Torniamo ancora a parlare del rapporto tra Dylan e il cinema. Nella primavera del 1965 Bob Dylan arriva in Gran Bretagna per un tour acustico nei teatri. Per la carriera di Dylan questo è un momento di svolta fondamentale: a 23 anni, all’apice della fama come cantante folk impegnato e di protesta, ha appena pubblicato l’album Bringing It All Back Home, in cui il rigoroso folk politico chitarra classica e armonica dei dischi precedenti lascia spazio a sonorità rock e blues, con chitarre elettriche, basso e batteria (nel lato A) e testi più intimisti e surreali.

Dont Look Back, documentario  uscito nel 1967 di D. A. Pennebaker, racconta quelle tre settimane inglesi di Dylan, seguendolo nelle conferenze stampa, dietro le quinte in teatro prima di entrare in scena, nei momenti di relax in albergo con Joan Baez (fidanzata in procinto di essere sostituita) e tutto il suo entourage, mentre viene braccato dai fans o mentre affronta ospiti indesiderati e giornalisti. E poi ovviamente c’è la musica, con spezzoni del concerto alla Royal Albert Hall (splendide le versioni per chitarra e armonica di The Times They Are a-Changin’, Gates of Eden e Love Minus Zero/No Limit ) e canzoni cantate in libertà nelle stanze d’albergo da Dylan, Baez e Donovan.

Girato in bianco e nero, il film si apre con quello che si può considerare uno dei primi videoclip, con Dylan che, sulle note di Subterranean Homesick Blues, sfoglia cartelli con il testo della canzone (sullo sfondo, entrambi con bastone in mano, il poeta Allen Ginsberg parla concitatamente con Bob Neuwirth, amico e road manager di Dylan).

Il grande merito del regista è l’onestà con cui raffigura il suo soggetto, senza cercare di smussarne gli angoli o di nasconderne i tratti sgradevoli. Come un etologo, cerca semplicemente di catturare la natura dell’animale Dylan e del suo habitat, amareggiato (dalle critiche per la svolta elettrica che sfoceranno da lì a breve nei fischi al Newport Folk Festival), insofferente (davanti alle continue richieste di spiegazioni da parte dei giornalisti), chiuso, refrattario, accerchiato, sprezzante, ambiguo, aggressivo, provocatorio ma anche  ironico, allegro e brillante.

Nel 1975, dieci anni e undici album dopo (tra i quali i meravigliosi Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde, Pat Garrett & Billy the Kid e Blood on the Tracks), ritroviamo Bob Dylan impegnato in una nuova tournée attraverso gli Stati Uniti (chiamata Rolling Thunder Revue), accompagnato da musicisti scelti nell’ambiente folk del Greenwich Village. Questa serie di concerti sono al centro del film Renaldo and Clara, diretto da Bob Dylan (autore anche della sceneggiatura insieme a Sam Shepard) ed uscito nelle sale nel 1978. Il film è in realtà molto di più di un documentario musicale: nelle quasi quattro ore della versione originale si alternano esibizioni live (straordinarie le esecuzioni di Isis, It Ain’t Me Babe ed una velocizzata di A Hard Rain’s a-Gonna Fall, cantate da un Dylan spiritato ed elettrico con il volto pitturato di bianco), scene di finzione (con Dylan e sua moglie Sara che interpretano rispettivamente una sorta di chitarrista di strada chiamato Renaldo e la sua compagna Clara) ed un documentario sulla vicenda del pugile Ruben “Hurricane” Carter ingiustamente accusato di omicidio (a cui Dylan dedica una canzone nell’album Desire). In più predicatori cristiani a Wall Street, riserve indiane, letture pubbliche di poesie, ricordi del Greenwich Village nei primi anni sessanta e  Allen Ginsberg e Dylan che visitano la tomba di Jack Kerouack.

In definitiva un clamoroso Zibaldone con una meravigliosa colonna sonora, un film assurdo, incomprensibile ma anche affascinante, una specie di flusso di coscienza che rigetta ogni ordine e logica. In qualche modo un film beat sperimentale che è anche una riflessione sul confine tra finzione e realtà, tra il recitare e l’essere (nel film c’è il personaggio di Bob Dylan interpretato da Ronnie Hawkins), nella ricerca di un’identità che si rischia (Dylan in primis) di perdere. Uno, nessuno e cento Dylan.

 

Andrea Zacchi – Associazione Culturale Leitmovie