“Non mi uccidere” e i teen movie. L’alba di un nuovo genere italiano

Non mi uccidere è Twilight ma non lo è affatto: in primo luogo, favorire il coinvolgimento emotivo e la proiezione nelle vicende narrate è fondamentale per le produzioni teen e young adult. Il  limite imposto dalla taglia contribuisce a rendere Non mi uccidere un pastiche dalle molte anime: gioca con l’ibridazione di generi letterari popolari (storie di vampiri e zombie, la storia romantica, il romanzo di formazione); assume caratteristiche del genere urban fantasy con derive nell’horror e nello splatter; si ispira ai predecessori e ai contemporanei (non solo teen movie: si pensi a recenti produzioni horror italiane alla The Nest) e allo stesso tempo prova a spingersi oltre, sperimentare.

Prima le persone, poi il film. Intervista a Fabio Donatini

Presentato in anteprima allo scorso Torino Film Festival, San Donato Beach è il terzo lungometraggio del regista Fabio Donatini. Un’opera strettamente legata all’indole emotiva del suo autore, in grado certamente di esprimere i propri contenuti in piena autonomia, ma che acquista senz’altro un valore aggiunto se irrorata dall’esperienza personale di chi lo ha concepito e creato. Ecco quindi la testimonianza del regista riguardo alla sua opera ed alle necessità e gli stimoli che lo hanno spinto alla realizzazione di questo lavoro.

Antropologia di “San Donato Beach”

San Donato Beach è uno spaccato realistico di un contesto borderline, ma anche una sublimazione dello stesso tramite una ricercata distorsione dell’ambiente cittadino. San Donato non è quindi solo il luogo in cui collocare geograficamente gli incontri mostrati nel film, ma diviene una componente fondamentale per la definizione del tono generale dell’opera. Il quartiere genera un’atmosfera che riesce ad alleggerirsi ed incupirsi a seconda dei contenuti su cui ci si sta soffermando. L’ambiente urbano diviene quindi un ulteriore personaggio di questo documentario scaturito non tanto da una razionale volontà di indagine antropologica, quanto più da una recondita esigenza di contatto umano.

La scena e l’archivio. “50 – Santarcangelo Festival ” tra arte e vita

50 – Santarcangelo Festival è il nuovo documentario scritto e diretto da Michele Mellara e Alessandro Rossi. Voci, suoni e immagini si fondono per raccontare, come suggerisce già il titolo, i cinquant’anni del più antico festival italiano dedicato all’arte teatrale contemporanea e alla danza. I materiali dell’archivio della Cineteca di Bologna, di Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, di Rai Teche, l’archivio personale di Mario Martone e tanti altri, restituiscono a chi non ha ancora vissuto il Festival un’idea della sua lungimiranza e avanguardia. Così, guardando 50 – Santarcangelo Festival e ascoltando i racconti di alcuni dei suoi protagonisti, emerge il forte intreccio tra arte e vita. 

“Paradise – una nuova vita” come parabola della ricomposizione

Fin dalle prime scene Paradise – una nuova vita si configura come un racconto surreale e (forse eccessivamente) naïve, tramite la rappresentazione dell’estraniamento e della solitudine del protagonista in una terra sconosciuta, per poi proseguire con le situazioni paradossali che accompagneranno l’incontro con il nuovo ospite dell’hotel, anch’esso proveniente dalla Sicilia. L’elemento fiabesco del racconto è sicuramente voluto e sostenuto dai tratti infantili e dall’interpretazione dell’attore protagonista Vincenzo Nemolato. Unitamente con le movenze contenute del co protagonista Giovanni Calcagno, i due reggono tutto il film come un duo comico e il loro rapporto passa dalla diffidenza al misunderstanding fino ad arrivare all’affettività.

“Le belva” e la lezione di genere

Dichiariamolo subito: l’impressione di déjà vu è fortissima. Ma è  proprio qui secondo noi, che si gioca la partita. Lavorare con un materiale narrativo scarno e molto noto e provare a renderlo comunque personale, cercando un intrattenimento di qualità, tecnicamente ben rifinito con una scrittura e una recitazione curate, senza sentirsi obbligati a sfoggiare un qualsivoglia bisogno di autorialità e senza nemmeno scadere nello scimmiottamento di cinematografie a noi lontane. Al netto di qualcosa che non gira come dovrebbe, il risultato è apprezzabile e di piacevole fattura.

“Shadows” tra genere e sconfinamenti

Un regista italiano, location irlandesi, per una coproduzione di respiro internazionale: Shadows di Carlo Lavagna riecheggia e reinterpreta quello che è ormai un topos del thriller psicologico contemporaneo – con sconfinamenti nel dramma e nell’horror – ovvero dinamiche familiari conflittuali in atmosfere claustrofobiche e minacciose. Solo in territorio italiano potremmo citare i recenti Buio di Emanuela Rossi e The Nest – Il nido di Roberto De Feo, ma allargando il raggio molti altri condividono gli umori di Shadows, da The Others a A Quiet Place – Un posto tranquillo.

Una società sul bordo del precipizio. Intervista a Leonardo Guerra Seragnoli

Gli indifferenti porta in grembo, grazie anche alla sua matrice esistenzialista, alcuni scorci e taluni tratti caratteristici che si accordano bene alla nostra quotidianità. Deve aver pensato qualcosa di simile Leonardo Guerra Seragnoli, che per il suo terzo lungometraggio si è misurato con il romanzo in questione, trasponendolo proprio ai giorni nostri: un adattamento complicato e coraggioso, perché coniugare il confronto con un caposaldo della letteratura italiana e allo stesso tempo coglierne i suoi tratti di continuità storico-sociale era un’operazione in qualche modo rischiosa. L’abbiamo raggiunto virtualmente, per porgli tutte le domande del caso.

“Gli indifferenti” e lo spaesamento delle epoche

Com’è ovvio vista la distanza ormai quasi secolare che la separa dal romanzo, la nuova versione di Leonardo Guerra Seragnoli opera una più decisa ri-attualizzazione delle dinamiche borghesi narrate da Moravia. Apparentemente in contrasto con questo assunto, la scelta di non stravolgere più di tanto il testo originale denuncia da una parte l’allineamento alla fiducia dello stesso autore nella trasversalità del suo potere di disamina sociale, dall’altra – quasi a conferma della natura bifronte di questo classico del nostro novecento – è indizio decisivo della volontà da parte degli autori di porre in parallelo le classi agiate di due epoche lontane, tanto imparagonabili quanto accomunate da uno stesso frastornante, sismico senso di spaesamento.

Sguardo politico e sguardo poetico. I corti di Alice Rohrwacher

C’è un luogo mappato sulle cartine d’Italia, al confine tra il Lazio e l’Umbria, che fa da sfondo alle ultime due opere della regista italiana Alice Rohrwacher: l’altopiano dell’Alfina. Omelia contadina e  Quattro strade germogliano sotto uno stesso lembo di cielo, da un pezzo di terra che è naturale solo in apparenza. Per il Pasolini della Medea, film del  1969, sono gli dei a rendere la natura -presenza – e a imbastirla come materia originaria: “Tutto è santo e l’intera Natura appare innaturale ai nostri occhi. Quando tutto ti sembrerà normale della natura, tutto allora sarà finito!”; così canta nel prologo il centauro Chirone al giovane Giasone che pesca con i piedi immersi nell’acqua tiepida e le spalle rivolte alle nuvole che si specchiano nella laguna di Grado.

“Being My Mom” e la costrizione poetica

L’opera prima alla regia di Jasmine Trinca, attrice a trecentosessanta gradi tra cinema e televisione, è un panorama (ritratto non sarebbe del tutto la definizione giusta) di due donne, madre e figlia, che non si servono di parole. Difatti, tralasciando qualche rumore di fondo e una sonora risata iniziale, non vi sono dialoghi o enunciati verbali. Potrebbe assomigliare quindi a un film muto? Secondo Trinca assolutamente sì, in quanto si ispira effettivamente alle opere buffe e alle produzioni di tanto tempo fa, confermando quanto la condivisione dei silenzi e delle parole non dette, sia molto spesso necessaria.

Intorno a Mara Cerri. L’enfasi sullo sguardo

Alla prima visione delle illustrazioni di Mara Cerri (classe 1978), considerata da Goffredo Fofi “elegante e trasognata capofila di una famiglia di disegnatori provenienti dalla più meritevole scuola d’arte di Urbino”. La rappresentazione, nelle sue opere, è immediata; ci sono però dei dettagli al loro interno che dal mero contorno iniziale assumono, proseguendo con la lettura dell’immagine, un rilievo particolare. Ci sono vere e proprie sequenze interne alle illustrazioni che ti inducono a desiderare di vederle in movimento: si percepisce lo slancio vitale verso l’animazione che lei stessa definisce “l’alito soffiato dentro un disegno, un guanto, un sasso”. Per la Cerri il cinema d’animazione è il divenire, la trasformazione, la magia. 

“Life Is But a Dream” tra fango, lamiere e preghiere

Life Is But a Dream di Margherita Pescetti ci racconta la confessione di Gedalia, nato a Minsk (ex URSS, oggi Bielorussia), emigrato negli Stati Uniti all’età di 7 anni, cresciuto in una comunità ebraica dell’Ohio. A 23 anni, disgustato della società capitalista, scelse di stabilirsi in Israele. Insieme alla moglie condusse una vita nomade fino a quando non decisero di impossessarsi di una terra nelle colline semi deserte della valle del Giordano tra Gerico e Ramallah, e di far parte degli avamposti di futuri insediamenti israeliani. Il film ha vinto l’edizione 2020 di Visioni Italiane nella sezione Miglior Documentario.

“Theodor” e il libero linguaggio del cinema

Con una naturalezza incredibile, il film non è solo il racconto su Theodor, ma con Theodor: la videocamera rudimentale che Maria gli dona per le riprese (inizialmente per gioco, poi la cosa si fa seria) è il più che spontaneo prolungamento del suo corpo frenato da un disturbo dello sviluppo psicomotorio per cui non è in grado di camminare e muoversi in libertà. E allora Theodor colma questa mancanza con una visione del suo mondo mai banale, del tutto semplice ma costruttiva, per mezzo di una camera a mano, strumento comunque impegnativo per un bambino della sua età.

“Marghe e Giulia – Crescere in diretta”. Il canale giusto.

Il lungometraggio diretto da Alberto Gottardo e Francesca Sironi racconta l’infanzia di due sorelle che vivono a Giugliano in Campania, piccolo paese in provincia di Napoli. Il titolo non è affatto banale, anzi è la sintesi perfetta del documentario: Marghe e Giulia – Crescere in diretta racconta la quotidianità di due sorelle, rispettivamente di 14 e 11 anni, che viene condivisa pubblicamente sui loro canali social.  Nonostante la tenera età, le due bambine sono diventate delle vere e proprie star dei social media: basti pensare che il loro canale Instagram presenta 184mila followers e quello Youtube (Marghe e Giulia Kawaii) ha raggiunto i 355mila iscritti. I loro video sono seguitissimi per la semplicità del loro canale comunicativo, vicino a quello dei loro coetanei, e soprattutto per quel lato veritiero del loro carattere che viene mostrato, genuino, come quello di un bambino.

La gioia senza filtri di “Luca + Silvana”

Sono due piccole glorie locali, Luca e Silvana, nel bolzanino. Entrambi con sindrome di Down, si sono conosciuti in una delle strutture assistenziali della città e si sono innamorati. Prodotto da Cooperativa 19 anche grazie a una campagna di crowdfunding, Luca + Silvana è il racconto di una storia d’amore normalissima nelle sue manifestazioni ma straordinaria nella sua intensità. Il regista Stefano Lisci, alla sua seconda prova nel documentario dopo il precedente Bar Mario, ha deciso di non puntare sul taglio più scontato, quello alla Romeo e Giulietta della lotta contro un mondo che non sa e non vuole capire, ma piuttosto sulla leggiadria di cuore che pervade la quotidianità di chi ama.

Il found footage e il cinema di famiglia. Su tre brevi film italiani.

In un’ottica attualissima di sostenibilità visiva, le “3 R” del credo ambientalista – recycle, reduce, reuse – possono ben adattarsi all’operazione svolta da chi si appropria, per declinarlo all’interno dei suoi lavori, del materiale d’archivio (mare magnum che può comprendere pellicole del muto, frammenti, documentari, notiziari, filmati di repertorio, scarti di lavorazione, riprese amatoriali, film di famiglia..). In un mondo pervaso e permeato di immagini il riutilizzo filmico da parte di cineasti, documentaristi o semplici entusiasti, pare conciliarsi perfettamente con l’idea che il recuperato, il minimalismo e la seconda (o più) mano debbano essere necessariamente adottati quali stili di vita. L’abbandonato, lo scarto, e il rinvenuto non sono spazzatura bensì fonte potenzialmente inesauribile di ricontestualizzazione.

“Theodor” e il soggetto dello sguardo

Quello che porta Maria Boldrin a Vienna per realizzare il suo film di diploma della Zelig è soprattutto un viaggio interiore. Con Theodor la giovane regista italiana ci conduce attraverso i suoi ricordi alla scoperta di un’amicizia speciale e si interroga su cosa sia rimasto di quel legame attraverso il tempo e la distanza. La Boldrin ci porta con sé sul treno che nelle prime inquadrature attraversa i paesaggi innevati fino alla casa della famiglia che l’aveva accolta durante il suo soggiorno nella capitale austriaca, tre anni prima. Qui torna a essere Momo, la ragazza che per molto tempo si era presa cura di loro figlio: Theodor.

“The Childhood Experience” e i dilemmi dell’educazione libertaria

The Childhood Experience è la volontà della regista Valentina Olivato, al suo primo lungometraggio documentario, di indagare una scelta di vita forte; raccontare uno scenario, stimolando notevolmente quesiti senza mai assolvere al dovere di rispondere. In un periodo storico come questo, in cui la scuola tradizionale è stata messa in discussione, la realtà indagata in questo interessante documentario non sembra dopotutto anacronistica. Sono Martino, Vinicio, Miranda e Ines a farci assistere alla loro “esperienza dell’infanzia”, assieme ai genitori Caterina e Alessandro, prendendoci per mano e portandoci dentro il loro mondo. Una famiglia bolognese sui generis, direbbero in molti, che ha scelto l’home schooling e i principi dell’educazione libertaria per strutturare la propria educazione.

“Omelia contadina” tra morte e resurrezione di Madre Terra

Omelia contadina con le sue immagini rosse di terra, i volti dei contadini segnati dal tempo e dal sole, ma soprattutto con l’accompagnamento sonoro della marcia funebre eseguita da una banda paesana, ci ha da subito riportato, certo inconsapevolmente, a quella stessa atmosfera tante volte vissuta durante il funerale della saracca: la seriosa commozione di un rito pagano, pronto a rivelarsi improvvisamente con la potenza della sua natura più verace e nascosta, quella di un festoso inno alla vita. In soli dieci minuti Alice Rohrwacher e JR dedicano la loro “azione cinematografica” (perché mai come in questo caso il cinema è politico) a tutti quei valori arcaici che “dovrebbero alimentare la vera ricchezza del mondo” e invece sono stati messi all’angolo dalla ricerca del profitto.

“Marisol” alla ricerca del quotidiano

Realizzato come saggio di diploma per la sede siciliana del Centro Sperimentale di Cinematografia, dedicata alla regia di documentari, Marisol si è fatto notare approdando al festival Visioni dal mondo 2019, da cui è uscito vincendo sia il concorso italiano che il premio RAI Cinema, e viene ora presentato a Visioni Italiane 2020. Camilla Iannetti, classe 1993, di questo mediometraggio di poco meno di un’ora ha curato tutto: non solo regia, ma anche soggetto, sceneggiatura, fotografia e montaggio. Iannetti, laureata in antropologia culturale, si è avvicinata ai suoi soggetti con spirito da etnografa, e si vede nella sua capacità di rendere il proprio occhio invisibile sia a chi sta al di qua, sia a chi sta al di là della sua cinepresa.