Jazu musume tanjō (A Jazz Girl Is Born, 1957) di Masahisa Sunohara è la storia di Midori, un’energica e talentuosa ragazza di provincia che coglie al volo l’opportunità di entrare nel mondo dello spettacolo unendosi a una compagnia itinerante come cantante, insieme al collega-rivale Haruo di cui è vagamente innamorata. Dopo una serie di vicissitudini e un eclatante colpo di scena, i due coronano il sogno di esibirsi in una prestigiosa sala di Tokyo, e la ragazza avrà anche modo di riconciliarsi col padre che l’aveva abbandonata in tenera età. Il film, una produzione Nikkatsu, ricalca alla lettera le situazioni e gli schemi consolidati dei numerosi musical indirizzati al pubblico giovanile dell’epoca, mescolando commedia e romanticismo da fiaba metropolitana con spruzzate di esotismo d’oltreoceano (evocato dal lessico variopinto delle canzoni), ottimismo postbellico e sete di modernità.

Anche il ruolo interpretato da Eri Chiemi, sul cui magnetismo il film si affida in larga parte, riprende quello di altri film che l’hanno vista con o senza le altre componenti del trio “Sannin musume” (“Le tre ragazze”), Hibari Misora e Izumi Yukimura, già protagoniste di un altro musical, a onor del vero ben più solido e scoppiettante, proiettato lo scorso anno in occasione della prima parte della rassegna: Janken musume (So Young, So Bright, 1955) di Sugita Toshio.

L’attrice sopperisce con versatilità e spiccata verve comica a un canovaccio sgangherato che infila con sfrontata scioltezza improbabili coincidenze e pretestuosi espedienti narrativi accantonati altrettanto liberamente una volta che essi hanno assolto le rispettive funzioni (basti pensare a tutta la storia della ricerca di Midori da parte del presunto padre), rubando la scena alla star maschile del film, l’amatissimo attore e cantante Yūjirō Ishihara nella parte di Haruo, relegato a un ruolo comprimario in attesa di potersi riscattare con la sua sfavillante esibizione finale. Le dinamiche di spartizione delle esibizioni tra le due star producono, forse neanche troppo involontariamente, un gradevole rimando all’intreccio stesso del film, dal momento che l’amichevole rapporto tra Midori e il ragazzo si basa proprio sul desiderio dei due giovani di primeggiare guadagnandosi la luce dei riflettori e la chiusura delle esibizioni.

Del resto è plateale che l’intreccio sia solo un pretesto per le performance canore dei due divi, e che l’unico motivo di interesse del film siano i numeri musicali (che comprendono anche un simpatico tip-tap “dei lustrascarpe” eseguito dalla sorella minore della protagonista) a suon di jazz, mambo e contaminazioni folcloristiche che le origini provinciali di Midori, coerenti con i tratti fisici dell’attrice che la impersona, con la sua parlata spigliata e la sua personalità schietta, si portano naturalmente appresso. Le parti musicate, abbellite da scenografie e costumi sgargianti, sono senz’altro anche i momenti che meglio consentono di apprezzare l’eccellente lavoro di restauro operato dal National Film Center sui negativi originali Konicolor a tre matrici, le cui fasi sono state illustrate da una breve clip proiettata in apertura al film.

Giacomo Calorio


Con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone – come le altre potenze sconfitte dalle Forze Alleate – subì l’invasione culturale di matrice statunitense, fenomeno di innovazione di usanze, costumi e stili di vita che segnò, ancora più che in Occidente, un cambiamento radicale nella gioventù locale in netta contrapposizione con la tradizione dei padri.
In questa chiave È nata una cantante di Jazz (1957) si presenta come importante documento del proprio tempo, capace com’è di esprimere nella forma di briosa commedia musicale il contesto coevo con particolare riguardo alla generazione a cavallo della maggiore età. Come in altri film della casa produttrice Nikkatsu che strizzavano l’occhio ai giovani spettatori figli del rinnovato benessere, anche qui si costruisce un prodotto ad hoc, mirato a soddisfare le aspettative e ad alimentare i sogni e le fantasticherie del pubblico di riferimento, andando incontro ai loro gusti ed interessi.
A metà tra melò e commedia musicale, il film di Masahisa Sunohara si presenta come una sorta di Musicarello nipponico in cui però – a differenza dei corrispettivi italiani, allora ancora incentrati sulle melodie di Luciano Tajoli o Claudio Villa e dunque di gusto prettamente popolare – l’influenza americana è già ben presente nello stile, nella trama e nel commento musicale.
Le vicissitudini di Midori, venditrice di olio di camelia notata per sua bella voce e assunta in una compagnia di giovani jazzisti locali per lanciarla come astro emergente della scena locale, rispecchiano gli stilemi del Musical a stelle e strisce di quegli anni, pur se adattati al contesto sociale nazionale. Così ad esempio, se in campagna gli artisti faticano ad affermare la musica moderna vedendosi regolarmente preferire canti tradizionali in abiti tipici, è nella città che tutto diviene possibile e a portata di mano, come dimostrano i fratellini lustrascarpe di Midori che per avvicinare i clienti improvvisano un numero di tip-tap. Allo stesso modo le vicissitudini sentimentali che legano la protagonista alla sua controparte maschile Haruo sono riflessi del cambiamento sociale in atto. Il loro costante bisticciare riguarda infatti le rispettive presenze sceniche, indicatore questo del nuovo ruolo femminile, figura indipendente e autonoma al pari degli uomini per lo più però ancora incapaci di accettare tale realtà.
Ma come nei film con Fred Astaire e Ginger Rogers, è attraverso la musica che i due personaggi si capiscono, si conoscono e infine si innamorano, superando gli attriti che inizialmente li avevano contrapposti. Lo stile gershwiniano dei numeri musicali densi di citazioni coreografiche e scenografiche da Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi o Spettacolo di varietà, arricchisce l’american style della pellicola che, pur con limiti ed ingenuità, resta documento di una generazione osservata senza condanna, ma con tenera e comprensiva ammirazione.

Lapo Gresleri – Associazione Culturale Leitmovie