“Let’s Kiss” e la rivoluzione gentile di Franco Grillini

La rivoluzione gentile di Franco Grillini, una rivoluzione “senza morti, senza feriti, senza spargimenti di sangue” ha potuto realizzarsi grazie alla sua autenticità di persona in primis, ed al coraggio di mettersi in discussione in tempi in cui parlare di omosessualità in modo pubblico significava attirare gli strali di fascisti, moralisti, perbenisti, cattolici integralisti. Ha ragione Grillini, nella testimonianza raccolta dal film, quando lamenta che “chi ha 20 anni adesso non sa nulla del passato, i giovani che dicono non è cambiato nulla mi fanno salire la mosca al naso perché non è vero, la rivoluzione c’è stata”. Ecco perché i ventenni di oggi, i millennials, dovrebbero correre in massa a vedere questo documentario.

“Nel mio nome” e la possibilità di scegliersi

L’autore centra l’obiettivo seguendo per due anni quattro amici nel periodo della loro transizione e organizzando in sei mesi di montaggio un racconto delicato, affettuoso e genuino. Raffaele, Andrea, Leonardo e Nicolò (le loro età comprese tra 23 e 33 anni) si aprono allo sguardo deciso ma sempre rispettoso di Bassetti, lasciando che la macchina da presa si inserisca nei loro spazi condivisi, nelle loro case durante le videochiamate (ricordi da una pandemia che ha stretto ancor di più le maglie di una gabbia esistenziale), nei loro sogni e nelle loro aspettative.

L’amarezza dell’impossibile. “Nostalgia” e il cinema di Mario Martone

Nostalgia (tredicesimo film di Mario Martone) è un film bellissimo e saldamente collocato nella filmografia del suo regista, oltre che intriso del suo impeccabile stile (sentimentale, fotografico e architettonico) tanto da esserci apparso a tratti come il dagherrotipo de l’Amore molesto, nella sua versione virile. Nostalgia è un film dall’anima variegata e multigenere, pullulante di una eterogeneità tipica napoletana (così come il suo protagonista è multietnico e poli/identitario, musulmano, napoletano, emigrante e scugnizzo), che inizia come un thriller, si sviluppa come un melodramma e termina con un colpo di scena ferale che da alcuni è stato inteso come quello di un film “civile”.

“La nuova scuola genovese” e il filo rosso della musica

“Chiedersi se Genova è la città dei cantautori è come chiedersi come mai Liverpool ha generato i Beatles o perché il rock’n’roll sia nato negli Stati Uniti”: si apre così, su queste parole di Vittorio De Scalzi (storica voce dei New Trolls), il documentario scritto dal giornalista musicale Claudio Cabona e diretto da Yuri Della Casa e Paolo Fossati La nuova scuola genovese, un docufilm che esplora i punti di contatto e possibili background comuni tra cantautorato (genovese) e rap.

 

“Mother Lode” nel paradiso del diavolo

È un bianco e nero con delle sfumature originali che rendono Mother Lode un prodotto audiovisivo osmotico. La finzione costruita è talmente ingenua, talmente folcloristica, da diluirsi con estrema naturalezza in una dimensione intima fatta di spazi interstiziali dell’anima. Ha senso chiedersi se un racconto di questo tipo precluda una caratteristica centrale della realtà oggettiva? Sembra invece che il lavoro sulla fotografia aggiunga, oltre alla garanzia di veridicità, anche un portato significativo di mistero come qualità decisiva dell’esperienza umana.

“La tana” tra enigma emotivo e sensualità dei corpi

“Si muore un po’ per poter vivere”, intonava Caterina Caselli in un suo intramontabile brano del 1970. Ma non è la colonna sonora di questo film, che usa invece, musica diegetica per scene destinate a diventare “cult” con chiari riferimenti al cinema di Xavier Dolan. È il sentimento predominante nel linguaggio di Lia (Irene Vetere) che si esprime per mezzo di strani “giochi” da imporre a Giulio (Lorenzo Aloi) e mentre una seppellisce paure e sofferenze nel suo ventre, l’altro prova ad esplorare la “tana” del dolore con una timida torcia alimentata da speranza e amore.

“Anima bella” e il racconto della fragilità umana

Se Manuel pedinava il suo protagonista con incessante intensità, Anima bella – pur rimanendo sempre attaccato alla protagonista Madalina – sembra aprire di più lo spazio alla società pubblica, e non solo al mondo privato. Le riprese fluide, che accompagnano Mada in giro per la campagna in motorino o dentro gli squarci di squallore urbano nella seconda parte del film, servono a fare di lei una testimone di un orizzonte poco conosciuto e anche poco raccontato dal cinema italiano. C’è qualcosa di idealistico e fragile nel cinema di Albertini, che probabilmente – vista la padronanza tecnica e narrativa – sarebbe buon protagonista di progetti mainstream, che tuttavia al momento ha scelto di non intraprendere.

“Californie” favola documentaria

nell’attrito tra realtà e finzione che il film incarna, e che probabilmente è insito al progetto degli autori, il film di Cassignoli e Kauffman non perde mai di vista la propria adolescenziale impulsività, raccontando la trasformazione della protagonista con la stessa libertà volatile con cui Jamila decide cosa fare della propria esistenza. Nel mettere al mondo questo piccolo universo interiore, Californie accarezza l’impeto della giovinezza con una spontaneità priva di incertezze: a metà fra terra e mare, con un piede sulla realtà documentaria e uno su quella meraviglia impossibile e incantata che è l’adolescenza.

“La santa piccola” fra estasi dei sensi e trance mistica

La santa piccola è un film strano, “altro”, un unicum non inquadrabile in un genere, puro cinema d’autore dove convivono dramma e commedia, grottesco ed erotismo. Il narrato si muove continuamente su più binari, che convogliano verso due estremi, così lontani eppure arditamente accostati: da una parte la dimensione religiosa, superstiziosa e mistica, e dall’altra la dimensione sessuale destinata a un sentito coming out di Mario dopo un lungo percorso interiore. La vicenda è innanzitutto un’accurata indagine folkloristica sulla religione e la superstizione – che nel nostro film sono inscindibili – in cui convivono il gusto per il grottesco con una rappresentazione cinica e disincantata del misticismo.

“Bella Ciao” nel giro del mondo e della canzone

Certe canzoni fanno il giro del mondo, gli etnomusicologi lo sanno bene. Non girano solo “intorno”, per usare un’espressione cara a Ivano Fossati, ma in lungo e in largo adattandosi alle varie situazioni che trovano nei luoghi che abitano. Questo è certamente il caso di Bella Ciao e il film di Giulia Giapponesi cerca di tenere il passo con una traiettoria di diffusione decisamente sui generis di una musica che si è fatta simbolo. La storia di Bella Ciao però è particolare e nel documentario sono i partigiani Giorgio e Maso a ricordare il dettaglio che molti scordano: durante la resistenza la si cantò pochissimo (anche se i casi ci sono) e la si cantò molto dopo. 

“Il muto di Gallura” d’onore e di vendetta

Il film di Matteo Fresi, un gioiello cinematografico che sotto il pretesto di una diatriba locale racconta invece l’universale inclinazione dell’essere umano alla difesa del proprio status sociale, tesse la sua fluida e tesa narrazione lungo dicotomie come amore e morte, guerra e pace, uomini che si fanno giustizia da sé per difendere l’onore come chiede la tradizione e uomini dello Stato che provano a portare sull’isola una giustizia legalizzata (ma “chi ne ha mai visti di re in Gallura?”). Per quanto divise dalle questioni d’onore e di vendetta, le due famiglie allargate che si contrappongono costituiscono un vero e proprio microcosmo sociale, esaminato da Fresi nella sua immanenza storica

“Calcinculo” o una spinta amorevole?

Calcinculo, l’opera seconda di Chiara Bellosi, presentata nella sezione Panorama dell’ultima Berlinale, è un film che merita di essere visto dalla più ampia platea di pubblico. Si tratta di un teen movie in piena regola, perché parla di adolescenti, amori non corrisposti, confusioni identitarie e brutti anatroccoli che un giorno potrebbero diventare magnifici cigni. Ma non strizza l’occhio a certo cinema mainstream o più scopertamente commerciale, che di fatto usa il tema dell’adolescenza per solleticare i narcisistici ricordi dei bei tempi che furono nell’animo di un pubblico molto più che teen, nostalgico e giovanilista, ostinatamente restio ad accettare di crescere ed invecchiare.

“Tutte a casa” e il lockdown silenzioso delle donne

In Tutti a casa di Comencini erano gli uomini a tornare a casa dopo la dichiarazione dell’armistizio del ‘43. In Tutte a casa invece il rientro e lo stallo nelle proprie domestiche abitazioni è coercitivo ed ineludibile per le donne, di un momento storico precedente la cosiddetta emancipazione femminile, nel quale le donne stavano a casa non per scelta, ma per costrizione. La guerra sembra essere stavolta quella che opera internamente agli animi delle persone di sesso femminile dilaniate, a causa della pandemia, da una spaccatura sempre più concreta tangibile e materiale, fra la donna (che vive, lavora, si svaga) fuori di casa, e la donna domestica (che tutt’al più si prende cura degli altri).

“Il filo invisibile” dal privato al pubblico della famiglia omogenitoriale

Con questo film Puccioni innesta il linguaggio della finzione in un percorso documentaristico, forse per prendere le distanze dall’elaborazione creativa di un soggetto troppo personale, sicuramente per ampliare l’ideale pubblico di un discorso che prima di essere narrativo è fondamentalmente sociale e politico. Ecco allora la drammatizzazione (il tradimento, la crisi di coppia, l’assunzione delle proprie responsabilità verso il partner e verso il figlio) per sostenere un’idea tanto semplice quanto ancora rivoluzionaria: le famiglie arcobaleno sono esattamente come le famiglie tradizionali tanto nell’armonia quanto nella disarmonia.

“Il giovane corsaro” e la formazione dell’intellettuale Pasolini

Il giovane corsaro non è solo Pasolini e Bologna: uno degli intenti del film, ovvero della sua tesi sull’intellettuale, è anche quello di far conoscere Pasolini alle giovani generazioni per contrastare la diffusione di una non cultura che suole liquidare la controversa figura del poeta attribuendogli definizioni sbrigative e limitate che lo stigmatizzano. Il rapporto difficile di Pasolini con la sua omosessualità nasceva forse da un fattore culturale o dal rapporto col padre austero e fascista, nei confronti del quale egli ricordava che “tutto ciò che c’è di ideologico nelle mie opere dipende dalla lotta con il padre”. Lo stesso Edipo re era stato il film con cui Pasolini aveva raccontato e sublimato il suo complesso di Edipo.

“Occhiali neri” e le tenebre rétro di Dario Argento

Questo Occhiali neri farà storcere qualche naso, perlopiù in quanto espressione di un cinema di genere relegato al passato o a gruppi di appassionati, ma era dai tempi di Nonhosonno che Argento non dimostrava tanta sicurezza. Chi cerca un clue puzzle rigoroso, o complessi intrecci basati sulla psicologia deviante, farà meglio a cercare altrove. Già dall’esordio con L’uccello dalle piume di cristallo, oltre mezzo secolo orsono, i personaggi di Argento subiscono il processo creativo più che avvantaggiarsene, complici sceneggiature non prive di sbavature e un generale scarso interesse nella direzione degli attori.

“Leonora addio” oltre Pirandello e dentro la memoria dei Taviani

Primo film diretto unicamente da Paolo Taviani dopo la scomparsa del fratello Vittorio, Leonora addio è un intenso e complesso omaggio a Pirandello, che attraversa tutto il cinema dei Taviani dall’indimenticato Kaos (1984) al meno riuscito Tu ridi (1998), ma anche all’altro grande filone tematico che ha, da sempre, interessato i due registi: il cinema militante e la cultura antifascista e resistenziale italiana, da La notte di San Lorenzo (1982) fino a Una questione privata (2017). In ultima analisi, il film è una riflessione sentita e personale sulla memoria e sul ricordo, cinematografico e personale, artistico e biografico, storico e di celluloide.

“L’ombra del giorno” e del fascismo

Con L’ombra del giorno Giuseppe Piccioni gira un film che torna a parlare di fascismo, ma lo fa con una attenzione particolare alla possibile rilettura della storia in chiave attualizzante, suggerendo un unico comun denominatore fra due epoche storiche (i primi anni ‘40 del ‘900 e l’oggi) quasi involontariamente affiancate in un parallelismo emotivo/cognitivo, quello di un esasperato conformismo portato alle estreme conseguenze. Del resto L’ombra del giorno è stato girato durante il lockdown 2020 in un’Ascoli deserta, rappresentata dalla grandezza monumentale di una delle più belle piazze rinascimentali, piazza del Popolo appunto, che qui assume un sapore quasi internazionale.

Il cinema duro dell’Italia in nero. “Il legionario” di Hleb Papou

I modelli a cui Papou si ispira sono presumibilmente ACAB di Stefano Sollima e lo scioccante Diaz di Daniele Vicari, ma Il legionario ha qualcosa anche de I miserabili di Ladj Ly, in particolare per la rappresentazione delle tensioni razziali. Rispetto ai due suddetti film italiani, l’opera prima del giovane regista può contare su un budget più ridotto (anche se ci sono alle spalle produzioni serie come Fandango e Rai Cinema, dunque non è un indipendente qualsiasi), e in questi casi voler girare sequenze d’azione può comportare il rischio di celebrare le nozze coi fichi secchi: ma Papou evita questa trappola e sa ottimizzare perfettamente i mezzi che ha disposizione attraverso particolari accorgimenti registici.

“Una femmina” nel paese dei ciechi

Presentato a Berlino, nella sezione Panorama, Una femmina è l’esordio dietro la macchina da presa del cosentino Francesco Costabile, testimone e narratore della piaga mafiosa calabrese. Ispirato al volume-inchiesta di Lirio Abbate Fimmine ribelli, il film è dedicato “a tutte le femmine ribelli” e “a tutte le vittime della ‘ndrangheta”. La storia, il cui soggetto è di Edoardo De Angelis e Abbate, penetra fin nel profondo della cruda esistenza mafiosa ai margini della società, fino a diventare essa stessa parte del paesaggio, buia e spigolosa, in equilibrio tra sfocature ed ellissi che non ammettono sprazzi di luce, in cui ogni riverbero si consuma sulla pietra tagliente e si strozza sulle rive riarse. 

“Dal pianeta degli umani” e il cinema di pensiero di Giovanni Cioni

In un montaggio d’impulso, associativo, la storia procede via via in una stratificazione temporale e materica: dai filmati d’archivio allo sci-fi degli anni ’40, dai filmini domestici e rivieraschi agli occhioni lucidi di anfibi notturni: il cinema di Cioni non è tanto di parola quanto di pensiero, un discorso che si muove libero tra le diapositive e le voci narranti — che sfiorano i saggi di Chris Marker — e il ragionamento individuale mosso secondo la logica chiusa e inoppugnabile della riflessione privata, dell’investigazione personale condivisa in fieri.