“The United States of America” e l’America come sineddoche

C’è già stato un The United States of America nella filmografia di James Benning – tra i più radicali registi del cosiddetto slow cinema – era un corto del 1975 girato insieme alla moglie in cui, tramite una cinepresa montata nei sedili posteriori della loro automobile, riprendeva estratti di paesaggi americani incontrati nel loro viaggio da una costa all’altra.  Tra quel corto e oggi c’è stata la rivoluzione digitale che ha stravolto il suo modo di concepire il cinema, ma l’inclinazione al road movie non è svanita. Oggi James Benning torna a quel titolo con un nuovo lungometraggio, presentato a Berlino e in concorso all’ultima edizione di Filmmaker a Milano

“Glass Onion – Knives Out” invito al giallo con citazionismo

Glass Onion – Knives Out di Rian Johnson è il secondo capitolo di una annunciata trilogia cominciata con Cena con delitto – Knives Out (2019), il cui successo ha fatto da apripista al revival massiccio della lettura del genere incentrata su autoironia e iper-consapevolezza. Nulla di inedito, naturalmente: la compresenza di trama gialla tradizionale e sua contemporanea aperta presa in giro è qualcosa che viaggia sugli schermi almeno da Invito a cena con delitto di Neil Simon. Ciò che Johnson ha saputo fare con perizia è stato riprendere questi stilemi virando ulteriormente verso ossessioni tutte (post)contemporanee come il citazionismo e la meta-narrazione.

“Il prodigio” della verità e del dubbio

Lelio ci avverte: è una storia e in quanto tale possiamo affidarci alla sospensione dell’incredulità. scegliere se crederci ciecamente, costruirci delle opinioni e, soprattutto, da che parte stare. Non c’è altro, è tutto lì. Addirittura, Lelio inizia il suo racconto svelandoci dapprima il “trucco”, con tanto di impalcature, attrezzi da set e voce off screen di Niamh Algar che sveste i panni di Kitty, sorella di Anna. Il fatto è che siamo umani ci dimentichiamo immediatamente che dietro c’è un inganno. E allora ci crediamo davvero.

“Lucky Luciano” e l’analisi del Potere mafioso

Non è azzardato definire Lucky Luciano come una biografia schizofrenica del boss mafioso italo-americano, un po’ come Il caso Mattei lo era stato per il grande e illuminato industriale: una pellicola che mette in scena alcuni stralci più significativi della sua vita, muovendosi spesso avanti e indietro nel tempo con vari flashback e bruschi ritorni al tempo presente della storia narrata. È un film sicuramente incentrato primariamente sulla figura di Luciano (un Volonté che giganteggia come sempre, in una mimesi perfetta del personaggio, per esempio nello sguardo e nei vestiti eleganti), eppure è al contempo una pellicola corale, con un cast ricco e azzeccato.

“Salvatore Giuliano” come processo al genere:

Fin dalle informazioni iniziali che dichiarano che i luoghi dove è stato girato il film sono gli stessi dove Giuliano ha passato gli ultimi anni della sua vita, il film rifiuta il genere del biopic per connotarsi come un’indagine di cui la macchina da presa rappresenta il principale strumento di detection. Rosi e gli sceneggiatori Suso Cecchi d’Amico, Enzo Provenzale e Franco Solinas paradossalmente non conferiscono a Giuliano un’identità cinematografica riconoscibile: il volto di Pietro Cammarata, già di per sé sconosciuto agli spettatori, non viene mai inquadrato in modo nitido e la figura del bandito non diventa mai protagonista in prima persona della narrazione.

“Tori e Lokita” di rigore bressoniano

Dopo quaranta anni di carriera e due Palme d’oro, i Dardenne continuano a proporre il proprio “cinema senza stile” consapevoli della necessità di far esistere questi corpi marginalizzati e disconosciuti. Si possono notare negli anni differenze come il sempre maggior impegno nella scrittura che ha messo in secondo piano il lavoro d’improvvisazione e sperimentazione sul set. L’inquadratura in semisoggettiva non è più nervosa come un tempo, eppure rimane costante il rigore dello sguardo.

“Spaccaossa” e il lamento funebre del dramma sociale

È grigio il mondo di Spaccaossa di Vincenzo Pirrotta. È grigio innanzitutto a livello visivo, grazie a una puntuale e suggestiva fotografia curata da Daniele Ciprì. Il regista aveva le idee molto chiare sull’atmosfera che doveva emergere dal lavoro luministico: ricordandosi di quando da bambino assisteva alla processione del venerdì santo a Partinico (PA), voleva rievocare l’effetto che il manto nero della statua della Madonna aveva sui piccoli astanti quando ai loro occhi si trovava a coprire il sole. Questo “effetto eclissi” nel film ben delinea il mondo senza luce in cui si muovono le anime disperate del racconto.

“Bones and All” tra solitudine e metafora queer

Il colpo di genio di Guadagnino – e della strategia promozionale intorno al film – sta nel sovvertire già dai primi minuti quelle aspettative e confezionare una formula che in mano a qualcun altro avrebbe potuto prendere una deriva disastrosa: Bones and all è un film che fa incontrare una storia d’amore con il cinema on the road, caratteristico della narrativa statunitense, e con l’horror, non un horror politico e sofisticato come Suspiria (2019), ma un horror molto più carnale, con rimandi a George Romero e a Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme.

“Bones and All” e l’America fagocitata

Bones and All, come immaginabile, è un film che parla dell’affrontare la propria natura, combatterla, accettarla, contrattarla e interpretarla eticamente. Maren lo fa confrontandosi con diverse personalità: anziani che ritualizzano il processo, adulti che si “autocannibalizzano” e giovani che procedono con un’etica personalissima ma non sempre stabile. Tanto da poter affermare che la differenza generazionale, secondo Bones and All, è anche e soprattutto qualcosa che ha a che fare con l’etica e la morale.

“Notte fantasma” neo-noir fisico e dissonante

Quello del regista romano Fulvio Risuleo non è forse tra i nomi più sbandierati nelle nuove leve del cinema italiano, ma sicuramento è uno dei più interessanti e versatili. Autore di film e disegnatore di fumetti, si è fatto le ossa con vari cortometraggi e web-serie, per poi debuttare nel lungometraggio con Guarda in alto, a cui è seguito Il colpo del cane. Ma è probabilmente con il suo nuovo  Notte fantasma che il regista raggiunge la sua maturità artistica. Un film che si distacca dal gusto per la commedia e per il grottesco visto nei film precedenti, e che abbraccia i territori hard-boiled del noir contemporaneo con un’impronta del tutto atipica e personale.

Roger Deakins fotografo

Vincitore di due premi Oscar – rispettivamente per Blade Runner 2049 e 1917 – e ben altre quindici nomination, Sir Deakins accende per la prima volta i riflettori su una produzione più intima e personale: ByWays nasce come progetto monografico  nel 2021 con l’aiuto e l’appoggio della moglie James Ellis Deakins – curatrice della Mostra e con la quale dal 2020 intrattiene il podcast a tema cinematografico Team Deakins – e pubblicato poi da Damiani Editore. Un osservare il suo che si spoglia completamente di qualsiasi elemento possa risultare superfluo, come il colore che invece ricopre una parte predominante all’interno dei film per i quali ha lavorato.

“Cadaveri eccellenti” dentro la sconfitta degli ideali

Cadaveri eccellenti (1976), tratto dal romanzo breve Il contesto (1971) di Leonardo Sciascia, costituisce un importante capitolo nella riflessione cinematografica sul Potere, una costante nell’opera di Francesco Rosi, ma illumina anche il potere delle convenzioni di genere nel cinema italiano degli anni ’70. Rosi mostra il saldarsi del Potere dello Stato con quello delle sue componenti deviate e antidemocratiche (capaci di affascinare anche il Partito Comunista all’opposizione) sempre al lavoro per delegittimare le istituzioni e trovare un capro espiatorio nelle frange dell’estrema sinistra per le proprie ambizioni golpiste.

“The Great Buster” e il grande Bogdanovich

Data questa premessa, che cosa possiamo trovare nell’osservare il film di Peter Bogdanovich, regista che ha sempre manifestato interesse per la storia del cinema e degli autori (si veda il film Diretto da John Ford e il testo Il cinema secondo Orson Welles) sulla storia di Buster Keaton? Emerge la volontà di Bogdanovich di realizzare un racconto onnicomprensivo, in cui possa trovare spazio tutto: documenti, interviste, materiali d’archivio, biografia, aneddotica, un accenno alle dinamiche dello studio system a cavallo dell’introduzione del sonoro, analisi del film e critica.

“Diabolik – Ginko all’attacco!” e la visione fumettistica

I fratelli Manetti dirigono in maniera ancor più fumettistica, rispetto al primo capitolo, un testo che, come in passato, è un fumetto già dall’uso del “voi” tra i personaggi. Si pensi al ralenti del gettone telefonico che viene lanciato alla ballerina nella sequenza successiva ai titoli di testa, al lancio del pugnale, agli scambi di sguardi – quello a chiusura della linea narrativa tra Valerio Mastandrea/Ginko e Altea è intriso anche di cultura pop, infatti potrebbe ricordare lo sguardo sornione e contrito di Jerry Calà nel finale di Sapore di mare di Carlo Vanzina – ai primi piani e al frequente uso di dettagli e del campo-controcampo; strutturati e composti in maniera quasi desueta rispetto alla classica costruzione del quadro cinematografico.

“Boiling Point” sotto la pressione della cucina al cinema

La camera a mano, spostandosi in tempo reale dall’uno all’altro personaggio, rende ognuno a suo modo solo dentro al mondo circostante, ciascuno in balia del rischio di errore, nessuno sicuro di riuscire a sostenere ciò che è chiamato a fare. Boiling Point disseziona il concetto di successo professionale con amarezza e una punta di beffardaggine, continuamente smentendo le abituali convinzioni sui privilegi del potere, fra chef e sous chef affogati in un’ansia tracimante, camerieri maltrattati ai tavoli ma già rivolti col pensiero ai divertimenti fuori dal lavoro, lavapiatti che se la spassano bellamente mentre gli altri faticano.

“Un anno, una notte” e la poetica del superstite

La notte del 13 novembre 2015 Ramón González si trovava al Bataclan con la fidanzata e alcuni amici per assistere al concerto degli Eagles of Death Metal. Ramón ha raccontato la sua esperienza di sopravvissuto nel libro Paz, amor y death metal che ha ispirato Isaki Lacuesta per il suo ultimo film: Un anno, una notte. Già dal titolo si capisce che il cuore del film non sono tanto la notte e l’attentato, ricostruiti da regista e sceneggiatori attraverso diverse testimonianze, ma soprattutto i mesi successivi vissuti dai protagonisti, Ramón e Céline, una coppia di superstiti.

“Il momento della verità” tra uomini e bestie

Dell’eredità di Francesco Rosi, audace autore del quale ricorre il centenario della nascita, si è già ampiamente dibattuto in altre sedi. Qui, vorremmo ricordarlo attraverso uno dei suoi film meno conosciuti. Imperfetto, certamente, non esente da una velata tendenza al calligrafismo, a detta di diversi critici dell’epoca, in determinati passaggi, eppure incredibilmente moderno, Il momento della verità, una storia in bilico tra finzione e documentario, interessata in primis all’ascesa, in secondo luogo alla successiva declassazione di un torero da istituzione, stupisce per una capacità di raccontare la realtà con precisione cronachistica.

“Cristo si è fermato a Eboli” e non solo

Si arriva alle verità del Mezzogiorno entrando dalle case dei contadini con un Gian Maria Volonté, ancora una volta idolo camaleontico indiscusso di Rosi, nelle vesti dello scrittore, pittore e medico torinese condannato al confino negli anni 1935-36 per la sua militanza antifascista in Giustizia e Libertà. Le desolate lande di Lucania (Aliano in provincia di Matera), gli incantevoli colori di quelle terre malariche fanno la loro prima apparizione nei salotti degli italiani nel 1980 a poche settimane dal sisma che devastò la zona irpino-lucana della Penisola, in 4 episodi televisivi trasmessi dalla Rai fino al 7 Gennaio 1981.

“Casco d’oro” e la ricezione. Storia di una legittimazione cinefila

È difficile credere che Casco d’oro, oggi considerato da tutti il capolavoro di Jacques Becker, sia stato largamente respinto alla sua uscita in Francia perché considerato una delusione rispetto ai precedenti film dell’autore. Sembra che a deludere la critica francese sia stato il fatto che Becker, fino ad allora considerato il cronista della società francese contemporanea, avesse realizzato un dramma in costume. Ma per Becker Casco d’oro non era un film in costume in senso tradizionale. La sua ricostruzione della Parigi fin-de-siècle è minuziosamente dettagliata, e all’interno di essa il cast si comporta come se fossero nel loro habitat naturale.
Philip Kemp, “Sight and Sound”, dicembre 2012

“The African Desperate” tra ironia e critica sociale

Giocato sull’ironia e la critica sociale che contraddistinguono l’opera di Syms, il film si presta a una satira sul mondo dell’arte contemporanea visto come una sorta di alveolo protettivo ed esclusivo per aspiranti creativi un po’ fricchettoni, esaltati da una vita fuori dagli schemi a base di sballi sintetici e la ricerca di una forzata e ostentata alternatività. Quello di Palace diventa così un giro a vuoto, una specie di viaggio alla ricerca di un Io non raggiunto e forse irraggiungibile, motivo di quel disagio che permea il film sin dal titolo.

“Argentina 1985” e la linearità della giustizia

Al centro del film il personaggio di Strassera, interpretato dell’intenso Ricardo Darín, uno degli attori più noti del cinema argentino contemporaneo (e protagonista, tra le tante pellicole, di Il segreto dei suoi occhi, premio Oscar 2010 come miglior film straniero). Mitre insegue una minuziosa ricostruzione storica che realizza attraverso una scenografia e una sceneggiatura molto accurate ma anche attraverso la ricerca della somiglianza fisica degli attori ai personaggi reali, quasi a voler catturare nel modo più fedele possibile oltre che lo spirito del tempo anche la sua immagine (in alcune sequenze sovrappone direttamente alcune fotografie del processo alle immagini del film).