Di esperimenti sociali gestiti con volontari è piena la modernità. Uno di più noti, The Stanford Prison Experiment, prevedeva l’assegnazione dei ruoli di secondini e prigionieri all’interno di un carcere fittizio. Le reazioni dei partecipanti furono imprevedibili e violente. Nulla di così drammatico per fortuna in Unità di produzione musicale, film italiano basato su un esperimento ben congegnato: chiudere alcuni dei migliori musicisti italiani dell’ambito rock e underground in una fabbrica, otto ore al giorno, con turni industriali di scrittura, composizione ed esecuzione, senza un nome ma solo un numero a identificarli, e vedere che cosa potrebbe saltare fuori dall’incontro tra ciclo operaio e creatività romantica.

Come spiegano i realizzatori, “il contrasto fra la libertà creativa e la costrizione della catena di montaggio innesca un’operazione ibrida fra esperimento psicologico, performance e improvvisazione. I musicisti calati in questo ruolo per loro inusuale reagiscono alcuni con risposte e altri con domande. Musicali ed extramusicali, critiche o divertite, analitiche o istintive”. Nessuno però arriva a licenziarsi (anche se non mancano perplessità e momenti di tensione). L’incipit del film di Pietro de Tilla, Elvio Manuzzi, Tommaso Perfetti – da un progetto di Enrico Gabrielli e Sergio Giusti – mostra la sua cinefilia. Invece dell’uscita dalle fabbriche dei Lumière (girato giusto 120 anni fa), questa volta gli operai entrano volontariamente nell’edificio industriale, tutti per la prima volta. Appena la camera si avvicina si nota che le facce non sono quelle normali dei turnisti, ma quelle artistiche, acconciate, tatuate, truccate, buffamente decorate degli artisti che daranno vita alla UPM.

All’ascoltatore episodico di musica italiana – al di là del piacere di riconoscere qua e là i volti di alcuni dei più interessanti autori del momento (Dente, Iosonouncane e Davide Tidoni tra gli altri) – pare che l’esperimento sia riuscito, e che (fatte salve le ovvie contraddizioni), forse farebbe bene replicare l’avventura, che porta con sé caos ma anche salutare messa in discussione di standard e ricorrenze musicali fin troppo radicate anche dentro il mondo “indipendente”. E pure il film, in sé, è riuscito, con allusioni al cinema di fantascienza, al cinema politico-militante (Crepa padrone tutto va bene) e orwelliano. Insomma, anche per il documentario italiano una boccata d’aria.

Ciné-fils