Apologia delle commedie frivole. “Il Diavolo Veste Prada” rivisitato

Gli incarichi folli, l’ambiente lavorativo grassofobico, la vita privata appesa a un filo: le ordalie della giovane assistente sarebbero degne di un thriller psicologico, eppure si travestono di un’apparente frivolezza. È il pregio dei chick flick, termine in teoria derisorio e screditante (“film da femmine” è forse il corrispettivo italiano più accurato) che dovrebbe reclamare una ri-semantizzazione più entusiasta e accogliente: oltre a raccontare una storia di crescita, ambizione e corruttibilità, la sequenza della metamorfosi di Andy — da brutto anatroccolo a impeccabile donna in carriera — ha il primo grande pregio di essere divertente.

“Sciacalli nell’ombra” di Joseph Losey e il noir dell’homme fatal

Sciacalli nell’ombra è un hard boiled di classe, che riprende nell’impostazione iniziale il meccanismo di un capolavoro come La fiamma del peccato: i due amanti, un’eredità da incassare, un marito di troppo, un delitto destinato a essere scoperto. Losey però va oltre la semplice mimesi, e anzi sovverte il ruolo dei personaggi: se nel film di Billy Wilder era la splendida Barbara Stanwyck a progettare l’omicidio del marito coinvolgendo Fred MacMurray in una spirale delittuosa senza fine, qua il motore non è la femme fatale (che di fatale, vedremo, non ha molto), bensì l’uomo.

L’età aurea della sophisticated comedy. “Il ventaglio di Lady Windermere” di Ernst Lubitsch

Parlando di Luci della città, si diceva di come Charlie Chaplin riuscisse a comunicare le emozioni con la sola forza delle immagini. Lubitsch è innegabilmente lontano dallo stile di Chaplin, eppure si percepisce a pelle una simile concezione dell’immagine come potere espressivo, che si traduce nei primi piani sui personaggi e nei dettagli, a cui il regista presta sempre un’attenzione certosina: l’uso delle didascalie è ridotto, e a parlare, come sua abitudine, sono innanzitutto le immagini. Il cinema di Lubitsch è marcatamente estetico, è una gioia per gli occhi, è una bellezza trascendente riconducibile a quello che certi filosofi chiamavano “il bello in sé”.

L’elegia del clown triste. Charlie Chaplin e “Luci della città”

È un cinema fatto tutto di sguardi e di dettagli, di campi e controcampi, è un uso emotivo delle immagini che si fa pura poesia visiva, sostenuta da una colonna sonora particolarmente malinconica; una poesia che si ripeterà nei numerosi incontri fra i due e tornerà specularmente nel commovente finale, intriso di amore puro e platonico: quando cioè la ragazza ha riacquistato la vista, e capisce l’identità del suo benefattore solo toccandogli la mano. I pannelli coi dialoghi scritti sono ridotti al minimo, e Chaplin manifesta i sentimenti con un uso archetipico e primigenio delle immagini e della musica, confermandosi un genio assoluto della storia del cinema.

Lo spettacolo del noir. “So che mi ucciderai” di David Miller

L’inizio sembra anticipare un certo cinema di Robert Aldrich, cioè quei drammi ambientati nel mondo dello spettacolo – pensiamo a Il grande coltello o Quando muore una stella – con la messa in scena dell’affascinante ma spietato mondo di Broadway. La prima parte ricalca gli schemi del mélo, ma senza mai scadere nel banale, con la narrazione dell’incontro fra i due protagonisti, l’innamoramento, la luna di miele in una splendida villa sul mare, la vita nella loro ricchissima abitazione. Poi, quando entra in scena Gloria Grahame, So che mi ucciderai si incanala più decisamente – ma senza soluzione di continuità – nei suddetti canoni del noir: Irene è la dark lady.

“Trapped” esce dall’oblio. Il noir cult di Richard Fleischer

Fleischer, in soli 79 minuti e con un budget visibilmente ristretto, riesce a creare un riuscito incrocio fra gangster-movie e poliziesco degno di altre opere coeve e più celebri – pensiamo a I gangsters di Robert Siodmak – mettendo in scena vari personaggi e stilemi del genere, con una descrizione minuziosa del milieu criminale. Il merito va ad una sceneggiatura intricata, ricca di doppiogiochisti e colpi di scena, e soprattutto ad una regia quadrata, senza tanti fronzoli né orpelli stilistici ma efficacissima: che sarà poi uno dei tratti distintivi della poetica di Fleischer nei suoi film più celebri, dal suddetto Le jene di Chicago a Sabato tragico, da Frenesia del delitto a Lo strangolatore di Boston.

Il noir e i peccati borghesi. “Il corvo” di Henri-Georges Clouzot

Il cinema di Henri-Georges Clouzot è all’insegna del noir, declinato in varie forme, ma sempre focalizzato sulla psicologia dei personaggi: Il corvo, incentrato su una descrizione al vetriolo della borghesia dove covano misfatti e segreti inconfessabili, è un grande classico del cinema francese, un film dotato di una narrazione e di un linguaggio assolutamente moderni e in grado di parlare agli spettatori di ogni epoca – in fondo, la piccola borghesia cattiva e viziosa non è poi lontana da quella messa in scena anni dopo da un altro maestro come Claude Chabrol.

Quando la slapstick comedy si fa meta-cinema. “La palla n. 13” di Buster Keaton

La palla n. 13 è uno dei film della maturità di Buster Keaton, che trova un equilibrio apollineo fra i canoni della slapstick comedy e una riflessione meta-cinematografica per niente banale. In questo mediometraggio il geniale comico mette in scena alcuni temi ricorrenti della sua poetica, come l’amore impossibile e una continua lotta contro l’ostilità delle circostanze, temi che si esplicano in una serie continua di gag irresistibili accompagnate da una musica vivace e onnipresente. C’è quindi una ragazza (che come tutti i personaggi è senza nome) di cui è innamorato e che cerca di conquistare, frenato dalla timidezza e dalla povertà. E c’è il cattivo di turno, a sua volta innamorato, che cerca di mettere il protagonista in cattiva luce.

Amore e malavita nella Parigi ottocentesca. “Casco d’oro” di Jacques Becker

Casco d’oro è sia un film che è affresco di un’epoca, sia un film dove ci sono i personaggi basilari del noir francese (e non solo): la prostituta, a cui dà vita una bellissima e intensa Simone Signoret in uno dei più grandi ruoli della sua carriera (prima ancora de I diabolici di Clouzot), l’ex galeotto che vuole ricominciare una vita onesta ma è travolto dagli eventi (col volto inconfondibile dell’italo-francese Reggiani), il boss (un grande Dauphin), il protettore, il poliziotto corrotto e tutta una parata di sgherri coi volti giusti. Come accadrà in Grisbì (e parzialmente anche ne Il buco), il cinema noir di Becker è improntato al cherchez la femme, poiché è sempre l’amore per una donna a muovere i personaggi e a guidarli nel drammatico destino, mentre la colonna sonora di Georges Van Parys suona e palpita insieme a loro.

“La taverna della Giamaica” e il congedo gotico di Hitchcock dall’Inghilterra

La taverna della Giamaica è forse l’unico film in costume di Hitchcock insieme a Il peccato di Lady Considine. Le ambientazioni e i costumi sono curatissimi e insoliti, poiché una taverna popolata da un insieme pittoresco di volti patibolari non è quello che ci aspetteremmo dal maestro del brivido; e inconsuete sono l’elegante villa del giudice e le coste dove agiscono i pirati; così come la brughiera, immersa nella nebbia e attraversata da un calesse, sarebbe più tipica di un film gotico. Ma Jamaica Inn, in fondo, è proprio un film gotico o meglio un incrocio, sapientemente dosato, fra il noir, il gotico e il dramma in costume.

“Il caso Mattei” di Francesco Rosi tra i gangli del potere

Con Il caso Mattei lo stile di Rosi raggiunge l’apice del verismo, trasformandosi in una sorta di cinéma vérité, magistralmente unito a una narrazione lucida, serrata, accurata e ricca di pathos. La sceneggiatura affianca infatti a tutta la parte con Volonté (che è comunque quella maggioritaria) le indagini successive alla sua morte, e ritaglia anche uno spazio per lo stesso Rosi, che entra in scena come attore nel ruolo di se stesso: nel ruolo cioè di un regista che sta facendo ricerche sulla vita e la morte di Mattei, creando una sorta di piacevole cortocircuito fra cinema e documentario, in una molteplicità di linguaggi cinematografici; c’è ad esempio anche un discorso di Ferruccio Parri, e gli attori professionisti si affiancano a personaggi nei panni di loro stessi.

“Cronaca di un amore” e il superamento della sintassi tradizionale

Di Cronaca di un amore Antonioni è anche autore del soggetto, mutuato dalla tradizione hard-boiled americana, James M. Cain in particolare, e dal caso giudiziario della Contessa Maria Pia Bellentani che uccise nel 1948 l’amante Carlo Sacchi. È, inoltre, co-autore della sceneggiatura, riscrive i movimenti della macchina da presa per innovare il linguaggio cinematografico, dirige gli attori, specialmente Lucia Bosè, con pugno di ferro, impiegando, nella sua stessa definizione “mezzi . . . meccanici e odiosi”; partecipa attentamente e scrupolosamente al montaggio. Secondo la testimonianza dell’aiuto regista Francesco Maselli, inoltre, Antonioni voleva pianificare anche la promozione del film, amareggiato dal rifiuto della Mostra di Venezia.

Il comico dissonante. “Pane e cioccolata” tra farsa e sconfitta

Chi siamo? Questo interrogativo rappresenta la premessa che genera gli eventi di Pane e cioccolata, film del 1974 realizzato dal poco prolifico Franco Brusati che si colloca magnificamente nel filone della commedia all’italiana per la tragica ironia con cui maneggia il tema spigoloso dell’identità nazionale. Il corpo in cui si concretizza questa acuta indagine è quello di Nino Manfredi, uno tra i maggiori esponenti dell’italianità e qui chiamato invece a ricoprire il ruolo di un emigrato ciociaro in Svizzera mosso da un sentimento tutt’altro che patriottico. Una scrittura (a firma dello stesso Brusati, affiancato dalla drammaturga Iaia Fiastri e da Manfredi) attenta a coniugare il surrealismo delle gag ad una pertinente ricostruzione dei costumi e del contesto sociale.

Il comico tragico. Appunti su “Il grande dittatore”

Durante il fascismo il film venne proibito dal MinCulPop che ordinò di “ignorare la pellicola propagandistica dell’ebreo Chaplin”. Infatti Il grande dittatore debuttò, nella sua versione integrale, sugli schermi italiani quattro anni dopo, a Roma nell’ottobre del 1944, e rimase in programmazione per un lungo periodo in diverse città d’Italia. “Giunse nell’immediato dopoguerra; ma su un pubblico che aveva assistito alle successive tappe di quella follia, che aveva sofferto sulle proprie carni e sul proprio spirito i disastri della guerra e della sconfitta, che aveva saputo dei forni crematori, il film apparve inadeguato, un riflesso troppo pallido della realtà”, così scrive Ugo Casiraghi nell’ottobre del 1960 su l’Unità.

“Amore e fortuna”, i piccoli drammi individuali di Becker

Amore e fortuna è un esempio di leggerezza espositiva e tragiche dissonanze nel carattere di personaggi straordinariamente ordinari: dialoghi verbosi e frizzanti, toni sopra le righe ma mitigati da una velata malinconia di fondo sono elementi del film di Becker sopravvissuti all’erosione del tempo e ancora centrali ad oltre settant’anni di distanza. Nel caso in questione tutto ruota attorno alle goffe peripezie di una giovane coppia nella Parigi del secondo dopoguerra, parzialmente soddisfatta della propria vita. Lo scossone in questa monotona ma non disprezzabile routine arriva sotto forma di biglietto vincente della lotteria.

“Les Enfants du Paradis” opera cinematografica totalizzante

Un kolossal da oltre centonovanta minuti che, diviso in due parti, abbraccia un periodo di diversi anni e si muove con disinvoltura tra una varietà di generi che spaziano dal melodramma alla commedia, arrivando finanche a contaminarsi con delle sporadiche incursioni nel thriller. Una natura multiforme che riflette le sfaccettature dei protagonisti, figure archetipiche cariche di valori contrastanti e in perenno conflitto. L’eroe romantico che si lancia al disperato inseguimento dell’amata è costretto a soccombere al muro di folla festante, un carnevale di volti deformati, ira, disperazione e giubilo; stati d’animo parossistici che soffocano il fioco grido di un amore interrotto. Come a sottolineare che le passioni più intense sono anche quelle meno rumorose.

Paradžanov Pop

il protagonista del film di Paradzanov poteva essere il simbolo di quella fraternità tra i popoli e di coesistenza culturale tra le diverse repubbliche sovietiche care alla retorica autorizzata dal Politburo. In mano a Paradzanov, tuttavia, il progetto diventa una celebrazione surrealista della libertà artistica, in cui diversi registri espressivi come il cinematografico, il fotografico, il pittorico, si confondono per narrare immagini senza parole. Un collage di miniature, immagini bidimensionali, oggetti di riti liturgici e del folklore locale che ha ispirato i pastiche pop di Madonna e Lady Gaga, rispettivamente per i video di Bedtime Stories (1994) e 911 (2020).

“Pandora” e lo splendore cromatico del melodramma

Negli anni Cinquanta l’industria hollywoodiana esonda dalla propria zona di comfort e si espande con decisione verso i territori del fantastico. Pandora figura tra i titoli che, agli albori del decennio, impostano la rotta verso generi segnati da mondi immaginari e figure ammantate di mistero, affermandosi però come un esperimento ancora parte di un sistema in trasformazione, più che un manifesto del nuovo corso della cinematografia d’oltreoceano. Diretto e prodotto da Albert Lewin, il film è una rivisitazione in chiave contemporanea della leggenda nordeuropea dell’Olandese Volante, diluita in un melodramma canonica in cui la protagonista interpretata da Ava Gardner viene travolta da una burrasca di impulsi amorosi.

“Anni difficili” e le origini del trasformismo italiano

Il fulcro dell’opera sembra essere dunque l’impotenza della gente comune di fronte agli oscuri ribaltoni del potere; quella delle persone semplici è presentata come una massa informe incapace di ribellarsi al proprio destino se non quando ormai è troppo tardi. Impossibile non interpretare questo messaggio come una forte critica al qualunquismo, al trasformismo tutto nostrano, quel senso di movimento del “gregge”, a cervelli spenti, che tanto sarà sbeffeggiato nella successiva commedia all’italiana. “Non mi riesce di trovare uno che abbia il coraggio di dire ‘Io sono stato fascista’: ma da chi era fatto questo fascismo?”, domanda al podestà il sarcastico ufficiale inglese in una scena del finale, incredulo davanti alla meschinità degli sconfitti.

La prospettiva ascetica di Dreyer

Composto da primi piani corti e taglienti, “labbra urlanti o sogghigni sdentati come tagliati nella massa del volto”, La passione di Giovanna d’Arco, scriveva Deleuze (la cui lezione sul film è intramontabile e sempre attuale) “è un film quasi esclusivamente affettivo”, costruito su un tipo di montaggio ed inquadrature cosiddetti “di affezione”, inquadrature che sono quasi unicamente dei primi o primissimi piani. L’affetto è qui inteso come entità spirituale complessa: Giovanna, la pulzella d’Orléans, analfabeta e ribelle è colta nella sua Passione più che nel processo, nella sua essenza di martire e vittima di una Chiesa che, più che accogliere, punisce chi si distacca troppo da certi canoni estetici e sociali.

Caméra-car-stylo. La libertà stilistica di “Caro diario”

Nuova carrellata antologica di scritti su (e di) Nanni Moretti in occasione dell’uscita del restauro 4k di Caro diario. Come scrive Morando Morandini: “Chi, se non l’Antonioni di L’avventura – ma è solo un esempio – ha avuto un occhio così, a dimostrazione che la fotografia non è soltanto tecnica di riproduzione della natura, ma visione e interpretazione del mondo? Nella sostanza, però, Caro diario non è narcisista. Moretti rischia di trovarsi addosso l’etichetta dell’autobiografismo che fu attaccata a Fellini. La morte di Pasolini è un vuoto che tocca molti di noi, una bella minoranza. Quel che racconta o inventa corrisponde alla realtà”.