La calata negli abissi della nazione. “Esterno notte – parte I” scomodo, spiazzante, travolgente

I primi tre episodi di Esterno notte sono il controcampo di Buongiorno, notte, con l’incipit utopico che vede il prigioniero liberato che dialoga con il finale nel suo capolavoro di quasi vent’anni fa. Stavolta Aldo Moro lo conosciamo libero, consapevole della gravità del presente, convinto di dover perseguire un obiettivo collettivo che è anche un capolavoro personale. “Ho parlato per un’ora e dieci minuti senza mai nominare la parola comunismo” dice, con una certa soddisfazione, dopo aver persuaso le varie correnti democristiane a sostenere il governo sostenuto esternamente dei comunisti.

“The Rescue” e la generosità dell’impresa

Dodici ragazzini fra gli 11 e i 16 anni e il loro allenatore di calcio entrano in una grotta per una piccola avventura. Siamo nel nord della Thailandia, è giugno del 2018, i monsoni dovrebbero arrivare solo il mese successivo. Ma la pioggia arriva improvvisa e inesorabile, bloccando l’uscita. I due coniugi, già autori dei documentari sportivi Meru e Free Solo, premio Oscar 2019, riescono a raccontare il senso di un’impresa per la quale l’aggettivo “eroica” non pare fuori luogo, con il loro caratteristico e mirabile bilanciamento fra tensione avventurosa e fattore psicologico. E riescono a rendere l’idea delle condizioni improbe nelle quali si sono trovati a operare i soccorritori.

“Noi due” e lo sguardo chapliniano sul mondo

A livello cinefilo il continuo omaggio a Charlie Chaplin e in particolare al Monello, il film preferito di Uri, è giustificato: come Charlot si prende cura del monello crescendo a sua volta come uomo, così Aharon accompagna Uri verso l’età adulta. In fondo, però, è proprio il suo il coming of age di cui ci parla Bergman. È suo lo sguardo che domina il film, uno sguardo carico di amore e attenzione, che il regista mette in scena attraverso l’uso di soggettive dirette e indirette o di inquadrature ravvicinate girate con camera a spalla che, isolando Aharon dallo spazio circostante, ne rendono lo stato confusionale di spaesamento.

Un multiverso transmediale firmato Sam Raimi

Doctor Strange nel multiverso della follia non può essere visto soltanto come il sequel di Doctor Strange (Scott Derrickson, 2016), ma come episodio dark-fantasy di una continuity tentacolare, conseguenza diretta delle tre “fasi” del Marvel Cinematic Universe (ventitré film) e parte integrante della cosiddetta “fase quattro”: cinque film già usciti, altri sei programmati, con serie e miniserie annesse. Numeri da capogiro che rischiano di scoraggiare chiunque avesse voglia di varcare la soglia dell’universo Marvel Studios da neofita, ma che non faticano a fidelizzare praticamente nessuno.

“Gli Stati Uniti contro Billie Holiday” e contro il coraggio di una voce

Daniels ripercorre sì vita e carriera dell’artista ma con un intento diverso: raccontare non quanto già noto (l’infanzia traumatica, la dipendenza da alcol e droghe, l’autolesionismo sentimentale) bensì inserire questi aspetti nel contesto più complesso e articolato del suo tempo. Il centro del film non è dunque la biografia di Billie Holiday, ma piuttosto l’impatto che la sua esistenza ha avuto sulla propria immagine pubblica e come le sue debolezze siano state più volte sfruttate per attaccarla e delegittimarla.

“Fresh” nel mercato degli orrori

Fresh e la carneficina che ne deriva hanno inizio a mezz’ora dai titoli di testa. La solitudine quotidiana della protagonista funge solo da prologo nel primo thriller-horror di Mimi Cave (autrice di cortometraggi e già regista di alcuni videoclip di Vance Joy), prodotto da Adam McCay e girato con la collaborazione del direttore della fotografia Pawel Pogorzelski (Midsommar – Il villaggio dei dannati), che esplode poi in un connubio di arti mozzati, cannibalismo e bisturi: di colpo, la donna è utile “per il mercato”, la sua femminilità diviene pura carne da macello da rivendere a ricchi clienti che finanziano l’industria “casalinga”. 

“La tana” tra enigma emotivo e sensualità dei corpi

“Si muore un po’ per poter vivere”, intonava Caterina Caselli in un suo intramontabile brano del 1970. Ma non è la colonna sonora di questo film, che usa invece, musica diegetica per scene destinate a diventare “cult” con chiari riferimenti al cinema di Xavier Dolan. È il sentimento predominante nel linguaggio di Lia (Irene Vetere) che si esprime per mezzo di strani “giochi” da imporre a Giulio (Lorenzo Aloi) e mentre una seppellisce paure e sofferenze nel suo ventre, l’altro prova ad esplorare la “tana” del dolore con una timida torcia alimentata da speranza e amore.

“Gli amori di Anaïs” senza chiedere scusa

Ci sono tanti ottimi elementi e allo stesso tempo un po’ troppe cose ne Gli amori di Anaïs. Un sentore della Catherine di Jules e Jim, un richiamo alle relazioni complicate di Éric Rohmer e anche qualcosa a cui tanto cinema e tanta serialità contemporanei sembrano – vivaddio – parecchio interessati: la rappresentazione di una non-compiacenza femminile che può farsi anche sgradevolezza, e che dà mostra di sé senza chiedere scusa e con un realismo scevro da tentazioni pedagogiche, privo di sanzioni nefaste da parte della trama.

“Bad Roads” e la crisi dei conflitti irrisolti

Bad Roads racconta la paura e la tragedia della guerra del Donbass, ma non le porta mai in scena. Proprio come i luoghi di ambientazioni e i connotati dei personaggi, anche il dramma a cui si fa riferimento è universale e intercambiabile con qualsivoglia conflitto. Non si tratta di un film sulla crisi dell’Europa orientale, quanto sulla crisi umana. Le strade sbagliate presenti nel titolo non sono quelle percorse erroneamente da alcuni personaggi, quanto quelle lastricate da anni e anni di conflitti irrisolti, di odio e tensione repressa che, inevitabilmente, prima o poi vengono a galla.

L’inganno dell’uomo che amava le donne. “Tromperie” e il kammerspiel della conversazione

Tromperie – Inganno è un incastro di appassionate conversazioni in interni fra Philip, scrittore ebreo di New York e cinque donne reali e immaginarie, amate, sposate, scrutate e ascoltate su differenti piani di finzione sovrapposti. La moglie, l’amante, la studentessa, la ex e l’amica: con ognuna argomenti diversi, dalla passione al matrimonio alla maternità, dal mestiere di scrittore alla politica, dal lavoro alla salute, fisica e mentale. Tutto o quasi in una stanza, sia essa quella di casa o dello studio dell’autore, di un caffè o di un ospedale, un attimo prima di tornare fuori, a vivere davvero.

“The Northman” e la fotografia (dell’immaginario) di oggi

Si può ammirare The Northman per la capacità di iniettare in un revenge movie norreno le qualità migliori del regista, dal puntiglio antropologico al senso pittorico per la messa in scena della violenza; o si può, come chi scrive, ritenere che le esigenze del genere e quelle dell’Eggers-pensiero non trovino quasi mai una sintesi davvero efficace, fallendo specialmente nel tentativo di conciliare la compiaciuta bidimensionalità mitologica del secondo con l’impulso delle grandi narrazioni hollywoodiane verso la psicologia e il character building

“Californie” favola documentaria

nell’attrito tra realtà e finzione che il film incarna, e che probabilmente è insito al progetto degli autori, il film di Cassignoli e Kauffman non perde mai di vista la propria adolescenziale impulsività, raccontando la trasformazione della protagonista con la stessa libertà volatile con cui Jamila decide cosa fare della propria esistenza. Nel mettere al mondo questo piccolo universo interiore, Californie accarezza l’impeto della giovinezza con una spontaneità priva di incertezze: a metà fra terra e mare, con un piede sulla realtà documentaria e uno su quella meraviglia impossibile e incantata che è l’adolescenza.

“La santa piccola” fra estasi dei sensi e trance mistica

La santa piccola è un film strano, “altro”, un unicum non inquadrabile in un genere, puro cinema d’autore dove convivono dramma e commedia, grottesco ed erotismo. Il narrato si muove continuamente su più binari, che convogliano verso due estremi, così lontani eppure arditamente accostati: da una parte la dimensione religiosa, superstiziosa e mistica, e dall’altra la dimensione sessuale destinata a un sentito coming out di Mario dopo un lungo percorso interiore. La vicenda è innanzitutto un’accurata indagine folkloristica sulla religione e la superstizione – che nel nostro film sono inscindibili – in cui convivono il gusto per il grottesco con una rappresentazione cinica e disincantata del misticismo.

“Finale a sorpresa” tra il vero e il falso del cinema

I temi dell’inganno, della finzione e dell’identità erano già presenti nei precedenti lavori di Duprat, Il cittadino illustre (2016) e Mi obra maestra (2018) ma qui convergono in una critica divertente e completa al mondo del cinema in tutte le sue forme, dalle sue derive autoriali ed elitarie a quelle che abbracciano i social e la cultura di massa, rappresentandolo come un mondo ridicolo, chiuso tra le quattro mura dello studio di prova dove i personaggi principalmente litigano nella convinzione di star facendo la cosa migliore per se stessi e per il glorioso film.

“Storia di mia moglie” e la fiammella della trasposizione

Ildikó Enyedi ha fatto una scommessa. Abbandonare la sceneggiatura per confrontarsi con un adattamento di un romanzo, nello specifico La storia di mia moglie di Milán Füst, e battere una nuova strada nel suo cinema. Un’inezia in confronto a quella che il capitano olandese Jakob Störr (Gijs Naber) fa con il destino, decidendo di sposare una donna sconosciuta incontrata in un ristorante stuzzicato da un infingardo Sergio Rubini. Non è un’esagerazione narrativa, ma la premessa ideale per un viaggio nei territori misteriosi della psicologia umana.

“La figlia oscura” e il conflitto della madre

Il film, così come il romanzo da cui è tratto, è basato sul racconto di un potente tabù, quello dei sentimenti conflittuali e negativi che possono attraversare il corpo di una madre al di là delle attese di una società che ancora oggi impone di essere e sentirsi a proprio agio nelle vesti di madri amorevoli e giudiziose senza alcuna esitazione o tentennamento. Allo stesso modo, ancora oggi, l’antico gioco di ruolo della bambola è tramandato quasi inconsapevolmente, per indurre in ogni femminuccia lo sviluppo automatico dello skill dell’accudimento materno.

“Bella Ciao” nel giro del mondo e della canzone

Certe canzoni fanno il giro del mondo, gli etnomusicologi lo sanno bene. Non girano solo “intorno”, per usare un’espressione cara a Ivano Fossati, ma in lungo e in largo adattandosi alle varie situazioni che trovano nei luoghi che abitano. Questo è certamente il caso di Bella Ciao e il film di Giulia Giapponesi cerca di tenere il passo con una traiettoria di diffusione decisamente sui generis di una musica che si è fatta simbolo. La storia di Bella Ciao però è particolare e nel documentario sono i partigiani Giorgio e Maso a ricordare il dettaglio che molti scordano: durante la resistenza la si cantò pochissimo (anche se i casi ci sono) e la si cantò molto dopo. 

“Il muto di Gallura” d’onore e di vendetta

Il film di Matteo Fresi, un gioiello cinematografico che sotto il pretesto di una diatriba locale racconta invece l’universale inclinazione dell’essere umano alla difesa del proprio status sociale, tesse la sua fluida e tesa narrazione lungo dicotomie come amore e morte, guerra e pace, uomini che si fanno giustizia da sé per difendere l’onore come chiede la tradizione e uomini dello Stato che provano a portare sull’isola una giustizia legalizzata (ma “chi ne ha mai visti di re in Gallura?”). Per quanto divise dalle questioni d’onore e di vendetta, le due famiglie allargate che si contrappongono costituiscono un vero e proprio microcosmo sociale, esaminato da Fresi nella sua immanenza storica

“C’mon C’mon” tra intelligenza emotiva e ricerca di risposte

C’mon c’mon può essere sinteticamente definito come un film sull’intelligenza emotiva, quella capacità celebrale di elaborare ed esternare le emozioni che è stata lungamente sottovalutata dai genitori nelle generazioni precedenti e che comincia ad essere considerata un pilastro dell’educazione adesso, con l’emersione di sempre maggiori studi sulla psicologia del bambino e anche con uno spostamento di attenzione, che è propria della generazione millennial, dall’obiettivo della realizzazione lavorativa a quello del benessere fisico e psicologico.

“Apollo 10 e mezzo” tra biografia e cinefilia

Attraverso un costante e irresistibile flusso di coscienza mascherato da album dei ricordi, Linklater si dimostra uno dei narratori per immagini più intelligenti e consapevoli in circolazione, tanto abile nel dare forma a molteplici dimensioni quanto esperto nel riuscire a navigarle senza mai perdere di vista l’obiettivo ultimo del suo lungo peregrinare. Apollo 10 e mezzo è quindi un tuffo nel passato del regista, sia biografico che cinematografico. Sono tante, infatti, le rime interne alla sua filmografia che Linklater inserisce nel film, in grado di intrecciarsi in maniera fluida e naturale con i ricordi d’infanzia.

“Love After Love” e la danza delle passioni

Dopo Love in a Fallen City (1984) e Eighteen Springs (1997), Ann Hui, uno dei nomi più importanti della New Wave hongkongese degli anni Ottanta, torna a trarre spunto dalla scrittrice Eileen Chang, in questo caso con il primo racconto breve da lei scritto, Aloeswood Incense: The First Brazier. Love After Love mette in scena la Hong Kong della prima metà del Novecento, un’oasi agiata e un conglomerato di culture e tradizioni diverse, dove Oriente e Occidente si incontrano ma a prevalere sono i costumi dell’aristocrazia britannica.