“Macbeth” e l’omaggio di Joel Coen alla storia del cinema

Lontano dall’erotismo sanguinoso di Polanski, ma anche dalle versioni di Orson Welles, Akira Kurosawa, Béla Tarr e Justin Kurzel, il Macbeth di Coen sembra superare ogni paragone mettendo al centro della scena lo spazio psichico. È così che un racconto così oscuro ed efferato diventa inquietante in un senso spiccatamente moderno, e a una violenza che potrebbe felicemente irretire lo spettatore si prediligono pose, movimenti e architetture ostili e angoscianti (più che angosciosi). È quasi come se Shakespeare incontrasse idealmente Pinter.

“The Tender Bar” stemperato nella malinconia

Il film, tratto dal memoir di J.R. Moehringer e sceneggiato da William Monahan, è una fiaba suburbana che ripropone il tema, molto americano, dei padri che si emancipano dai figli (pensiamo agli ultimi Interstellar, Honey Boy, Ad Astra) che, alla forza prorompente dei ruvidi narratori del Midwest, contrappone toni edificanti e una rievocazione del passato malinconica: un idillio familiare della working class. Lo sguardo e il punto di vista, infatti, sono quelli di chi anela a un altrove idealizzato, colmo di successo e soddisfazioni personali, oltre che di rivalsa, ma senza che la narrazione diventi critica tagliente nei confronti del sogno americano infranto.the t

“È andato tutto bene” e il cinema dell’inversione

Il cinema di Ozon, da sempre, è nemico di ogni giudizio come di ogni pre-giudizio. È un cinema queer per definizione, perché strano, stravagante, divergente, capace di “cambiare direzione” quando meno te lo aspetti, di imboccare la via del sorriso o della commedia amara, quando appena ti saresti concesso una lacrimuccia di commozione. Ozon, anche con questo ultimo film, è capace di costruire un altro modo di fare cinema e rideterminare gli orizzonti del discorso collocandosi a metà strada tra la commedia e la tragedia, maschile e femminile, ruolo genitoriale e filiale.

“America Latina” tra allucinazioni e verità

America Latina, tra perdite di fiducia in sé stesso prima, e negli altri poi, allucinazioni e verità, assume toni cupi, tra contrasti di luce che ne fanno un thriller psicologico a tinte verdi e rosse che gioca con l’orizzontalità e verticalità delle immagini. La macchina da presa, lenta e sinuosa, centellina le visioni d’insieme di spazi asettici, restando addosso a Massimo per coglierne le sfumature, ansie e paure che lo hanno reso un uomo a metà, al contempo sviscerate in maniera netta nell’incontro col solitario e scorbutico padre, specchio di ciò che non vuole essere ma che forse purtroppo è già. I D’Innocenzo imbastiscono il racconto non lasciando nulla al caso.

“The Rescue” e la generosità dell’impresa

Dodici ragazzini fra gli 11 e i 16 anni e il loro allenatore di calcio entrano in una grotta per una piccola avventura. Siamo nel nord della Thailandia, è giugno del 2018, i monsoni dovrebbero arrivare solo il mese successivo. Ma la pioggia arriva improvvisa e inesorabile, bloccando l’uscita. I due coniugi, già autori dei documentari sportivi Meru e Free Solo, premio Oscar 2019, riescono a raccontare il senso di un’impresa per la quale l’aggettivo “eroica” non pare fuori luogo, con il loro caratteristico e mirabile bilanciamento fra tensione avventurosa e fattore psicologico. E riescono a rendere l’idea delle condizioni improbe nelle quali si sono trovati a operare i soccorritori.

“What Do We See When We Look at the Sky?” o dell’immenso quotidiano

What Do We See When We Look at the Sky? è un insieme di nuovi punti di vista, nuove proposte visive e nuove sensibilità cinematografiche. È la dimostrazione di come il montaggio possa ancora assumere ruoli così discriminanti e protagonisti, così come la regia, che Koberidze sa essere una questione di distanze, di posizionamenti, di sguardi precisi che sappiano includere da una parte ed escludere dall’altra. Un film che chiede al pubblico un’interazione (figlia, con buona probabilità, del mondo videoludico), un’opera autoriale che con il realismo magico, genere usato (e forse abusato) nel cinema d’autore contemporaneo, ha ancora qualcosa da dire.

“Un eroe” e le verità celate 

Farhadi getta lo sguardo sulla società iraniana, sulle sue costrizioni, la religiosità e le ipocrisie, che spingono il protagonista a tenere segreta la relazione con la compagna. Ma le sue tematiche valicano i limiti geografici e diventano universali nel rilevare la necessità di dosare le parole, le conseguenze delle mezze verità e soprattutto le incomprensioni che regolano le relazioni sociali. Non è un caso, quindi, che Farhadi omaggi esplicitamente il cinema italiano, riecheggiando Antonioni così come il De Sica di Ladri di biciclette, con le peripezie di un padre che tenta di recuperare il proprio onore.

Il ritorno transmediale alla Matrice – “Matrix Resurrections” perché SÌ

Lana Wachowski (che sceneggia e produce insieme alla compagna Rita) decide di mettere in scena un vero e proprio apparato nostalgico, intenso nel vero e proprio senso etimologico del termine, come “ritorno”. Il ritorno alle origini, il ritorno ai personaggi, il ritorno a Matrix, il ritorno all’amore. Ma come ci si approccia, nostalgicamente, a una mitologia? Semplicemente distruggendola e rimodellandola e addirittura ironizzandola. È l’Anti-Matrice che prende totale consapevolezza del sé, in un rifacimento di immaginari e mitologie senza precedenti.

La matrice autoreferenziale – “Matrix Resurrections” perché NO

Il problema narrativo che si pone inevitabilmente quando si riprende una saga dopo lustri, specie una così importante, è che l’autrice si trova costretta a riciclare i personaggi noti, ad uso dei fan di lunga data, quanto a riassumere i precedenti capitoli ai neofiti, o a chi comprensibilmente non ne ricorda i dettagli. In questo compito Wachowski se la cava bene, specie all’inizio, e non risulta né prolissa né ridondante, salvo poi riassumere la vita di ogni singolo personaggio secondario che viene inquadrato anche solo una volta nei primi tre film. 

“La crociata” e la favola che sta per esplodere

Il miraggio di un mare in cui dorme la tempesta, così si potrebbe descrivere La crociata, una favola in cui tutto è sul punto di esplodere. Ma Garrel e Carrière disinnescano l’ordigno: basta indicarlo con ironia anche se a tratti indulgente. Davanti alla cecità dei genitori la minaccia di uno sterminio degli adulti (genitori), lanciata dai ragazzi (figli), rimane volutamente sospesa, non approfondita. Ottimo per il film che s’illumina di questa violenza accarezzata e risulta vivace, godibile, divertente con la macchina da presa che ora si muove frenetica da un volto all’altro e trema dietro Abel in una Parigi senz’aria ora si ferma ad abbracciare la tensione.

“Illusioni perdute” tra aspirazioni e profitto

A dispetto dell’impianto classico e agli omaggi al grande cinema del Novecento, questo film risuona incredibilmente attuale e contemporaneo. A nulla vale un lungo rosario di oggetti antichi che saturano la scena: la pesantezza dei torchi tipografici, la leggerezza delle penne che si posano su fogli di carta volanti, la vischiosa materialità dell’inchiostro che sporca visi e coscienze. Forse perché il motore che muove tutti questi oggetti ormai perduti è una realtà che conosciamo bene e di cui abbiamo esperienza: l’irruzione del mercato e della legge del profitto nel mondo dell’informazione e dell’editoria.

“Tick, Tick . . . Boom!” ovvero riscoprire Lukács a tempo di musical 

L’ispirata regia di Lin-Manuel Miranda, qui al suo debutto cinematografico dopo il successo come autore del musical Hamilton (2015), i coinvolgenti numeri musicali e la sceneggiatura basata sul libretto di Larson, l’intensa recitazione di tutto il cast, riescono a fare di Tick, Tick . . . Boom! una rappresentazione della vita umana in termini di totalità, in cui l’interiorità e l’esteriorità dei personaggi vengono sempre colte nei rapporti politici e sociali con la realtà contemporanea. I singoli personaggi non sono mai percepiti solo individualmente ma sempre all’interno degli orizzonti storici e sociali.

“Il capo perfetto” per il capitale imperfetto  

Beffardo e divertente senz’altro, indignado il giusto, Il capo perfetto è consapevole del diverso marcio della vecchia e della nuova generazione di lavoratori e del valore del tutto smarrito di “competenza acquisita”. Però anche stranamente rassegnato alla logica del capitale che chiaramente respinge: se è evidente il disinteresse a confezionare un film alla Ken Loach, e va benissimo, resta oscuro il discorso che davvero gli sta a cuore. Quanto sia difficile giudicare chi comanda? Forse. Dirci che i manager sono capaci letteralmente di qualsiasi cosa? Lo sapevamo già, purtroppo.

“Being the Ricardos” e il mosaico americano di Aaron Sorkin

Being The Ricardos sviscera i retroscena di uno dei prodotti cardine della cultura pop Made in USA. Nella stessa natura eterogenea di film basato su vicende riguardanti la produzione televisiva, questo lavoro riflette l’ambivalenza che ha segnato la carriera del suo autore, la quale è però rimasta sempre incentrata su un medesimo, solidissimo, blocco tematico. Nel suo percorso in veste di sceneggiatore televisivo e cinematografico, Sorkin ha saputo elaborare un’acuta quanto urticante analisi sui fenomeni che hanno maggiormente segnato la modernità statunitense (e non solo), attraverso un approccio ormai proverbiale che fa leva su un’ironia colma di sferzate polemiche.

“West Side Story” come manifesto dell’amore di Spielberg per il cinema

West Side Story è il manifesto più esplicito dell’amore che Spielberg nutre nei confronti del cinema. La sua passione, la sua venerazione per la settima arte è paragonabile a un sacramento. Così, più che ricercare e far dialogare la pellicola con i grandi riferimenti del genere, ha senso provare a interrogarsi sulle rime interne alla carriera del regista. Ce ne sono molte, anche se la più ingombrante resta quel para siempre (pronunciato tra l’altro da Rita Moreno che incarna alla perfezione quel siempre, essendo presente tanto qui che nel West Side Story classico) con il quale si chiudeva anche E.T.. Lì una promessa (ir)realizzabile solo grazie al cinema, qui un miracolo certificabile esclusivamente nel cinema.

“Diabolik” e il fotogramma come fumetto

I fratelli Manetti dipingono una versione degli anni Sessanta che guarda ai grandi maestri del cinema, da Mario Bava a Dario Argento e soprattutto Alfred Hitchcock, diversamente da come lo avrebbe fatto un manierista come Luca Guadagnino. Decidono infatti di inquadrare gli attori e le atmosfere con uno sguardo fumettistico. Questo Diabolik non vuole essere un film tratto da un fumetto, ma sembra quasi voler continuare ad essere un fumetto. E sla “lentezza” della narrazione che in molti stanno criticando negativamente è per i Manetti una scelta nella resa dell’immagine di voler catturare quel momento e imprimerlo in fotogrammi come se fosse disegnato e stampato su carta.

“Spider-Man: No Way Home” e il volteggio del blockbuster

Il merito di Jon Watts è riuscire a tenere in piedi in modo credibile un progetto che rischiava di essere fagocitato dalla sua stessa epicità. L’ennesimo sguardo sul mastodontico universo Marvel, certo, ma anche l’uso tutto sommato calibrato di un cast formidabile. E poco importa che i cattivi sotto l’egida della Disney continuino a non essere poi così cattivi (c’è speranza per tutti, come da copione): il pretesto è quello di offrire a uno dei protagonisti del Marvel Cinematic Universe le origini che gli sono state negate. Con un volteggio più libero e personale sul futuro, nella speranza che questa preziosa opportunità venga colta.

La parabola camp – Speciale “House of Gucci” II

Nella House of Gucci di Ridley Scott non c’è traccia di realtà. L’ultimo film del regista inglese è il prodotto di un falsificante turismo culturale, una lente d’ingrandimento a forma di H(ollywood) che non si limita a scrutare la cronaca, ma la distorce a piacimento. Caricaturale, sgradevole, ma pure divertente e rivelatorio. Come il recente Last Duel, rilettura femminista del costume drama medievale, House of Gucci si rivela essere un’altra moderna operazione di riassestamento del cinema classico, che modella la verità storica nel margine in cui può farne intrattenimento per il pubblico di oggi.

La potenza del troppo – Speciale “House of Gucci” I

Si ha l’impressione che House of Gucci voglia riproporre una lettura pop-satirica un certo modo di vivere un tipo di vita (una vita per pochi) impregnata di comportamenti e personaggi eccentrici, a tratti macchiettistici e in altri casi leggeri e senza riserve; è un lungometraggio che poteva fare a meno di certi errori/orrori (ripetiamo lo scivolone di Jared Leto), di dialoghi contraddittori e inesattezze spazio-temporali, ma la cui potenzialità sta nel definirlo “troppo”. Purché se ne parli, appunto.

“Azor” e la messa in scena dell’assenza

Una dittatura non è fatta solo di violenza, di repressione e di ciò che emerge alla luce della Storia. Ha un’anima rimossa in cui convergono dinamiche di potere, ombre, soldi e aiuti dalle banche. Un torbido risvolto che si estende, soprattutto nel caso delle dittature sudamericane, alla sparizione e alle sorti dei desaparecidos. Azor, esordio alla regia di Andreas Fontana disponibile su MUBI, ruota proprio attorno all’assenza e alle sue implicazioni, in un film ambientato ai tempi della dittatura militare argentina, osservata dall’originale punto di vista dei rapporti tra il sistema bancario svizzero e il paese latino americano.

“The Unforgivable” e il personaggio mancato di Sandra Bullock

The Unforgivable di Nora Fingscheidt (nota per Systemsprenger, in concorso alla Berlinale del 2019), nonostante i preziosi contributi di Guillermo Navarro alla fotografia e di Hans Zimmer alle musiche, è una narrazione svuotata: scarica Sandra Bullock, non la valorizza, la indirizza molto velocemente verso il finale, e non le dà il tempo di compiere un’evoluzione. Il suo personaggio, Ruth, che immaginiamo essere pieno di complessità e sfaccettature, risulta piatto e, mancanza grave in una storia, non sembra adempiere a un cambiamento doveroso.