Ettore Scola ha introdotto la proiezione del suo La più bella serata della mia vita con un piacevole intervento che mi sento di definire pieno di saggezza. La saggezza di chi ha visto il prima e il dopo degli eventi senza restare indifferente ma oggettivo, sapendone sfruttare la potenza espressiva e il messaggio attraverso la macchina da presa. Nel caso di questo film del ’72, però, si tratta più che altro di una previsione accidentale.

Il sordido protagonista, industriale lombardo, incarna la maggior parte dei vizi, quindi dei cliché italiani, ma soprattutto sembra essere il ritratto profetico di una figura che, vent’anni dopo, diventerà protagonista di un’altra scena, quella politica. Uno spettacolare Alberto Sordi è il Signor Rossi, tipicamente italiano non solo per il cognome, che in un viaggio in Svizzera per depositare illegalmente cinquanta milioni di lire, farà un viaggio oltre confine ma più che altro dentro la propria coscienza, che rimarrà sporca fino all’ultimo salto nel vuoto.

Alfredo Rossi è sposato, ma infedele, è romano ma lavora a Milano (atteggiandosi da milanese), si crede affabile ma risulta inevitabilmente ruffiano. E’ un buffo paradosso vivente, ma lui non se ne cura e non se ne accorge perché ha tutto quello che vuole. L’invulnerabile borghesia, immortale nella sua brama di affermazione! Rossi crede nell’importanza del suo gradino nella scala sociale italiana, e crede ancora di più di poterla scalare. E in questa impresa i mezzi sono l’ultimo dei suoi problemi.

Mancato l’appuntamento in banca per un lievissimo ritardo, che a Lugano è sacrilegio, Rossi si mette a inseguire un’affascinante centaura dall’ignota identità. All’inseguimento della donna, l’auto da corsa color aragosta si addentrerà nei boschi, dove la trappola si chiuderà sull’inconsapevole Alfredo. Con la macchina in panne, troverà soccorso in un antico castello, dove quattro magistrati annoiati dalla pensione lo introdurranno in un giuoco: un finto processo.

Ispirato al racconto di F. Durrenmatt, La panne, del 1956 il film si dipana in un climax inquisitorio che culminerà con la condanna a morte del protagonista. Ciò che la vera giustizia non era riuscita a punire, in quanto estranea alle leggi morali, la Sorte punisce col massimo della pena. Un personaggio redento, insomma, che può pentirsi di ciò che ha fatto e che non ha fatto. No, dice Scola introducendo il film, “perché in Italia non c’è rimorso”.

Ma chi era presente alla proiezione sa che questa è una provocazione del regista che, anzi, ha mosso un elogio alla gioventù di oggi , definendola intelligente, perseverante, migliore di quella a cui lui stesso apparteneva.Con un messaggio assolutamente più positivo e incantato rispetto al clima del film, Scola si è congedato dalla platea per lasciare il posto alle immagini ribadendo che “la virtù italiana sboccia sempre”.

 

Beatrice Caruso