“Bob Dylan è uno scrigno”. Tra le tante definizioni proposte durante l’incontro “Never Ending Show: ascolti e visioni di Dylan” organizzato il 17 novembre in Biblioteca Renzo Renzi, questa affibbiata al cantautore di Duluth da Alberto Ronchi, sembra essere la più precisa e suggestiva, capace di sottolineare quel fil rouge che ha legato i diversi interventi, ovvero la natura complessa, mutevole ed eclettica di Bob Dylan. Organizzato in occasione delle due date bolognesi del tour all’Auditorium Manzoni e proposto come anticipazione alla proiezione di Pat Garret & Billy the Kid tenutasi nelle sale della Cineteca, l’incontro è stato un momento per riflettere sull’importanza e l’influenza che questo artista polimorfo ha avuto su tutta la storia del Rock. Attraverso gli interventi di Franco Minganti, Roberto Agostini, Luca Marconi ed il già citato Ronchi, la figura di Dylan è stata scomposta e vista da differenti angolazioni, cercando di cogliere l’importanza delle influenze musicali e culturali, così come le mode, che lo hanno segnato e di conseguenza hanno costituito i momenti cruciali e decisivi della sua carriera. Supportate da materiali audiovisivi e dall’ascolto guidato di alcuni brani, ma anche da aneddoti, racconti e riletture, queste storie dylaniane hanno proposto suggestioni e suggerimenti guida con cui avvicinarsi a questo magma sonoro e visivo, che è l’arte di Dylan. Un personaggio che, come ha sostenuto Minganti nel suo intervento d’apertura, è divenuto vero e proprio oggetto di studio e di ricerca, con il risultato di una quantità sterminata di materiale prodotto.

Dai numerosissimi libri e studi realizzati – su tutti la ricca documentazione di Greil Marcus – fino alla riproposizione di materiale inedito e di registrazioni live storiche e nascoste, portate alla luce grazie alla preziosa serie di Bootlegs ufficiali messi in commercio. Una produzione enorme che incornicia una carriera di oltre cinquant’anni, caratterizzata da sempre continui e spiazzanti cambiamenti e mutazioni di suono e d’immagine. Tali cambiamenti ha voluto approfondire Agostini, per cogliere i momenti chiave che hanno consacrato Dylan come mito, come il biennio ’63/’65 in cui avvenne il passaggio dal folk alla svolta elettrica con il famoso concerto di Newport, per arrivare alle influenze culturali della beat generation, all’arricchimento lirico dei testi e allo sfruttamento del mezzo cinematografico.

E l’esplorazione del mondo di Dylan si spinge sino alle analisi più curiose e agli accostamenti apparentemente più lontani, come quelli proposti da Marconi che, sfruttando la tesi di partenza dello studio di Gianfranco Salvatore “Radici Rinascimentali del Pop Come Cultura Popolare Urbana. L’esperienza Italiana”, ha individuato le correlazioni tra melodie di Monteverdi, Purcell e Pachelbel e alcuni brani come One More Cup of Coffee, All Along the Watchtower o I Want You sulla base del riutilizzo in chiave moderna della forma musicale del passacaglio. Un artista che dunque, come ha concluso Ronchi, ha raccolto un’intera tradizione, ha fatto suo tutto il songbook americano, rivoluzionando la canzone d’amore, trasformando la canzone di protesta in canzone universale e, portavoce di nuovi generi musicali e culturali, ha decisivamente segnato il cambiamento dei tempi.

 

Marcello Polizzi – Associazione Culturale Leitmovie