Anche se la foto che dobbiamo proporvi è in bianco e nero, in verità si tratta del primo film a colori prodotto dalla Tōhō, girato in Fujicolor da uno dei suoi registi di punta: Kajirō Yamamoto, noto per le sue commedie con l’attore comico Enoken, per i suoi adattamenti letterari di opere di Sōseki Natsume, per l’estremo realismo dei suoi film di propaganda bellica, ma soprattutto, almeno in Occidente, per essere stato il maestro di Akira Kurosawa, il quale gli fece da assistente in uno dei suoi capolavori: Uma (Cavallo, 1941). Hana no naka no musumetachi (Ragazze tra i fiori, 1953), storia di due sorelle di provincia smaniose di farsi una vita in città ma legate all’azienda di famiglia in seguito alla morte del fratello maggiore che era destinato a ereditarla, è uno shomin-geki abbastanza tipico nel suo sottile oscillare tra il dramma familiare e la commedia (anche se il film pende nettamente sul secondo versante), portando in campo con leggerezza e ironico disincanto conflitti di diversa natura ed entità non del tutto risolti in un finale che, per quanto lieto, lascia un leggero amaro in bocca. La dicotomia più evidente, visualizzata nemmeno troppo implicitamente dalla metafora del ponte in costruzione che solo nelle ultimissime scene collegherà la capitale alle aree di provincia circostanti, è quella tra campagna e città.

I due ambienti, così come i rispettivi abitanti (incapaci di guardare gli uni agli altri se non attraverso immagini stereotipate, esagerate tanto nell’edulcorazione quanto nella diffidenza), sono messi in tensione tramite un doppio movimento, un reciproco anelito al diverso che porterà più delusioni che altro. Così, alla fine, lo studente recatosi in campagna per trovare il silenzio ritorna in città perché in fondo ne rimpiange le comodità, mentre, delle due sorelle, la maggiore si rassegnerà a coltivare il frutteto di famiglia delusa dal bel cittadino che amava e che invece le preferisce la carriera, e la minore (interpretata con adorabile affettazione da una giovane Mariko Okada) si appresta a realizzare il suo sogno con assai meno entusiasmo di quanto non ne mostrasse inizialmente. Anche perché, in fondo, con la costruzione del ponte, presto o tardi città e campagna sono destinate a fondersi e omologarsi l’una nell’altra (e sarà evidentemente la prima a fagocitare la seconda), e allora perché darsi tanta pena?

Tale tensione, ugualmente configurabile come contrasto tra tradizione e modernità, è però intimamente legata anche a un altro dualismo classico della cultura nipponica, più evidente in generi come il jidai-geki e il film di yakuza ma ugualmente presente nei drammi familiari: quello tra dovere sociale (giri) e sentimento personale (ninjō), nel caso specifico declinati in amore per la famiglia e amor proprio; ossia in senso del dovere verso la tradizione, gli antenati e la società (più forti nella provincia), contrapposto al vento di individualismo che, veicolato da riviste e trasmissioni radio, spira dalla metropoli. Come sempre, questo conflitto si risolve con un sacrificio, quello della sorella maggiore Yoshiko che rinuncia al lavoro in città e al fidanzato per ripristinare l’armonia familiare guastata dalla morte del primogenito. Il suo gesto consentirà infatti, in un sol colpo, di liberare la minore Momoko dagli obblighi che la tengono legata alla campagna, di salvare l’azienda di famiglia e di dare una moglie e un lavoro al povero e simpatico Jun’ichi, innamorato di Yoshiko e unico personaggio a essere veramente interessato a coltivare il frutteto. Fortunatamente per Yoshiko, il clima da commedia allevia il dolore della scelta mostrandole che il suo fidanzato non è la sua anima gemella come sembrava inizialmente, mentre l’uomo che segretamente la ama sin da bambina è in grado di donarle una quieta felicità.

Uno degli aspetti più interessanti di Hana no naka no musumetachi, tale da guadagnargli un meritato posto all’interno della rassegna proposta dal festival, è proprio l’uso del colore: non tanto per la pastosa e calda luminosità del giallo delle forsizie e dei maglioncini o per l’intensità del rosso che colora le labbra delle attrici, quanto per il ruolo funzionale che esso ricopre nell’economia del film. Perché il rosso dei calzettoni goffamente indossati sopra gli zoccoli di legno in un albergo di lusso, dei panni stesi all’aria fresca, del naso di un arzillo vecchietto, delle guance di Momoko che divampano esageratamente quando viene scoperto il suo amore per lo studente (e che lei, attenta ai consigli della radio, immediatamente ricopre di fondotinta chiaro per apparire più adulta, più moderna, più cittadina); perché questo rosso, si diceva, soprattutto se contrapposto al verde che domina le riprese metropolitane, diventa metafora evidente della spontaneità di un mondo, di un’epoca e di un’età della vita (quella della giovane Momoko, tanto spavalda nella sua quotidianità campagnola quanto timida e impacciata quando si parla dei suoi sentimenti o quando disorientata vaga per la città all’inizio del film), destinati a venir meno come il rosso nastro inaugurale tagliato nel finale, all’apertura del ponte. Non a caso, la ragazza lascia la famiglia, il paese, la sua adolescenza e un’intera epoca, avvolta in un soprabito verde.

 

Giacomo Calorio