Come ha ricordato Paolo Mereghetti in piazza Maggiore presentando la proiezione della copia restaurata da Studiocanal di Legittima difesa (1947) al Festival del cinema Ritrovato, secondo l’autore Henri-Georges Clouzot “Per fare un film ci vuole: primo una buona storia, secondo una buona storia, terzo, una buona storia”.

E in effetti alla base di questo film, che ancor oggi cattura l’attenzione e l’ammirazione del pubblico, di storie interessanti ce ne sono almeno tre: quella dell’interdizione di Clouzot dal set con l’accusa di aver realizzato nel ’43 un film contro la Francia (Le Corbeau), quella del produttore Tolia Eliacheff che proponendo a Clouzot di girare un poliziesco riuscì ad aggirare l’esilio cinematografico del regista e infine quella di Stanislas André Steeman, autore belga di Légitime defense da cui Quai des Orfèvres è tratto.

Appena ricevuta la proposta di Eliacheff, Clouzot pensò infatti a Légitime defense che aveva letto e che lo aveva fortemente colpito e così in pochi mesi, senza nemmeno aver una copia del testo originale – nel frattempo diventato introvabile – compose la sceneggiatura, adattandola molto liberamente, assieme a Jean Ferry. “Ho voluto fare un film criminalista e non poliziesco – dichiarava lo stesso Clouzot – Se avessi posto all’inizio del problema “chi ha ucciso?” avrei distolto l’attenzione del pubblico dai quattro personaggi che mi proponevo di studiare”.

Al centro della vicenda troviamo infatti Jenny Lamour (Suzy Delair), bella e spregiudicata cantante di varietà, sposata al goffo pianista Maurice (Bernard Blier), che nella Parigi del secondo dopoguerra riceve una proposta di contratto dall’imprenditore Brignon – un “vecchio sporcaccione” come viene definito nel film – scatenando la gelosia del marito. Quando Brignon viene trovato morto, i sospetti ricadono su Maurice. Mentre la fotografa Dora (Simone Renant) cerca di aiutare marito e moglie, l’ispettore Antoine (Louis Jouvet) inizia ad indagare su tutti e tre.

Seguendo lo svolgimento della trama, che non manca certo di suspense, risulta abbastanza evidente che ciò che interessa maggiormente a Clouzot – oltre al gioco di mostrare e nascondere i meccanismi di un omicidio perfetto che non si rivelerà per niente tale – è la complessità delle cose, delle situazioni, dei caratteri. Quel gusto del chiaroscuro, omaggio alla scuola tedesca sapientemente fotografato da Armand Thirard, che riguarda non solo le immagini ma anche la sua visione dell’umanità.

Tutti i personaggi hanno un loro lato solare e uno notturno: Jenny Lamour è arrivista e consapevole del suo fascino ma a suo modo sincera, Maurice è un innamorato fedele ma soffocante e moralista, Dora è amica di entrambi ma segretamente innamorata di Jenny e Antoine è un ispettore di Polizia cinico e implacabile ma allo stesso tempo capace di toccanti tenerezze nei confronti del figlioletto. E attorno a loro ruota la varia humanitas dei teatri parigini, grande famiglia ora annoiata ora maliziosa, quella del variegato mondo che frequenta il Palazzo di Giustizia di Parigi – quel Quai des Orfèvres che dà il titolo al film – e quella degli umili avventori dei bistrot.

Ma oltre alla felicità narrativa della trama, alla sfaccettatura dei personaggi principali – tutti magistralmente interpretati – all’atmosfera disincantata e sensuale della vita parigina post bellica, è la perfezione di alcune scene quella che emoziona maggiormente. Quella in cui l’ispettore Antoine piomba in casa dei sospettati e strappa di mano a Maurice un pezzetto di carta sul quale poi indugia e per accendersi una sigaretta ci fa sobbalzare dalla sedia come nella migliore tradizione Hitchcockiana, perché su quel lembo di carta Jenny ha annotato a mano l’indirizzo di casa del defunto Brignon: tutti speriamo che l’ispettore non se ne accorga anche se forse l’ha già fatto e sta sadicamente giocando al gatto e al topo con i sospettati così come con il pubblico.

Altrettanto notevole la scena di identificazione di Dora da parte di un vecchio tassista, che prima nega di riconoscere la donna trasportata in taxi la notte dell’omicidio a casa di Brignon poi, una volta ricattato, si vede costretto a confessare per poi chieder scusa del suo comportamento.

D’altra parte Clouzot, pur essendo un regista che amava conquistare il pubblico in modo veloce e diretto, a volte quasi violento, era pienamente consapevole dell’importanza dei particolari e delle sfumature. Alla domanda postagli da William Friedkin su quale fosse il segreto dei suoi film rispose senza timore: “I dettagli”.

 

Lorenza Govoni