“I delinquenti” alla conquista del tempo

L’arte della divagazione di Moreno sembra divergere sia dalla divagazione neorealista di un Miguel Gomes, così aperto alla meraviglia dell’imprevisto, sia dalla divagazione materialista dei suoi amici del Pampero Cine, sempre pronti alla rottura della quarta parete per ricondurre la divagazione all’interno del loro progetto didattico. Moreno non sa in realtà che farsene della campagna. È solamente interessato a disattivare il comando della produttività, a riscoprire un tempo improduttivo, che è quello proprio del cinema.

“E la festa continua!” nel cinema delle meraviglie

Le note, nostalgiche e bellissime, di Emmenez-moi di Aznavour non sono meno importanti di Marsiglia come della regia, della scrittura e della recitazione: invadono e saturano tutto il film, sia nella sua dimensione diegetica (i protagonisti imparano la canzone per la commemorazione del tragico crollo di due stabili inabitabili ma occupati di Rue d’Aubagne del 2018) sia come commento al rapporto tra Rosa e Henri, restituendone tutta l’impetuosità di utopia sentimentale e politica.  

“Gloria!” nell’alto della musica

Gloria! presenta la vita di cinque abitanti dell’Istituto Sant’Ignazio; Lucia, Bettina, Marietta e Prudenza studiano musica con il Maestro Perlina, mentre Teresa lavora nell’orfanotrofio come domestica. Le loro vicende si susseguono sulle note di archi e pianoforte facendo della musica la sesta protagonista del film. È la musica che crea e comanda i rapporti tra i vari personaggi, è la musica che assume un ruolo centrale nel direzionare la storia ed è la musica che permette la liberazione dei corpi e soprattutto delle menti.

“Soul” e l’anima della Pixar

Disney distribuisce in sala Soul (2021). Per godere appieno di questo lavoro si potrebbe, anzi, si dovrebbe spogliare lo sguardo da qualsivoglia componente critica. Si dovrebbe ridere, piangere, emozionarsi e seguire Joe e 22 in una New York magnifica e decadente, inebriarsi delle note musicali suonate in un locale jazz e di quelle cromatiche orchestrate dai registi. Bisognerebbe lasciarsi pervadere dalle immagini e dare poca retta alle morali filosofiche ed esistenziali. Insomma, liberarsi di tutta la teoria per andare al cuore, pardon, all’anima del film. 

“Il mio amico robot” e la meditazione sull’amicizia

Il film di Berger è una riuscitissima meditazione sulla solitudine, nella quale sia l’ironia sia la melanconia si amalgamano giocosamente, nonché sull’importanza dei legami, vecchi e nuovi. Non solo sul timore di perdere, un giorno come tanti, un’amicizia consolidata, speciale. Sul desiderio di rimanere al fianco del proprio o della propria mate, qualunque cosa accada, contribuendo alla formazione di un rifugio in cui ospitare il motore di una vicendevole serenità.

“Erano ragazzi in barca” senza macchia e senza scossoni

Se si volesse rappresentare l’ultimo film diretto da George Clooney, Erano ragazzi in barca, sotto forma di grafico, il risultato sarebbe una costante, monotona linea piatta, senza picchi vertiginosi né cali improvvisi ma un andamento costante che accompagna lo spettatore fino alla fine. Un po’ come la superficie dell’acqua solcata dai remi dei vogatori a cui fa riferimento il titolo del film, tratto dall’omonimo libro di Daniel James Brown, che racconta la storia della squadra di canottaggio americana vincitrice della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.

“Priscilla” è una di noi

Con il tono distaccato e inafferrabile che da sempre accompagna le storie delle sue giovani protagoniste, Sofia Coppola incornicia in un perimetro ovattato, fatto di moquette, frullati e tende, la vita sentimentale di una vergine alle prese con le montagne russe del primo amore. Un dramma interiore che non necessita di volumi alti, lei sempre leggera e imprendibile, a dispetto del contesto musicale fragoroso per eccellenza in cui ebbe luogo, del quale in Priscilla, non a caso, non si sente alcuna eco.

“Orlando” biografia politica per sopravvivere alla violenza

Quando sei dissidente, ci ricorda Preciado in Orlando, la tua esistenza è una lotta; il tuo corpo, il terreno su cui si svolge la battaglia; la tua storia, la storia di tuttə lə dissidenti come te. Portare avanti un racconto collettivo, quindi, è un dovere: perché è necessario sopravvivere alla violenza per raccontare la propria storia, ma anche perché è necessario raccontare la propria storia per sopravvivere alla violenza.

“Il vento soffia dove vuole” e lo stesso fa il cinema

Marco Righi mette in dialogo la storia di un lutto e di una fede, mentre il resto lo lascia a una spaesante attesa. Poi prende l’atteggiamento sinfonico e naturalistico di certo cinema italiano che va da Piavoli a Frammartino, passa dalla contemplatività emergente del cinema internazionale degli ultimi vent’anni, per arrivare con convinzione al trascendente nel cinema, quello di Schrader, attorno a cui fonda tutta l’ossatura di un film fatto di distanze oltre che di attese, costruito su un approccio fisico, materiale, immanente.

“Another End” in cerca di filosofia

Il secondo film di Piero Messina riflette nuovamente sul tema della perdita, sulla condizione universale del dolore nel momento in cui si perde una persona cara. Il mondo costruito in Another end è composto principalmente da individui fragili, incapaci di gestire la sofferenza, terrorizzati dal fronteggiare le proprie emozioni che li investono e li lasciano inermi. Così Sal precipita nell’inazione, nel vuoto proprio di chi non ha più niente per cui vivere, come se il senso della sua esistenza fosse interamente racchiuso in Zoe.

 

“May December” e la moralità dello zoom

Il senso non si produce quindi dall’enfatizzazione del dettaglio, ma dall’accostamento tra movimenti divergenti, come nei film rosselliniani girati con il Pancinor. Certo, in Haynes non c’è alcun progetto pedagogico, eppure è comune la valenza epistemologica affidata allo zoom in quanto strumento di investigazione dello spazio e focalizzazione dello sguardo per lo spettatore. La melodrammatica ricorrenza, sempre variata, dello zoom permette allo spettatore di imparare, solo grazie a espedienti formali, a connettere immagini apparentemente discordanti.

“La terra promessa” e i cowboy dello Jutland

In La terra promessa lo sguardo proiettato sulla storia è infuso da una mentalità profondamente moderna. Il titolo originale, Bastarden, è la chiave di lettura per comprendere la sfumatura che Arcel assegna al film. L’obiettivo principale, infatti, sembra quello di mostrare la possibilità di una famiglia fondata unicamente sull’amore e non necessariamente dai legami di sangue. In un momento storico in cui siamo costretti ad affrontare teorie che rilanciano presunti valori tradizionali, Arcel ci ricorda che a stabilire i legami tra gli individui è lo scegliersi reciprocamente.

“Notre corps” tra la materialità del corpo femminile e la politica della vulnerabilità

Notre corps agisce sui limiti del documentario e li espande, registrando la vita dei diversi corpi femminili che osserva con tutto il loro carico di narrazioni. Le storie di questi corpi sono raccontate dalle loro ferite, dai sintomi riportati sulla cartella medica, dalla quantità di sofferenza a cui hanno assistito e che hanno subito, ma non solo: quello che viene messo in luce da Simon sono i nodi che uniscono le esperienze uniche delle singole donne e il sistema entro cui vengono iscritte. 

“Ancora un’estate” come decostruzione del desiderio femminile

In questo atto di ribellione, in questo sconfinare dell’istinto e della pulsione, Breillat anziché allargare il respiro del racconto e delle immagini, stringe ancor di più e lascia che siano i lunghi primi piani di Anne a comunicare l’estasi del piacere. Del resto, Ancora un’estate non è una storia d’amore, nemmeno d’amour fou: è un film su una donna che combatte (in primis contro sé stessa) per affermare il proprio posto, il proprio diritto alla libertà, il proprio corpo e il proprio desiderio.

“Un altro ferragosto” e l’incerto scenario umano

Forse per demarcare una differenza rispetto a tanta altra commedia italiana odierna da cassetta, Virzì filma il tutto con moltissima camera a mano, muovendosi da un gruppo di soggetti all’altro in piani sequenza coreografati, concedendosi il guizzo di alcuni montaggi interni per mettere l’accento su elementi di sfondo. L’effetto finale, però, più che autoriale, sconfina sorprendentemente verso territori mucciniani.

“Totem” e l’esistenza che pulsa

Lila Avilés riduce lo spazio filmico per farne la propria casa interiore, lo specchio uguale e difforme di un proprio interno topologico affettivo. E lo fa ponendosi a distanza ravvicinata dai soggetti coinvolti, scontornando i desideri celati sotto gli obblighi di un protocollo sacro e pagano. Sono frustrazioni e bisogni nati per essere disattesi dall’ineluttabilità degli eventi, ma che svelano tutte le umane contraddizioni di questa sospensione schiacciante.

“Sull’Adamant” tra sguardo e soggetto

Philibert non cede mai al sentimentalismo né a una rappresentazione drammatica della malattia mentale, ma se questo è sicuramente un requisito indispensabile per garantire al documentario la sua riuscita, allo stesso tempo non si percepisce mai un coinvolgimento emotivo che permetta all’intero lavoro di sembrare qualcosa di più di un reportage su un atelier artistico d’avanguardia, di cui vengono presentati i laboratori e i loro partecipanti.

“Drive-Away Dolls” Speciale II – B Movie a tinte queer

Drive-Away Dolls è il primo film di finzione di Ethan Coen senza il fratello Joel e mostra chiaramente come il suo apporto decisivo alla loro filmografia fosse soprattutto la tensione ironica, elemento imprescindibile di tutta la loro opera. Non a caso il primo film da solista di Joel, Macbeth, ne è completamente privo, modellato da un rigore formale estremo e a tratti legnoso. Nella separazione fisica dei due fratelli c’è anche una scissione estetica che rivela come le loro tematiche siano complementari e necessitino l’uno dell’altra.

“Drive-Away Dolls” Speciale I – Divertissement in salsa pulp

Opera tautologica di fatto e irriverente, ma solo nelle intenzioni, Drive-Away Dolls, ambientato nel periodo più crepuscolare dell’american dream, ha i toni della commedia grottesca e l’impeto caricaturale di Arizona Junior, ma la critica sociale si tramuta in un vaudeville trash che depotenzia la satira; non è così facile quindi sabotare il debordante immaginario conservatore a stelle e strisce come era avvenuto con Il grande Lebowski.

“American Fiction” e il cliché della satira sugli stereotipi

Un film in apparenza dissacrante, in realtà perfettamente in linea con il riscoperto spirito progressista di Hollywood che, dettato dalle nuove prospettive sociali e culturali inerenti l’annosa questione etnica americana, finisce spesso per auto-incensarsi con pellicole superficialmente innovative che invece ribadiscono ruoli e gerarchie sociali consolidati nel tempo e nella storia nazionale (come 12 anni schiavo o Green Book, solo per ricordare gli eclatanti casi più recenti).

“Caracas” nel rimpianto di una Napoli confusa

D’Amore ricerca in maniera quasi ossessiva una risposta emotiva dello spettatore. Dimostra un buon occhio registico  e una mano piuttosto sicura, con l’eredità della serie Gomorra che lo spinge a un approccio visivamente ricercato e di ambizione internazionale, come già ne L’immortale. Il suo stile narrativo è però qui infarcito di troppi punti esclamativi e, per quanto si tratti di un registro omogeneo alla contemporaneità, ciò non giova all’evidente ricerca di una singolarità autoriale.