Riguardando “Serpico” di Sidney Lumet

Serpico è uno dei più chiari prodotti della New Hollywood, come evidenziano il focus su New York (Lumet non ha mai girato un film a Los Angeles o dintorni), il budget relativamente povero e la presenza di un autore come Sidney Lumet che, inseguendo dappertutto lo scalmanato Serpico/Pacino, riesce a far risultare un’ampia metropoli come New York claustrofobica. Il senso di straniamento che provoca il film è perciò causato dal sovvertimento di ogni regola che lo avrebbe accomunato ad un qualunque biopic ma anche e soprattutto dall’impeccabile interpretazione di Al Pacino, che osa non abbellire o rendere più popolare il suo personaggio, mantenendolo con le contraddizioni, i tic e i problemi di ogni uomo

“Undine – Un amore per sempre” fra le onde ricorsive del destino 

Undine – Un amore per sempre, del regista tedesco Christian Petzold, racconta come l’amore dovrebbe essere e come lo sogniamo, divincolandosi dalle catene, che il regista soffre come limitanti, della sua mitologia di partenza. Ma insinua anche con ironia e un’insolita nota di tensione quanto siamo tutti potenziali vittime di allucinazioni di varia natura nel momento della fine di una relazione, e quanto ci raccontiamo favole romantiche per sostenere il trauma. Il sospetto che, dopo l’apertura al tavolo della caffetteria, Undine intraprenda un viaggio fantastico nei suoi desideri, avulso dalla realtà -che paradossalmente è proprio quella del mito- è il più sottile prestigio orchestrato da Petzold nei 90 minuti del film, e non ci si stacca mai di dosso.

Il thriller mentale di “Sto pensando di finirla qui”

Sto pensando di finirla qui è strutturato come un tipico sogno d’ansia, in cui si vuole arrivare da qualche parte (tipicamente a casa propria), ma accade sempre qualcosa, anche di incredibile e bizzarro, che non lo permette. Il tono emotivo è quello di certi fugaci momenti di frustrazione e imbarazzo, per qualche silenzio non voluto, una parola sbagliata, o un occasionale eccesso di verità, allungati alla durata apparentemente insostenibile di 134 minuti. La tensione prolungata che ne deriva è da vero e proprio thriller psicologico, un “thriller della mente”. 

“Il meglio deve ancora venire” e la tradizione del buddy movie

Tutto ciò che Il meglio deve ancora venire rappresenta in termini di discorso filmico e pratica testuale viene direttamente dalla negoziazione rigorosa col suo prototipo, o meglio ancora dalla consapevolezza di esserne la formula. Se Quasi amici ha avuto un impatto a prova di immaginario sull’industria culturale francese, avendo rielaborato a sua volta le connotazioni del buddy e del road movie, il modello che ha proposto non ha mai cessato di produrre surrogati. Due persone che si scoprono unite al di là delle incompatibilità caratteriali, che poi si respingono e riconciliano, non è soltanto il punto di partenza per il film della coppia Delaporte/La Patellière ma ne è il significato assoluto.

John Merrick o la potenza del visibile

Attraverso alcune importanti fonti critiche, indaghiamo ancora una volta – a quarant’anni dalla sua uscita e in occasione del restauro distribuito da Cineteca di Bologna – i valori artistici e morali di The Elephant Man. Analizzando i film più classici di Lynch, ci si accorge che The Elephant Man rappresenta il sistema di lettura dell’opera di questo regista. Il racconto della vita di John Merrick, che non rinuncia né al morboso né al comico né all’orrore, sembra più concentrato sull’effetto sortito dal repellente somatico sugli uomini che interagiscono con il protagonista. che non sulla incolpevole mostruosità dello stesso. Ciò non impedisce, peraltro, a Lynch di costruire alcuni quadri astratti, all’interno dell’affidabilità narrativa della pellicola, nei quali il corpo o la testa deformati di Merrick assumono una valenza quasi artistica. 

“Nuevo orden” e le strutture della violenza

Gran premio della giuria a Venezia 77, Nuevo orden è un singulto violento senza controllo e senza tregua. Tra le critiche mosse alla pellicola, che vede Michel Franco in stato di grazia circa il controllo della scena, ricorrono una mancanza di coraggio nel marcare una linea narrativa nitida e un’esibizione eccessiva del sadismo che non lascia spazio a riflessioni di sorta. Se da un lato ciò è condivisibile, bisogna ribadire che Nuevo orden è un “helter skelter” che vuole evidenziare le strutture nascoste dietro la violenza più manifesta e riconoscibile. Non le “ragioni” della violenza, ma i corsi e ricorsi storici che conducono alla sua orchestratissima arbitrarietà: un circolo vizioso che rievoca antiche dittature militari e nuovissime manipolazioni.

“Alps”. L’uomo nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Lo spazio è un circuito chiuso, il tempo non ha durata e non sono concesse verticalizzazioni, né profondità di campo. Gli ambienti in cui si muove la macchina da presa sono sale di tortura fisica e psicologica in cui i personaggi diventano silhouette senza vita al centro dell’esperimento di un sadico che si chiede cosa ci sia di autentico in questo mondo congelato. Lanthimos realizza così un claustrofobico dramma surreale carico di humour nero, ambientato in un tempo senza social in cui le interazioni tra gli esseri umani si riducono a corpi da indossare e da vivere.

“The Elephant Man” e la critica

L’uscita in prima visione del restauro di The Elephant Man di David Lynch, in occasione del quarantennale del film, ci permette di proporre un’antologia critica, sia d’epoca sia posteriore. Molto interessanti i percorsi interpretativi di grandi maestri della recensione, a riprova che la ricchezza dei film di Lynch viene dimostrata anche dalla molteplicità di letture che ne scaturiscono negli anni. Davanti a questa nuova edizione, ci sentiremo tutti come Richard Brody: “Non avevo più rivisto il secondo lungometraggio di David Lynch, The Elephant Man, dai tempi della sua prima uscita, nel 1980; vedendolo di nuovo, con l’aggiunta di tre decenni di estatici ricordi, sono rimasto sorpreso”. 

“Nomadland” tra ombra della fine e tenue speranza

Per la precisione e la spontaneità, il Leone d’Oro Nomadland è da considerarsi l’opera della maturità per Chloé Zhao, che pur mantenendo la sua impronta marcatamente estetizzante, riesce in questa occasione a smarcarsi da una scolastica concezione del dramma. Sprazzi di realtà in presa diretta, che sfociano talvolta in un atteggiamento quasi documentaristico, si alternano alla maestosa imponenza di un’America ampia e spoglia come raramente la si è potuta ammirare nelle produzioni d’oltreoceano. I primi piani della protagonista fanno da contrappunto a campi lunghi in cui il suo corpo viene ridotto ad una minuscola sagoma sovrastata dalle tinte crepuscolari degli immensi paesaggi. E malgrado l’ombra di una fine inevitabile incomba minacciosa su ogni sequenza, Nomadland riesce a conservare una sfumatura di tenue speranza.

“Wife of a Spy” a Venezia 2020

Maestro del J-Horror di inizio anni duemila (Kairo, Loft, Castigo), autore di potenti storie crime (The Cure), ma anche regista di acclamati drammi d’autore (Tokyo Sonata), fantascienza (Before We Vanish), thriller (Seventh Code). Kiyoshi Kurosawa è una vera colonna portante del cinema giapponese, e in quanto tale l’aspettativa era alta rispetto al suo Wife of a Spy, thriller spionistico ambientato nella provincia di Kobe negli anni quaranta del Novecento. Perché sul genere, per lui, sembrava fin troppo facile poter giocare. In Wife of a Spy, invece, non solo “la grande storia” rimane irrimediabilmente sullo sfondo, ma anche la parabola dei personaggi non riesce a convincere.

Il conflitto narrativo di “Hopper/Welles”

Un dialogo tra due figure emblematiche nell’industria cinematografica del proprio tempo, alla stregua dei più formali confronti tra Francois Truffaut ed Alfred Hitchcock o la più recente intervista di Olivier Assayas ad Ingmar Berman, ma con una fondamentale differenza: in questo caso non è il giovane baldanzoso che interroga il Maestro, bensì il navigato autore che dall’alto della sua levatura culturale trova un perverso piacere a problematizzare le affermazioni dell’esordiente. Il ritratto che traspare è quello di un Orson Welles disilluso, pesantemente inaridito dalle diatribe produttive, contrapposto all’ingenua spensieratezza di Hopper, stella in ascesa che ancora conserva l’illusione di poter cambiare il mondo con il potere della propria arte.

“Paolo Conte, Via con me” e il labirinto musicale dell’esistenza

Vediamo Paolo Conte, Via con me come un omaggio, dunque. Non un “ritratto”, ma un tributo. E da questo punto di vista Giorgio Verdelli — musicofilo noto per i suoi documentari e i suoi Speciali Rai dedicati prevalentemente ad artisti italiani — con la Topolino amaranto è costretto a fare un’inversione di marcia rispetto ai suoi lavori, proprio in virtù di ciò che Paolo Conte rappresenta. Paolo Conte è un monumento, ma è soprattutto un libro chiuso e al contempo apertissimo, perché ha sempre fatto parlare le canzoni. Come ama ribadire: lui è “l’avvocato difensore delle canzoni.” E tanto basta.

“Run, Hide, Fight” a Venezia 2020

L’irruenza da b-movie di Run, Hide, Fight, che entra a gamba tesa nella discussione da una prospettiva conservatrice fino al midollo, ha il merito oggettivo di infrangere questo tabù, tentando con le armi viscerali del cinema di genere di restituire un senso degli eventi, una “visione” (in luogo di un puro “sguardo”) su perpetratori e vittime. Non è un caso che, prima di scatenarsi a cervello spento per tutto l’ultimo atto, per costruirsi dei presupposti psicologici l’action adrenalinico chieda soccorso all’horror, il genere che assieme a certa commedia demenziale ha meglio esplorato il lato oscuro dell’america adolescente. Sottolineiamo psicologici, perché ovviamente l’idea di un’origine ambientale della furia omicida non sfiora la sensibilità redneck dei realizzatori.

“Narciso in vacanza” a Venezia 2020

Narciso in vacanza è la volontà di raccontare una storia. Nient’altro. Non si esplorano i luoghi del racconto e non ci sono filmati d’archivio: chi pensava di imbattersi in un percorso documentario “canonico” e ricco di immagini inedite troverà soltanto un uomo davanti alla macchina da presa. Quell’uomo è Caetano Veloso, uno dei più grandi musicisti brasiliani (e internazionali) di sempre. Insieme a Gilberto Gil, Gal Costa e Tom Zé, Caetano fu il fondatore del Tropicalismo, un movimento d’avanguardia musicale che nasce alla fine degli anni Sessanta, poco prima del nostro racconto. È un racconto tenuto a lungo segreto, un evento che Caetano è riuscito a mettere nero su bianco solo nel 2002 (nel suo libro Verdad tropical) e che oggi è affidato unicamente alla sua personalissima rievocazione.

“Cari compagni!” senza più certezze

Konchalovsky riesce qui nel difficile compito della riduzione di ciò che è complesso, riuscendo però nel contempo a restituirne un quadro esaustivo e potente: procedendo ritmato e veloce come un treno, Cari compagni! non lascia un attimo di respiro e come strattonando lo spettatore per un braccio lo trascina con sé nella sua ricerca disperata. E se nella rappresentazione delle masse Konchalovsky decide di rimanere a debita distanza, rinunciando alla forza attrazionale dei volti, anche il ritratto di Lyudmila ha il contorno del campo lungo, ed è sempre al centro ma non è mai davvero vicina: isolata dallo sguardo del regista allo stesso modo in cui è abbandonata dai suoi “tovarish”.

“Selva Tragica” a Venezia 2020

Come tante streghe del cinema contemporaneo essa mostra inizialmente un volto inerme: quello di una ragazzina spaventata, a giudicare dal vestito di lino bianco probabilmente una domestica, che insieme ad altri due fuggitivi si inoltra nella giungla al confine fra Messico e Honduras britannico (oggi Belize) inseguita con cani e fucili dal suo padrone inglese. Col suo dualismo arcaico e misterioso, il film di Olaizola espande la già ricchissima galleria dei ritratti femminili di questa edizione della Mostra, ricordandoci che le vie per la ricodificazione dei ruoli di genere sono infinite, e se necessario possono benissimo inserirsi nel solco di concezioni apparentemente svilenti e inattuali, sfruttarne il fascino, rivendicarne per sé la potenza immaginifica.

“Le sorelle Macaluso” e la potenza della sincerità

Qual è il tema cardine di questa amara sinfonia di dramma e ilarità? L’inesorabilità dell’incedere cronologico, che non si arresta di fronte alle difficoltà umane, ai rimpianti insanabili e all’azione opprimente della memoria che grida imperterrita il proprio dolore senza trovare pace. Mirato alla rappresentazione di questo fenomeno Le sorelle Macaluso è un film dolorosamente spietato nella sua volontà di non voler concedere alcun appiglio consolatorio. E a chi considera riprovevole il fatto che le protagoniste vengano mostrate solamente nei loro momenti di massima vulnerabilità, il racconto pare voler ribattere con tono aggressivo che la rappresentazione enfatica e reiterata del dolore può trascendere il facile manierismo ed aspirare, cose in questo caso, ad essere un’onesta e puntuale riflessione su esperienze che troppo spesso tendono ad essere represse.

“Notturno” e la fenditura del reale

Non c’è un modo semplice di osservare e restituire realismo e veridicità a realtà e popolazioni molteplici che hanno subito ingiustizie e ingerenze pluridecennali. Il regista sceglie di affrancarsi da qualsiasi giudizio, non assolve, non discerne, cerca di non porsi come un’autorità insindacabile tra la realtà e la scena, anche quando il soggetto filmato non è evidentemente un attore, né tenta di esserlo (ma rischia di diventarlo). Rosi trova abilmente una fenditura in cui sottrae le considerazioni; lo fa pur rimanendo in prossimità del soggetto che filma, anche quando il soggetto non è un soggetto ma è un carcere, anche quando da carcere si fa teatro di un ospedale psichiatrico, anche quando l’elemento di confine, il concetto di frontiera è occupato da una madre yazida, un cacciatore in barca e una maestra elementare che fa terapia di classe.

“One Night in Miami” a Venezia 2020

Il debutto alla regia di Regina King (Oscar come miglior attrice non protagonista per Se la strada potesse parlare) è un film sorprendente da tutti i punti di vista. In uno spazio di pochi metri magistralmente illuminato da Tami Reiker e in poche altre selezionatissime scene di interni ed esterni, quattro prove attoriali di rara intensità rievocano un dibattito antico ed estremamente attuale da un’angolazione inedita. Conservando una struttura e un’attitudine visceralmente teatrale (come un Carnage depauperato di cattiveria), One Night in Miami riesce ad affrontare i dubbi sull’emancipazione con uno sguardo arguto, così a fuoco da risultare disarmante. Ed è questo a rendere l’evento (reale e immaginario) così contemporaneo.

“Khōrshīd” a Venezia 2020

A volte non c’è cosa più difficile che riallinearsi a uno sguardo bambino. Majid Majidi ci costringe a farlo da sempre, dai tempi di Baduk, Pedar e I ragazzi del paradiso, i cui nomi dei protagonisti (Ali e Zahra) recupera anche per Khorshid (Sun Children), il suo ultimo lavoro. Da Venezia 77, c’è già chi accusa Khorshid di accartocciarsi nel proprio sentimentalismo e questa è la conferma che per entrare nell’universo di Majidi bisogna letteralmente piegarsi, abbassarsi all’altezza di quei ragazzi e provare a tenere il tempo delle loro corse, dei loro scatti, dei loro sogni. Il sentimentalismo non c’entra niente perché Khorshid sa essere feroce: feroce, sì, perché un assaggio di tenerezza la offre, solo per privarcene subito dopo. 

“Salvatore: Shoemaker of Dreams” e la follia creativa di Ferragamo

Nel ripercorrere la storia di Salvatore Ferragamo, Luca Guadagnino sceglie di parlare sì dell’uomo, della sua biografia, ne tratteggia un’agiografia a tratti avventurosa e a tratti privata, ma tradisce il loro interesse verso questa figura soprattutto nel raccontare il suo rapporto con la storia del cinema. Nel periodo infatti in cui questo visse a Santa Barbara, nacquero e poi fiorirono i primi teatri di posa, le prime case di produzione, e soprattutto i primi divi. Ma è nell’uso delle immagini d’archivio, delle tante interviste non solo ai familiari (che tramandano, giustamente, la vulgata interna) ma proprio agli storici e agli studiosi del cinema che effettivamente esplode, come un’intuizione, la profonda relazione tra moda e divismo, estetica e narrazione