“Il varco” e la zona franca tra finzione e documentario

Ingenuo, insomma, chi pensa che il found footage non menta: persino il più trasparente dei filmini amatoriali, sottoposto alla tirannia degli anni, può trasfigurarsi in enigma. Lo sanno bene Federico Ferrone e Michele Manzolini, che firmano a quattro mani una creatura spuria e bifronte: il loro film è fatto di immagini della fallimentare campagna di Russia del 1941, provenienti dall’Istituto Luce e dall’archivio Home Movies. Immagini che più vere non si può, ma frammentarie, a cui il rimontaggio e la voce over infondono una nuova unità di senso. I filmini delle piane dell’Ucraina, prima dolci e poi innevate, solcate dai treni che portavano i militari italiani alla guerra, sono girate dai militari stessi, pedine nella marea di sangue del fronte orientale che vollero catturare le tappe di un viaggio sciagurato. 

“La scomparsa di mia madre” e l’ostilità delle immagini

Fondato su una dialettica squilibrata, il documentario (di osservazione e di partecipazione) si edifica su due elementi in apparenza distanti eppure legatissimi: il primo è il conflitto tra lo sguardo innamorato di Barrese che pedina, cattura, invade il territorio e la presenza recalcitrante e contraddittoria di Barzini che insulta, ragiona, ammicca; e il secondo è l’amore, dove le facili suggestioni edipiche sono meno interessanti dei non-detti, chiave di lettura importante dal momento che Barzini vuole far emergere il valore del non-visibile inaccessibile all’obiettivo fotografico.

“Vivere” e il racconto della rinuncia

Scegliendo la rappresentanza (sia del potere sia del ceto medio) anziché la rappresentazione, Vivere non riesce a trovare una cifra se non nella prospettiva di un racconto mancato e manicheo. Quasi per eludere il problema, si dedica al ménage di una coppia in sfacelo, con una donna stanca in apnea nel traffico della capitale e un uomo-bambino incapace di empatia. Ci mette dentro una bambina cagionevole, un ragazzino cocainomane, un medico premuroso, un vicino di casa solo al mondo. Individua un filtro nello sguardo della studentessa irlandese ospitata dai protagonisti per un anno. In origine, Vivere si sarebbe dovuto chiamare Un anno in Italia: una rinuncia che sembra una dichiarazione d’impotenza.

“Effetto domino” e la fascinazione dell’abbandono

Cupissimo, ineluttabile, Effetto domino è anche un inno all’attrazione/repulsione per il disfacimento e la morte. La fascinazione per i luoghi in abbandono, che ha dato vita a file crescenti di urban explorers, è qui al suo apogeo: accarezzata da una luce fredda ed esatta, la bellezza dei vecchi edifici in disuso è innegabile e struggente nelle armoniose composizioni visive generate dal caos – e da un ottimo occhio per l’inquadratura e la messa in scena. Pur con qualche dialogo filosofeggiante di troppo, il progetto di un manipolo di esseri umani di distruggerli per ricostruirli nuovi e splendenti, come se i precedenti non fossero mai esistiti, è il perfetto rispecchiamento di un anelito del nostro tempo a non invecchiare e morire mai più, di qui a una manciata di anni. 

“Il pianeta in mare” di Andrea Segre a Venezia 2019

A pochi chilometri dall’ammaliante centro storico di Venezia sorge l’isola artificiale di Marghera. Realizzato nel secondo decennio del Novecento, questo quartiere nato su suolo paludoso, grazie all’azione dell’attività umana, è prosperato fino a diventare l’agglomerato industriale più grande d’Italia.  Un immane epicentro di attività produttive, dalla lavorazione siderurgica all’ingegneria navale, che a loro volta si sono fatte polo d’attrazione per altre imprese e sbocchi occupazionali, le cui maestranze hanno dato vita ad una nuova e corposa comunità situata ai margini della laguna. Andrea Segre dedica il suo nuovo documentario alle vite degli individui ancorati all’attività di questo polo operativo, neutralizzando la propria presenza ed attuando un pedinamento ravvicinato che permette alle semplici azioni quotidiane di farsi eloquente racconto di questo uggioso microcosmo.

“La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco a Venezia 2019

Franco Maresco nel 2017, a 25 anni dalle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, decide di iniziare le riprese di un nuovo film. Al centro di La mafia non è più quella di una volta ci sono le stragi di Capaci e via D’Amelio viste attraverso due figure molto diverse tra loro e che rappresentano due fronti opposti. Da un lato c’è Letizia Battaglia illustre fotografa italiana nota soprattutto per i suoi scatti sulle guerre di mafia, dall’altro lato si trova Ciccio Mira già protagonista nel film precedente di Maresco Belluscone. Una storia siciliana. Letizia Battaglia è delusa, ma non cinica, come invece è Maresco, e guarda alle persone con la speranza di chi non può credere che una tale strage, un tale incubo, sia caduto nell’indifferenza da parte della società siciliana.

“Nevia” di Nunzia De Stefano a Venezia 2019

Nevia è l’opera prima di Nunzia De Stefano, una gemma nella sezione Orizzonti di questa 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La regista con la sua macchina da presa applica uno sguardo intimo e ravvicinato sulla giovane protagonista. Lo spettatore guarda così quella realtà attraverso gli occhi della selvaggia e scontrosa Nevia, simile a Maggie di Million Dollar Baby, ne vede e percepisce la rabbia, la ribellione, fatta di stacchi e movimenti di macchina bruschi, e la felicità in cui tutto sembra rallentare per godere di quegli attimi di gioia che scorrono sullo schermo. Intriso di una brutale realtà quotidiana Nevia lascia spazio alla possibilità di far diventare realtà i sogni.

“L’ospite” fragile delle coppie instabili

Visto che la condanna all’incertezza e a nuovi decorsi sentimentali pare ineludibile, Chiarini invita a fare dell’instabilità virtù, accogliendone i risvolti positivi e le possibilità. I quasi-adulti di L’ospite, sideralmente lontani anche dal magnifico quarantenne Nanni Moretti uscito dalla generazione di mezzo fra quelle di Guido e dei suoi genitori, vanno ai concerti rock, si incontrano su Tinder, soffrono d’ansia cronica e sognano di lavorare oltreoceano, in attesa di una maturità dura da guadagnare, ma alle prese come apripista, poveri loro, con una instabilità affettiva dalle conseguenze tutte da sperimentare.

“Vita segreta di Maria Capasso” e il ritorno di Salvatore Piscicelli

Quello di Maria è un amore spropositato per sé stessa, un desiderio forte di auto-rivendicarsi, di riconoscersi, affermarsi, in questo sì, molto vicina all’essenza di Filumena Marturano. Siamo naturalmente portati ad apprezzare parecchio questo tipo di egoismo femminile, di autostima esasperata, in un contesto che dimostra quotidianamente quanto ancora ci sia da fare per liberare le donne dall’egemonia maschile. Siamo convinti che il messaggio del film, se ha ancora un senso parlare di message, ancorché travestito da una patina di maledettismo noir, sia molto forte e positivo. Proprio perché, una volta tanto, è una donna a prendere in mano la sua vita e a rifiutare ciò che altri, o un destino infame e sfortunato, hanno previsto per lei. La vita segreta di Maria, insomma, non ci indigna e ci piace assai.

“Dicktatorship”, un sondaggio sul patriarcato italiano

“L’Italia è un Paese ossessionato dal pisello. Tutto ruota attorno a quello”. Dicktatorship ci fa vedere come il nostro passato sia stato prettamente patriarcale e come questo sia tutt’ora incarnato nella mentalità di femmine e maschi. Di come, nonostante le battaglie femministe degli anni Settanta, ancora oggi un padre sia reticente a far giocare suo figlio con una Barbie. O ancora, delle grandi polemiche suscitate dalla richiesta dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini di cambiare l’articolo determinato da “il” presidente a “la” presidente. Gustav e Luca non si limitano a interpellare esperti di sociologia o psicologia, ma anche personaggi famosi, quali Rocco Siffredi o Michela Murgia, e persone comuni di età e sesso diverso incontrate per strada. È un vero e proprio sondaggio sul pensiero italiano e sul ruolo che donna e uomo dovrebbero avere nella nostra società.

“Selfie”: Napoli e le periferie del mondo

Il fatto che le immagini siano prodotte dagli stessi protagonisti in maniera relativamente spontanea è forse ciò che permette al film di catturare al meglio la positività e la bellezza che esiste all’interno del quartiere e al contempo le contraddizioni di un mondo dove l’istituzione è assente o negligente e nemmeno i genitori hanno gli strumenti per aiutare i propri figli. Un mondo circondato da mura ideali, che paiono invalicabili, al di là delle quali, con la forza di volontà e un po’ di immaginazione si può riuscire a vedere oltre. 

“Il traditore” tra cacciatori e prede

Il traditore possiede una cifra stilistica quasi desueta nel panorama italiano, quella di intrattenere e appassionare il pubblico. Bellocchio, spesso attento alla storia del nostro paese, si era cimentato su un periodo altrettanto tragico, quello del sequestro Moro, in Buongiorno, notte, ma con toni intimisti e tormentosi. Qui invece è sontuoso e avvolgente anche se, nell’usare con profluvio svariati registri, crea un complesso non del tutto omogeneo. Il traditore centra però perfettamente il ritmo di fughe e pause, alcune scene memorabili (il riposo notturno sul tetto, gli insoliti postumi di un matrimonio, l’ultimo viaggio di Giovanni Falcone) e possiede la non comune virtù di superare la fascinazione del potere criminale non sminuendola

“Il traditore” tra codice e mitologia

In questo film in superficie impersonale maneggia per la prima volta il mafia movie e sembra quasi non tenere conto di tutta la tradizione del genere: non solo non c’è alcuna possibilità di restare affascinati dal male, perché rappresentato in maniera efferata oppure ridicola da gente ignorante e squallida, ma spicca anche una centralità della morte davvero angosciante, dai tentati suicidi e le manie di persecuzione passando per i caffè sospetti fino alle esecuzioni e agli attentati. Della mafia a Bellocchio interessa il codice, non la mitologia: la festa iniziale, con quel nipote eroinomane in riva al mare, è già una cerimonia funebre. Il traditore dimostra quanto Bellocchio sia il più grande regista italiano vivente.

“Il corpo della sposa” e la politica dei corpi

Opera d’esodio di Michela Occhipinti -già autrice di numerosi documentari – Il corpo della sposa risente degli stilemi tipici del documentario ma sfrutta i meccanismi della fiction per narrare una storia che non si esaurisce entro i confini della testimonianza etnografica. Pare, piuttosto, un pretesto narrativo per veicolare significati universali, una riflessione che attraversa la contemporaneità e che coinvolge tanto il mondo orientale quanto quello occidentale. Invero, la narrazione si colloca all’interno del panorama mediatico post femminista, accarezzata da una sensibilità che caratterizza la rappresentazione di genere nel cinema, in accordi con alcuni topoi stabili: tra questi, la femminilità come proprietà corporea, l’autodisciplina, la libertà di scegliere, la tensione verso l’empowerment.

“Bangla” e come scavalcare uno stereotipo

Che cosa è uno stereotipo? Per gli psicologi rientra in questa definizione qualunque opinione precostituita e generalizzata su persone o gruppi sociali priva di un riscontro basato sull’esperienza diretta. Phaim Bhuiyan, regista (attore e sceneggiatore) ventiduenne al suo esordio cinematografico con Bangla (distribuzione Fandango) ha avuto una fulminea intuizione: portare il suo stereotipo (quello del figlio di immigrati che cerca di integrarsi con la cultura del Paese ospitante) sul grande schermo, in modo autobiografico, e scavalcarlo, o domarlo a seconda dei punti di vista, attraverso l’uso di un linguaggio cinematografico e di uno slang giovanile che lo riafferma, incorporando in sé stesso la sua medesima matrice popolare.

“Normal” e il campo di battaglia degli immaginari

La Tulli fotografa una realtà per certi versi invisibile o anche abbastanza lontana da chi vive, ad esempio, contesti in cui l’informazione e gli studi sul genere risultano ormai standardizzati. Se da un lato si assiste alla nascita di nuovi ed eterogenei immaginari femministi – recente è l’uscita del manifesto xenofemminista del collettivo Laboria Cuboniks, tradotto da Clara Ciccioni, “antinaturalista” perché contesta i limiti biologici, intersezionale e queer – dall’altro l’aria che si respira è stantia, vecchia e significativa, in questo senso,  è la sequenza in cui un manipolo di donne prossime al matrimonio ascolta i consigli di una signora che sembra piombare direttamente dall’America degli anni ‘50/60, sulla necessità di non lasciarsi andare, prendersi cura del marito, dei bambini, della famiglia.

“Ricordi?” e il tempo imperfetto

Ricordi? è un film totalmente impressionista, nel quale il paesaggio assume una dignità poetica, essendo l’immediato specchio delle emozioni vissute dai suoi personaggi e dove è notevole la ricerca del regista nei confronti dell’elemento formale dell’immagine: l’uso di sovrimpressioni, dissolvenze, variazioni di fuoco, gioco di specchi, elementi grafici, ogni genere di manipolazione dell’immagine torna utile per esprimere la soggettività dei personaggi, le loro emozioni, i pensieri, le impressioni, i ricordi. A dieci anni di distanza dal suo primo film Dieci inverni, Mieli ritorna su un tema evidentemente a lui caro, e indubbiamente ricco di interconnessioni multidisciplinari (con la psicoanalisi, la filosofia, la scienza) che qui potremmo definire come il tema del tempo dell’amore. L’operazione è magnificamente sostenuta dal talento empatico dei due protagonisti

“Dafne”, una storia resistente

Le intenzioni sono chiare fin dal titolo: Dafne di Federico Bondi è la storia di una donna inscalfibile, con un tetto ma senza legge e deflagrante in ogni momento, preminente davanti alla macchina da presa e alla vita. A interpretarla è Carolina Raspanti; non ha letto il copione perché voleva essere libera, stando a ciò che ha più volte detto l’attrice e in effetti la finzione sembra essersi totalmente adattata, plasmata sul suo vissuto personale: lavora in un supermercato sia nel film che nella vita, dice di amare il suo lavoro, di considerarlo parte costitutiva della sua identità, di sentirsi realizzata creando dal nulla la più piccola parte del prodotto che dovrà vendere cioè le etichette, come asserisce fiera a una sua collega. Davanti alla morte ci si chiede come poter trovare la forza per resistere, per le mille iniziative e gli altrettanti progetti che potrebbero non arrivare a nulla, ma nel vincere la mancanza della madre Dafne è insormontabile.

Cecilia Mangini e il Vietnam

Durante il festival Visioni Italiane è stato presentato il documentario Le Vietnam sera libre (2018) di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli, un’occasione unica per vedere il reportage realizzato dalla Mangini in Vietnam nel 1964-65. Queste fotografie, spiega Cecilia, sono state dimenticate, nascoste quasi consciamente perché i dolori si rimuovono, l’amarezza di un’occasione perduta, rinunciare a un film sul Vietnam a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti americani che costringe lei e il compagno, di strada e di vita, Lino Del Fra ad abbandonare il progetto dopo il ritorno in Italia. Le Vietnam sera libre era il titolo del soggetto, scritto anche in francese perché l’intenzione era quella di mostrare il documentario ad Hanoi; questa è una costruzione a posteriori, scaturita dal rinvenimento di due scatole di negativi e provini che non erano stati utilizzati e con gli anni dimenticati, fotografie che testimoniano l’attività della Mangini

“Noi” e le domande che vale la pena di porsi

Il film girato come fosse un home movie, piazzando la telecamera come terzo incomodo in qualunque occasione di ritrovo della famiglia Valabrega, riprende con naturalezza e verità momenti intimi, ricordi, confessioni, liti, viaggi, maratone. L’occhio della telecamera coincide con quello di una dei protagonisti della storia, Benedetta Valabrega (la regista), la più giovane di tre sorelle, discendenti di una famiglia di ebrei deportati ad Auschwitz. I suoi bisnonni, Leone e Anita Valabrega, nel settembre del ‘43, all’indomani dell’Armistizio, imposero ai figli di andar via da Roma per fuggire dai nazisti: in seguito i genitori caddero vittime dell’olocausto, mentre Ugo (22 anni) e Bruno (16 anni) riuscirono a mettersi in salvo, in una fuga a piedi da Roma a Napoli dove incontrarono gli Americani.

Visioni italiane 2019: un bilancio

Nella conferenza stampa di apertura, la promessa era che questa edizione del festival avesse come particolare obiettivo quello di far emergere le varie modalità di espressione che compongono la nostra cinematografia, la maggior parte delle quali non trova una propria collocazione all’interno del mercato. A manifestazione conclusa, possiamo tranquillamente affermare come queste premesse siano state rispettate, consci di avere una visione più lucida e veritiera delle forze operanti nel nostro paese. La varietà dei linguaggi è stata certamente la cifra che ha caratterizzato la sezione principale del festival, dedicata ai corti ed ai mediometraggi di finzione, in cui è stata racchiusa un’eterogenea moltitudine di generi, forme e tematiche. Una varietà che trova la sua adeguata esemplificazione nell’eterogenea gamma dei film premiati dalla giuria principale (composta da Stefano Consiglio, Leonardo Guerra Seràgnoli, Federica Illuminati, Guido Michelotti ed Alice Rohrwacher).