Filmare il rock. Una di quelle azioni che ai meno attenti parrebbe semplice e pura registrazione di una performance, significa invece separare il mondo dei grandi cineasti da quello dei registi senza talento. Jonathan Demme fa parte dei primi, e si è meritato la qualifica di grande autore della musica nel cinema sul campo, grazie a capolavori documentari come Stop Making SenseStorefront Hitchcock Neil Young: Trunk Show. Dove eravamo rimasti (titolo italiano talmente brutto e insincero da far barcollare per le vertigini), in programmazione al Lumière nella versione originale con sottotitoli italiani – e quindi col vero titolo Ricki and the Flash – è invece a tutti gli effetti un film di finzione, che tuttavia ha il rock come perno centrale della storia.

Non solo si racconta di una madre che ha seguito la stretta strada del rock a costo di mandare sottosopra una vita di agi con marito e figli, ma di una musica capace (come si capisce nello svolgimento del racconto, che non sveleremo) persino di riunire due anime molto diverse dell’America. Demme, insieme a Diablo Cody (autrice per l’ennesima volta di una sceneggiatura con i fiocchi), si diverte poi a sparigliare le carte. La sua Ricki ormai in terza età, ancora e sempre sul palco, enciclopedia vivente del rock americano e pronta a dare vita e sangue a qualsiasi cover di grandi anthem, non è una ribelle che si confronta con il mondo dei manager e degli arricchiti. Troppo facile. Lei è una rappresentante del proletariato bianco, patriottico, repubblicano, nazionalista e attaccato alle radici. Cionondimeno, la collisione con l’universo dai cui è stata espulsa, che peraltro si basa su una afroamericana che l’ha sostituita in tutto e per tutto dentro la famiglia di origine, è frontale. Nell’America di Obama, ci dice Demme, le cose sono molto più complicate di quanto sembrano, e non tutto è risolvibile secondo schemi classici di buoni e cattivi, poveri e ricchi, liberali e conservatori.

Innervata di tensioni sotterranee e di personaggi formidabili (come il chitarrista innamorato di Ricki, capace di sacrificare una Gibson ’68 per la sua compagna), la commedia di Demme colpisce e commuove e soprattutto – per tornare a ciò che si diceva all’inizio – ruota intorno al rock americano come elemento fondativo della nazione dagli anni Sessanta a oggi. Quel che un tempo divideva, ora unisce e genera esclusivamente sentimenti positivi, con un finale cui nemmeno il più duro di cuore potrà resistere.

L’attenzione del regista alle performance musicali è assoluta, la cura verso il live e la direzione di Meryl Streep (credibilissima) infondono autenticità a ciò che in molti altri film pare solamente enunciato. E l’affetto nei confronti delle chitarre che invecchiano, dell’età che avanza, delle giunture che scricchiolano e del prezioso sapore di invecchiato e profondo che il rock suonato dai reduci sa infondere, fa il resto. Filmare il rock, appunto, non è da tutti.

 

Ciné-fils