Ennio Morricone e la libertà come forma di disciplina

Quando si pensa alla colonna sonora di un film spesso si fa l’errore di confondere il concetto di “musica al servizio delle immagini” con una certa passività nei confronti dell’opera. Morricone, au contraire, ha sempre combattuto contro il modello unico del compositore, rifiutando ogni tipo di standardizzazione. Non è un caso che nelle sue creazioni si mischino jazz, rock, beat, samba, Beethoven e la grande musica classica. L’autonomia della composizione è uno statuto che Morricone ha coltivato nel perseguire con costanza un’etica-poetica. L’atto del comporre per Morricone ha significato studio, tensione passionale, libertà come forma di disciplina, la ricerca di una struttura indipendente.

“Roubaix, una luce nell’ombra” accesa da Dickens e dalla compassione

Nessun triangolo amoroso, nessun regista in crisi artistica, nessun’adunata familiare natalizia in una casa grande e ricca. Arnaud Desplechin, sessant’anni il prossimo ottobre, ha atteso di sentirsi maturo come uomo per dedicarsi da regista ai temi della povertà e dell’emarginazione, inediti nel suo cinema, ma diventati cronaca quotidiana nell’Europa della crisi economica, ora sulla soglia di un altro tracollo dai contorni indefinibili. La sua città, in Roubaix, una luce nell’ombra, è teatro al pari di molte altre di un crescente disagio sociale cui si accompagnano degrado e criminalità di strada, per i quali il regista sceglie un’iconografia di vicoli, tetti e usci che fanno pensare alla Limerick di Frank McCourt o alla Londra di Charles Dickens.

Chi sbanca il tavolo è l’Autore. I 25 anni di “Casinò”

Quasi tre ore di durata, trenta minuti in più di Quei bravi ragazzi e trenta in meno di The Irishman: Casinò, sedicesimo lungometraggio di Martin Scorsese uscito esattamente un quarto di secolo fa, fino al 2019 è il capitolo finale della trilogia della malavita dell’autore newyorkese, cominciata nel 1973 con Mean Streets e proseguita nel 1990 con Quei bravi ragazzi. Fino all’anno scorso, appunto, perché l’arrivo del funereo The Irishman ha sparigliato le carte della filmografia di Scorsese, sottraendo proprio a Casinò l’insegna di riflessione ultima del regista sul mondo dei gangster, ed allontanandosi in modo radicale dal consueto approccio scorsesiano alla materia. Venticinque anni dopo e al cospetto dello strappo in avanti di The Irishman, l’importanza e la bellezza di Casinò sono intatte e rinnovate.

Fenomenologia del cinema all’aperto

Ora che a luglio riaprono le arene (come ogni anno, ma con un lieve ritardo e dopo mesi in cui nessuno si immaginava che si potesse fare), anche il consumo cinematografico dovrebbe ricominciare a respirare. Certo, anche il 10% delle sale ha riaperto, ma quelle del circuito di qualità in gran parte chiudevano comunque e i multiplex non hanno nuovi prodotti da offrire al pubblico – anzi, i pochi film previsti per luglio sono slittati oltre Ferragosto. Sebbene le arene non siano tutte gestite da esercenti di sale, e sebbene non possano fare altro che tamponare una crisi di settore che dovrà trovare sbocco a settembre (pena l’estinzione di una buona percentuale degli schermi nazionali), questi luoghi all’aperto sono preziosi e aiutano tutto il settore. 

Xavier Dolan e l’affannosa ricerca di sé: “Matthias & Maxime”

Matthias & Maxime si apre sulla corsa in tapis roulant dei due protagonisti: chiara espressione metaforica del contenuto tematico e stilistico dell’intero film. L’ultima opera di Xavier Dolan è una corsa che mette in luce l’affanno provocato dalla ricerca di sé. Il percorso dei due amici verso la comprensione del reciproco sentimento che li lega è una corsa contro il tempo, scandita in capitoli che segnano l’inesorabile avvicinarsi dell’imminente partenza per Melbourne di Maxime. È proprio questo affanno che emerge dalle scelte stilistiche del regista canadese, che attraverso un uso sapientissimo del montaggio, un’attenta scelta delle inquadrature e un accurato studio del sonoro riesce a rendere alla perfezione la confusione emotiva dei due protagonisti.

I corti di Annecy 2020

La selezione di cortometraggi che andiamo a proporre è solo una minima parte dei numerosi prodotti d’autore (in termini numerici 37 solo in concorso ufficiale, 177 in totale) che hanno occupato una massiccia percentuale dell’Annecy Festival di quest’anno. I cortometraggi, è doveroso dirlo, sono da sempre parte integrante di Annecy, quale vetrina e importante trampolino di lancio per artisti e animatori del globo. Perciò, ecco una breve ed esaustiva Top 10, con bonus sorpresa, dei cortometraggi più interessanti presentati ad Annecy 2020.

“Psycho” e l’emozione di massa del cinema autoriale

Da sessant’anni, Psycho (1960) provoca quella “emozione di massa” che Hitchcock dichiarava essere il suo obiettivo nella lunga intervista a François Truffaut. Il film ha fatto ininterrottamente emergere dal macero del Bates Motel le nostre nevrosi, le nostre paure e le nostre speranze represse, continuando a possedere l’immaginazione di chi crea e di chi fruisce cinema. Ha contribuito a cambiare non solo la grammatica del genere horror ma anche la sua storia produttiva e la sua commercializzazione. Psycho ha generato svariati sequel, un omonimo remake “inquadratura per inquadratura” di Gus Van Sant nel 1998, una serie televisiva di cinque stagioni, Bates Motel (2012-2017), e Hitchcock (2013) di Sacha Gervasi, un film sulla rischiosa realizzazione di Psycho e il trionfo commerciale che seguì la sua uscita nelle sale. 

“My Favorite War” ad Annecy 2020

“Quando avevo cinque anni, il latte era la mia bevanda preferita. L’azzurro era il mio colore preferito. Le margherite erano i miei fiori preferiti. La Seconda Guerra Mondiale era la mia guerra preferita: quando giocavo con mio cugino volevo somigliare all’infermiera che nei film porta in salvo il soldato ferito”. Ilze Burkovska-Jacobsen è una regista lettone-norvegese che vediamo attraversare in autobus una fitta foresta di abeti, di quelle tipiche della seconda repubblica baltica che è la Lettonia. Burkovska in My Favorite War (vincitore del Contrechamp Award) rivive i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza vissute in un periodo storico molto sofferto per il suo paese: l’occupazione sovietica.

“The Nose or the Conspiracy of Mavericks” ad Annecy 2020

Liberamente ispirato al racconto Nos (1836) di Nikolaj Vasil’evič Gogol trasposto poi in opera buffa in tre atti da Dmitri Shostakovich nel 1930, l’ultima fatica dell’animatore russo Andrey Khrzhanovsky si presenta semplicemente come “una combinazione di eventi storici, biografie e capolavori di artisti, compositori e scrittori dell’avanguardia russa e del totalitarismo”. Insomma, a prima vista una carrellata celebrativa, un carnevale russo immerso nella storia contemporanea del  Ventesimo secolo. The Nose or the Conspiracy of Mavericks (che ha ricevuto il premio della giuria) non sembra seguire un’estetica uniforme: alterna tecnica mista, live-action, animazione CGI, figurine di carta, ritagli di giornale, collage digitale, colori a pastello e carboncino con un succedersi di folle, persone e personaggi ricorrenti della storia contemporanea.

Biografia (educativa) di Miles Davis

Osare o non osare? Questo è il dilemma… Parafrasando Shakespeare è possibile evidenziare il limite di Miles Davis: Birth of the Cool, episodio della storica serie American Masters sui grandi nomi dello spettacolo e della cultura statunitense, ultimo lavoro del documentarista afroamericano Stanley Nelson Jr., autore sempre rivolto al glorioso passato nero (Jonestown, Freedom Riders, Black Panthers). L’eccessiva riverenza, pur doverosa verso una figura quale Miles Davis, emblema del jazz moderno e anticipatore delle sue molteplici evoluzioni, la cui eredità è un bagaglio culturale enorme per tutto il mondo, fa mancare quello slancio, quel rischio in più che deve essere corso in questi casi, pena l’uniformare un lavoro accattivante alla tipologia standard dell’edutainment televisivo.

“F for Fake” e la verità del falso

F for Fake intreccia un numero di temi wellesiani imponente: dal rapporto ambiguo con Hughes dai tempi di Quarto potere (la seconda personalità che si agitava sotto la prima, Hearst, nel personaggio di Kane) al piacere del vero/falso (It’s All True), all’ossessione per la magia e l’inganno o, meglio, per il cinema come arte della contraffazione poetica. Giustamente i critici hanno segnalato la paradossale bandiera iraniana sotto cui batte la produzione di F for Fake non meno assurda di quella marocchina per Otello. Potere del montaggio, cinema come stato della mente, disancorato dai set, dagli studios, dai teatri di posa. Si ribadisce dunque la forza provocatoria del progetto di Welles, ancora oggi impareggiabile esempio di teoria del falso anche prima della esplosione comunicativa postmoderna.

“The Vast of Night” e i misteri della notte americana

The Vast of Night – L’immensità della notte, disponibile dal 29 maggio su Amazon Prime, è un film minimale, elegante e sorprendente. Presentandolo al Toronto Film Festival, il regista Andrew Patterson ha spiegato al pubblico come due elementi fossero per lui dei presupposti essenziali: voleva fare un film che prendesse il genere seriamente e che si potesse ascoltare come se si trattasse di un racconto radiofonico o di un podcast. Entrambi gli aspetti risultano chiaramente dalla visione dell’opera prima del regista, che è alcontempo un’operazione di minuzioso citazionismo storico ed estetico e una prova di abilità affabulatoria, grazie all’utilizzo del dialogo e della narrazione, che rendono The Vast of Night un misterioso, piccolo gioiello cinefilo.

“Kill It and Leave This Town” di Mariusz Wilczynski ad Annecy 2020

Con Kill It and Leave This Town Mariusz Wilczynski fa del cinema d’animazione uno strumento per chiudere a chiave in un cassetto e in qualche modo conservare il proprio dolore e il trauma della perdita. Wilczynski disegna con una matita, come farebbe un bambino, un mondo tutto suo in cui il concepibile della mente umana diventa tangibile. Un mondo immaginario, quindi? Mica tanto. Wilczynski mette insieme tasselli della propria infanzia e crescita citando i fumetti pop, omaggiando e menzionando grandi nomi della cultura popolare polacca (sono un esempio le musiche di Tadeusz Nalepa e le voci di Daniel Olbrychski e Andrzej Wajda), oppure facendo risorgere su della carta da bloc-notes i genitori e il migliore amico di una vita scomparsi troppo presto.

Ripensando “Fino all’ultimo respiro”: la rivoluzione formale

Ripensiamo a una delle scene più analizzate di Fino all’ultimo respiro, in cui il rapporto causa/effetto che caratterizzava i personaggi nella narrazione classica si dissolve. La sequenza è ambientata in una camera dell’hotel de Suède, dove Michel e Patricia avviano un discorso che va a toccare amore, filosofia e letteratura. Gli scambi tra i due non sono tradotti per mezzo del tradizionale campo e controcampo, ma attraverso inquadrature in cui Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo appaiono simultaneamente dalla stessa prospettiva. Godard incoraggiò gli attori ad estraniarsi dai personaggi e liberarsi degli artefici, così da rendere la scena estremamente spontanea. Nonostante lo spettatore sia consapevole di assistere ad un film – Godard d’altronde lo ricorda continuamente – allo stesso modo la purezza delle azioni di Belmondo e Seberg li fa sembrare protagonisti di un documentario sulla loro vita.

“Da 5 Bloods” e i conti aperti con il passato

Sulla scia dell’esplosivo BlacKkKlansman, il regista di Atlanta torna a rivangare il passato recente d’America in cerca delle radici dei grandi problemi irrisolti nel contesto nazionale contemporaneo. La vicenda dei quattro veterani afroamericani, che tornano in Vietnam alla ricerca delle spoglie di un quinto commilitone e di un tesoro sottratto anni addietro al governo americano e ai Lahu per sostenere la causa nera, ha una doppia funzione. Da una parte affrontare una pagina troppo poco conosciuta della storia statunitense, ovvero il contributo afroamericano alla causa bellica, dall’altra lanciare una critica feroce all’odierno spirito americano incarnato dal modello trumpiano, la cui avidità e prepotenza stanno logorando dall’interno il tessuto sociale, mettendo tutti contro tutti in uno scontro fratricida le cui conseguenze sono ormai evidenti.

Conosciamo davvero Alberto Sordi?

Siamo tutti convinti di conoscere Alberto Sordi, non fosse altro per la determinante incidenza sull’immaginario collettivo, per la frequenza con cui rivediamo i suoi film, per l’affetto di alcuni estimatori rassicurati dallo specchio deformato pari solo al disprezzo di altri modellato sulla superficie della filippica di Nanni Moretti. E tuttavia tendiamo sempre a ricordarlo quasi solo per il ritratto dell’italiano medio, certo la sua operazione più importante specialmente nell’ambito della nostra stagione di massima gloria. A cent’anni dalla nascita la retorica rincorre il ricordo, immemore dello spirito di Rodolfo Sonego (il “cervello” di Sordi), e la pigrizia dell’omaggio, come sempre modulato sulle marcette di Piero Piccioni (il “corpo” di Sordi), si accompagna al burocratico disbrigo della celebrazione fine a se stesso.

La strada di Renzi e Fellini

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Renzo Renzi (1919-2004), di cui la Cineteca di Bologna ha festeggiato i 100 anni a dicembre dell’anno scorso. Intellettuale di grande levatura culturale e morale, fu tra i più illuminati e acuti critici cinematografici italiani. Capì e difese il cinema di Fellini sin dai sui esordi, come dimostra questo articolo II clima del ’40, pubblicato su Il Contemporaneo, il 23 aprile 1955. In La strada (1954), la dimensione mitica, onirica e stralunata dei personaggi calati in un paesaggio italiano desolante, sollevò un putiferio di polemiche e stroncature. Dov’era finita la lezione del Neorealismo, si chiedevano quelli di sinistra e i cattolici potevano mai accettare che gli emarginati, gli ultimi, non venissero salvati dalla Provvidenza?

“Svengali” e l’espressionismo americano

Svengali (Archie Mayo, 1931, con John Barrymore) è uno dei più importanti film americani degli anni Trenta. Incredibilmente risulta inedito in Italia, se non in DVD fuori catalogo, e poco citato dagli studi sui film hollywoodiani. Si tratta di un caso davvero raro. Ci troviamo di fronte a un film ibrido e particolare, che concentra in sé le caratteristiche del miglior cinema muto, in particolar espressionista, e gli elementi di maggior funzionalità del cinema americano, compresi collaboratori e attori. A ben pensarci, infatti, questa storia di sopraffazione e plagio sembra uscita dal perfetto manuale del buon Espressionista. Come il Caligari, come il rabbino creatore del Golem, come lo scienziato della Maria di Metropolis, come Faust, anche Svengali è un uomo irrazionale e dominante, che punta a soggiogare le proprie vittime attraverso magia nera e trucchi ottici.

Benvenuti nel David Lynch Theater

Cosa ci fa un artista ricercato come David Lynch su Youtube, una delle piattaforme più mainstream al mondo? La risposta a questa domanda, che in molti si sono posti a partire dallo scorso maggio, è eccentrica quanto il quesito stesso ed il suo protagonista: bollettini meteorologici. Dall’undici maggio scorso l’artista americano ha infatti cominciato a proporre brevi video (intorno ai 35 secondi) a cadenza giornaliera in cui guarda fuori dalla finestra e descrive le condizioni meteorologiche di Los Angeles. A parte qualche variazione sullo stesso tema, il canale gestito da Lynch stesso ospita anche due brevi video in cui parla di bricolage e un cortometraggio del 2015 da lui diretto.

Chi ha “Paura” di Richard Wright?

Paura (1940, in originale Native Son) di Richard Wright fu il primo romanzo di un autore afro-americano ad essere selezionato, seppur dopo pesanti tagli, dal prestigioso Book-of-the-Month Club, diventando l’archetipo per il genere del romanzo di protesta sociale che tanti autori afro-americani seguiranno e da cui altrettanti prenderanno le distanze. In meno di un secolo di vita, il romanzo di Wright ha interessato registi come Welles, Rossellini e Carné e ispirato ben tre riduzioni filmiche, prova dello sguardo particolarmente cinematografico del suo autore e dell’attrazione, mista a repulsione, che il romanzo esercita sulla cultura afro-americana e americana. L’uccisione del cittadino afro-americano George Floyd da parte della polizia e la conseguente eruzione di disordini razziali ci dimostra quanto l’indagine di Richard Wright della società americana sia ancora rilevante.

“Doppio sospetto” e lo specchio del perturbante

Il lavoro di Olivier Masset-Depasse pullula di immagini del doppio: dapprima insiste sul tema dello specchio, e poi ne mostra implacabilmente le crepe. Richiama manifestamente un immaginario noto: è Douglas Sirk – il suo Technicolor fiammeggiante, le sue eroine borghesi sconquassate dalle passioni – il riferimento a cui rifarsi, lo stile da emulare e poi, post-modernamente, trasformare in maniera. Come nei melodrammi del maestro austriaco, tanto più la tragedia si fa lacerante quanto più si allarga un abisso raccapricciante tra la materia narrativa e la forma, che non rinuncia alla magniloquenza sfavillante, al barocchismo irriguardoso. E si allunga anche l’ombra di Hitchcock.