, “Avanti!”, 15 marzo 1949).

“La morte corre sul fiume” e le ombre parlanti

La prima silhouette che appare ne La morte corre sul fiume è quella di un uomo impiccato tracciato su un muretto con un gessetto, una simile stilizzazione della figura umana la esegue Pearl tagliando le sagome di due bambini, lei e il fratello John, servendosi delle banconote nascoste dal padre nella sua bambola di pezza. La schematizzazione dei contorni di un corpo che nell’infanzia caratterizza gran parte della finzione del gioco, riproponendo una realtà parallela somigliante al mondo degli adulti al quale ancora si è convinti di non appartenere, ricorre in un film fatto di luci e ombre, silhouette appunto, profili effimeri in perenne mutamento contro i quali si staglia la distinzione netta tra odio e amore, tatuata sulle dita del predicatore Powell (Robert Mitchum).

Il curioso caso di Leonard Zelig

Zelig, come il suo protagonista, è tante cose insieme. Innanzitutto è una divertentissima commedia, con alcune geniali battute fulminanti e con un effetto comico che nasce dal contrasto tra contenuti demenziali e l’estrema serietà formale. Poi è una celebrazione amara di un periodo fervido e vitale che, come l’orchestra del Titanic, festeggiava la vita andando inconsapevolmente incontro alla morte, sulla soglia dell’orrore della Seconda Guerra Mondiale.  F. Scott Fitzgerald e il Tip Tap, l’affermarsi della psicanalisi e Charlie Chaplin, la nascita della società di massa e  Babe Ruth, il nazismo e  Josephine Baker:  lo zenit ed il nadir della civiltà umana racchiuso in pochi anni.