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“La taverna della Giamaica” e il congedo gotico di Hitchcock dall’Inghilterra

La taverna della Giamaica è forse l’unico film in costume di Hitchcock insieme a Il peccato di Lady Considine. Le ambientazioni e i costumi sono curatissimi e insoliti, poiché una taverna popolata da un insieme pittoresco di volti patibolari non è quello che ci aspetteremmo dal maestro del brivido; e inconsuete sono l’elegante villa del giudice e le coste dove agiscono i pirati; così come la brughiera, immersa nella nebbia e attraversata da un calesse, sarebbe più tipica di un film gotico. Ma Jamaica Inn, in fondo, è proprio un film gotico o meglio un incrocio, sapientemente dosato, fra il noir, il gotico e il dramma in costume.

Poor Man. “Una donna promettente” come pedagogia dei generi

Una donna promettente è sì un rape & revenge, ma qui lo stupro è solo evocato e la vendetta si risolve in una drammaturgia cadenzata che rielabora le colpe maschili senza eccessive inondazioni di sangue. Emerald Fennell segue la donna nella sua missione salvifica, avendo cura di porla sempre al centro dell’inquadratura e concentrando la sua scrittura composta nella rielaborazione del tragico: lo stupro dell’amica; il muro di omertà e reticenza di chi ha preferito tacere; la violazione fisica e virtuale del corpo femminile. La protagonista diventa simbolo, poi martire, di un post-femminismo votato a una pedagogia dei generi, messo in scena come un apologo morale che deve formare e orientare le coscienze.

“Minari” e il semplice germoglio del racconto

Non ha slabbri e non ha vertigine, simula compromessi che poi risolve in sintonie, non ha accensioni né contrasti forti oltre la superficie, eppure non sembra possa esistere un cinema più giusto, più corretto e più preciso per entrare in connessione con le urgenze del nostro tempo: Minari era il vero film da Oscar 2021, non perché destinato a vincerlo o perché pensato per poterlo fare, ma perché il più risolto come racconto. In una stagione cinematografica impegnata come non mai a mettere in crisi convinzioni e assiologie, il film di Lee Isaac Chung è qualcosa di meno stratificato e comunque più vicino al miglior cinema possibile, quello della semplicità estrema.

“La tigre bianca” e la parola del subalterno

La sceneggiatura dello stesso Bahrani, candidata all’Oscar 2021, segue, attraverso i virtuosismi della macchina da presa e una struttura narrativa complessa fatta di flashback nel flashback, l’emancipazione di Balram, da povero servo di Ashok e Pinky Madam nella tentacolare Delhi a uomo d’affari di Bangalore, senza scrupoli ma per proteggere gli sfruttati. Balram è la tigre bianca del titolo, un uomo che è riuscito ad essere l’eccezione, come l’animale che nasce una sola volta in una generazione. Come il romanzo di Adiga, il film di Bahrani porta ad uno stadio successivo l’analisi postcoloniale. 

“Nomadland” e il lutto nell’America di Biden

Sarà che dopo un anno di pandemia si è portati ad avvicinarsi a ogni nuovo film, come a ogni nuova storia, alla luce della lunga stressante prova che il mondo sta vivendo, ma Nomadland davvero approda nelle sale finalmente riaperte come un’istantanea di dove stavano andando gli Stati Uniti un attimo prima di fare ingresso nell’era Covid, e di come i più saranno costretti a ripartire a tempesta finita. Il fatto che poi la pellicola sia fresca vincitrice dei tre Oscar principali favorisce ulteriormente questa lettura. Come se l’Academy con i suoi premi abbia voluto indicare, riconoscendoli, i grandi temi dei prossimi anni: povertà, nuova organizzazione del lavoro, ambiente.

“In the Mood for Love” e l’amore irrealizzato

Il lavoro dell’analista era descritto da Sigmund Freud come un lavoro di ricostruzione, che affidandosi a dettagli e ripetizioni aiuta a ritrovare un qualcosa di perduto. Wong Kar-wai in In the Mood for Love si muove in quella direzione, riflettendo, a partire da quegli elementi e utilizzando il cinema, sui ricordi e cercando di ricostruire la memoria personale e collettiva. La Storia di Hong Kong e la storia di Chow e Su si trovano ad osservarsi e sfiorarsi, come i protagonisti stessi, riflettendosi a vicenda in uno specchio d’amor perduto e irrealizzato. Sono trascorsi ormai ventun anni dalla sua prima uscita nei cinema. Ritorna adesso in sala grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio L’Immagine ritrovata e da Criterion, distribuito da Tucker Film.

“Il caso Mattei” di Francesco Rosi tra i gangli del potere

Con Il caso Mattei lo stile di Rosi raggiunge l’apice del verismo, trasformandosi in una sorta di cinéma vérité, magistralmente unito a una narrazione lucida, serrata, accurata e ricca di pathos. La sceneggiatura affianca infatti a tutta la parte con Volonté (che è comunque quella maggioritaria) le indagini successive alla sua morte, e ritaglia anche uno spazio per lo stesso Rosi, che entra in scena come attore nel ruolo di se stesso: nel ruolo cioè di un regista che sta facendo ricerche sulla vita e la morte di Mattei, creando una sorta di piacevole cortocircuito fra cinema e documentario, in una molteplicità di linguaggi cinematografici; c’è ad esempio anche un discorso di Ferruccio Parri, e gli attori professionisti si affiancano a personaggi nei panni di loro stessi.

“La notte brava del soldato Jonathan” fra le donne di Don Siegel

Clint Eastwood, nel 1971, sui titoli di testa di La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel intonava a bassa voce The Dove di Judy Collins. A dirla tutta, la canzone poi tornava pari pari cento minuti dopo sugli altri titoli, quelli di coda, a sancire eccome quel presagio di morte, con la sorpresa di spostare l’attenzione appena una riga più sotto, sulle “belle fanciulle”, e sul consiglio che un uomo – il protagonista, la loro vittima – si preoccupava di dar loro attraverso le parole di una donna. Il titolo originale del film non per niente è The Beguiled, l’ingannato, così come del romanzo di Thomas Cullinan da cui è tratto. 

Atarassia alienata. “Apples” nell’universo della Greek Weird Wave

Per il suo debutto nel lungometraggio Christos Nikou, già assistente alla regia di Yorgos Lanthimos per Dogtooth, sceglie una storia da lui stesso co-scritta e molto in linea coi dettami della Greek Weird Wave, la corrente implicita nata coi lavori dello stesso Lanthimos e di Athina Rachel Tsangari: in primis la scelta come mattatore assoluto di Aris Servetalis, da lui già utilizzato per il corto Km (2012), il cui volto quieto, stralunato e dolente è diventato una cifra distintiva delle opere del movimento; e poi la pulizia e l’austerità della narrazione, il racconto di un mondo assurdo eppur plausibile, un protagonista solo e alienato, un’esteriore atarassia dei sentimenti, e una critica sociale alla contemporaneità indiretta quanto feroce.

“Non mi uccidere” e i teen movie. L’alba di un nuovo genere italiano

Non mi uccidere è Twilight ma non lo è affatto: in primo luogo, favorire il coinvolgimento emotivo e la proiezione nelle vicende narrate è fondamentale per le produzioni teen e young adult. Il  limite imposto dalla taglia contribuisce a rendere Non mi uccidere un pastiche dalle molte anime: gioca con l’ibridazione di generi letterari popolari (storie di vampiri e zombie, la storia romantica, il romanzo di formazione); assume caratteristiche del genere urban fantasy con derive nell’horror e nello splatter; si ispira ai predecessori e ai contemporanei (non solo teen movie: si pensi a recenti produzioni horror italiane alla The Nest) e allo stesso tempo prova a spingersi oltre, sperimentare.

“Night in Paradise” e la formula della vendetta

La vendetta sviluppa drammaturgia e produce storie, induce pathos e assicura un sensuoso e perverso sentimento di appagamento. Per Night in Paradise la formula del revenge movie non entra nella logica della messa in discussione, è in sostanza un sottinteso del genere gangsteristico, dove la vendetta è regolamentata al sistema, istituzionalizzata come principio. In quest’ottica non viene contestata la ragionevolezza dell’azione vendicativa e nemmeno ne vengono polemizzati i metodi d’esecuzione, sulla falsariga di un modello illustre come può essere Violent Cop, ma se ne indagano le conseguenze senza che il suo corollario venga mai disconosciuto.

Tra elegia e realismo. “Concrete Cowboy” e il western contemporaneo

Il western, più che un genere, è uno stile cinematografico: quasi uno stato d’animo, che può benissimo essere ambientato fuori dagli Stati Uniti e svolgersi ai nostri giorni – non necessariamente nell’Ottocento – e che si presta sovente a contaminazioni con gli altri generi. L’opera prima di Ricky Staub, Concrete Cowboy (2020), ne è un esempio, essendo una sorta di western urbano contemporaneo, ma molto sui generis, dove la demitizzazione della Frontiera è inscindibile dal dramma umano e da una sorta di bildungsroman (il cosiddetto romanzo di formazione).

“Francesca da Rimini” tra Alessandro Blasetti e Raffaello Matarazzo

In occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, si moltiplicano le celebrazioni a livello nazionale e internazionale e l’Università di Bologna in particolare – città dove il poeta soggiornò più volte – lo ricorda con un progetto dal titolo ‘Amor gentile, Dante e il parlar d’amore’ perché il capoluogo emiliano è stato un crocevia fondamentale nel concepimento ed elaborazione dell’amor cortese. E l’amore in tutte le sue declinazioni è il filo rosso che attraversa la Divina Commedia e che collega uno degli episodi universalmente conosciuti del V canto dell’Inferno – la vicenda di Paolo e Francesca – al cinema e in particolare a un progetto mai realizzato di Alessandro Blasetti per la Cines.

Monte Hellman e l’illusione del mito americano in “Cockfighter”

Per ricordare Monte Hellman, scomparso il 20 aprile 2021, ricordiamo il suo Cockfighter. L’autore di Greenpoint debutta con Roger Corman nel 1959. Guardando i suoi lavori (Le colline blu, Ride in the Whirlwind, 1966; La sparatoria, The Shooting, 1966; Strada a doppia corsia, Two-Lane Blacktop, 1971 o Iguana, 1988) è riscontrabile il metodo produttivo del maestro – film a basso costo, ma ricchi di un acuto sottotesto – rielaborato secondo la propria sensibilità e idea di cinema. Ne risulta così uno stile caratterizzato da un’astrazione tendente all’onirismo, con tempi dilatati, staticità della macchina da presa, personaggi enigmatici e un forte simbolismo che carica di significati “altri” le immagini sullo schermo.

Storia nera, ostruzionismo bianco. “Judas and the Black Messiah” scuote le coscienze

Prodotto da Ryan Coogler, abile rielaboratore in chiave black di stilemi e generi hollywoodiani, il secondo lungometraggio di Shaka King, pluripremiato e candidato a sei Premi Oscar (tra cui Miglior film e Miglior sceneggiatura), si inserisce in quel filone tutto afroamericano di rilettura della storia nazionale da un punto di vista alternativo a quello bianco maggioritario. Un intento che va oltre il revisionismo barricadiero, in favore di una riscrittura del passato comune con la consapevolezza ormai acquisita di un percorso civile troppo a lungo ignorato se non addirittura ostacolato. Il nuovo cinema storico nero fa luce su personaggi ed episodi spesso quasi del tutto dimenticati, al fine di costruire una mitologia afroamericana.

“Cronaca di un amore” e il superamento della sintassi tradizionale

Di Cronaca di un amore Antonioni è anche autore del soggetto, mutuato dalla tradizione hard-boiled americana, James M. Cain in particolare, e dal caso giudiziario della Contessa Maria Pia Bellentani che uccise nel 1948 l’amante Carlo Sacchi. È, inoltre, co-autore della sceneggiatura, riscrive i movimenti della macchina da presa per innovare il linguaggio cinematografico, dirige gli attori, specialmente Lucia Bosè, con pugno di ferro, impiegando, nella sua stessa definizione “mezzi . . . meccanici e odiosi”; partecipa attentamente e scrupolosamente al montaggio. Secondo la testimonianza dell’aiuto regista Francesco Maselli, inoltre, Antonioni voleva pianificare anche la promozione del film, amareggiato dal rifiuto della Mostra di Venezia.

“L’amico del cuore” e la tragedia minimalista

Tutto intento a rimarcare la propria personalità fuori dal mainstream utilizzando Sitting Still dei R.E.M. per accompagnare un viaggio in auto di notte nel 1983, fra le infinite possibilità nella discografia del decennio, L’amico del cuore ne viene fuori però alla fine come più hipster che realmente underground. Gabriela Cowperthwaite, documentarista di lunga esperienza, dirige una storia basata su eventi reali e fa tutto proprio come andrebbe fatto: utilizzare Casey Affleck in un ruolo praticamente identico a quello per cui ha vinto l’Oscar in Manchester by the Sea, e amalgamare con sapienza l’immediatezza di molta camera a mano sugli attori con la stilizzazione di bellissime immagini dall’alto a cogliere la natura geometrica e perfetta del tutto.

Il comico dissonante. “Pane e cioccolata” tra farsa e sconfitta

Chi siamo? Questo interrogativo rappresenta la premessa che genera gli eventi di Pane e cioccolata, film del 1974 realizzato dal poco prolifico Franco Brusati che si colloca magnificamente nel filone della commedia all’italiana per la tragica ironia con cui maneggia il tema spigoloso dell’identità nazionale. Il corpo in cui si concretizza questa acuta indagine è quello di Nino Manfredi, uno tra i maggiori esponenti dell’italianità e qui chiamato invece a ricoprire il ruolo di un emigrato ciociaro in Svizzera mosso da un sentimento tutt’altro che patriottico. Una scrittura (a firma dello stesso Brusati, affiancato dalla drammaturga Iaia Fiastri e da Manfredi) attenta a coniugare il surrealismo delle gag ad una pertinente ricostruzione dei costumi e del contesto sociale.

Prima le persone, poi il film. Intervista a Fabio Donatini

Presentato in anteprima allo scorso Torino Film Festival, San Donato Beach è il terzo lungometraggio del regista Fabio Donatini. Un’opera strettamente legata all’indole emotiva del suo autore, in grado certamente di esprimere i propri contenuti in piena autonomia, ma che acquista senz’altro un valore aggiunto se irrorata dall’esperienza personale di chi lo ha concepito e creato. Ecco quindi la testimonianza del regista riguardo alla sua opera ed alle necessità e gli stimoli che lo hanno spinto alla realizzazione di questo lavoro.

Il comico tragico. Appunti su “Il grande dittatore”

Durante il fascismo il film venne proibito dal MinCulPop che ordinò di “ignorare la pellicola propagandistica dell’ebreo Chaplin”. Infatti Il grande dittatore debuttò, nella sua versione integrale, sugli schermi italiani quattro anni dopo, a Roma nell’ottobre del 1944, e rimase in programmazione per un lungo periodo in diverse città d’Italia. “Giunse nell’immediato dopoguerra; ma su un pubblico che aveva assistito alle successive tappe di quella follia, che aveva sofferto sulle proprie carni e sul proprio spirito i disastri della guerra e della sconfitta, che aveva saputo dei forni crematori, il film apparve inadeguato, un riflesso troppo pallido della realtà”, così scrive Ugo Casiraghi nell’ottobre del 1960 su l’Unità.