Siamo in molti a stentare a credere di poterlo dire ma è un momento felice per il cinema di genere italiano. Dopo il polverone sollevato da Il racconto dei racconti – Tale of Tales di Matteo Garrone (che ha creato divergenze d’opinione persino nella nostra redazione), ma soprattutto dopo il successo di pubblico e critica per Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e Veloce come il vento di Matteo Rovere, è lecito sperare in una rinascita di quell’intrattenimento che noi italiani per primi abbiamo “insegnato” al resto del mondo, come i vari Burton e Tarantino hanno sempre ammesso. Con la pellicola di cui vi parliamo oggi, la speranza diventa ancora più grande.

Presentato in anteprima durante la notte della quarta giornata del Future Film Festival 2016 nella sezione Follie notturne, è con una certa gioia che ci ritroviamo a scrivere, proprio sulle pagine di una rivista che si chiama Cinefilia Ritrovata, di un’opera dallo scatenato citazionismo filmico, pregna di ritrovato gusto cinefilo per un immaginario ormai quasi vintage, figlio di un’effettistica artigianale oggi ingiustamente dimenticata per lasciare spazio ad una CGI non sempre efficace.

Secondo lungometraggio per il giovane Federico Sfascia dopo l’interessante I REC U (che potete visionare per intero su YouTube sul canale ufficiale de I Licaoni, società indipendente di videoproduzioni livornese), Alienween è un calderone di rimandi a quella fantascienza horror anni Ottanta spesso fieramente di serie B, dentro il quale è certamente evidente l’incontro tra La casa e La cosa, ma è Bad Taste il vero punto di riferimento.

Per Sfascia Halloween non è più la notte delle streghe come invece fu per John Carpenter, ma quella degli alieni, o meglio, delle cose da un altro mondo, come, questa volta sì, quella del regista statunitense. Cose che atterrano sul nostro pianeta proprio mentre quattro amici da commedia landisiana decidono di organizzare un festino a base di droga, alcol e prostitute, lontani dagli occhi di fidanzate super gelose (e super bigotte come vedevamo solo tra le maschere grottesche di John Waters) che faranno però prontamente irruzione nella catapecchia abbandonata scelta dai nostri come refugium peccatorum. Una volta dentro, la magione diventa quella di Sam Raimi, con tanto di movimenti di macchina aerei a bassa quota dal punto di vista delle creature, decise a infettare e deformare i corpi dei protagonisti dando inizio ad una mattanza che segue una progressione alla Wes Craven: prima gli stupidi e i lussuriosi, seguiti dalle brutte persone e infine… i buoni si salveranno? Ed è qui che Sfascia stupisce davvero.

In questa grande abbuffata di granguignolesco dove il mostruoso dal budget ridotto trascina il contesto su cui si muove l’opera dalle parti dei primi lavori di Peter Jackson, Sfascia trova spazio per uno dei melò meglio raccontati degli ultimi tempi, nel quale si ripercuote l’anima di un’Italia ancora titubante ad affrontare temi controversi come l’eutanasia. Un paese di cui Sfascia conosce bene le debolezze, come dimostrano gli scherni insistiti sulla smania da social network – con la scusa della maschera da zombi fa passare dei partecipanti ad una festa di Halloween con gli occhi fissi sul cellulare come autentici morti viventi romeriani –, ma che al tempo stesso ama perché sa di cosa è capace, e lo palesa passando dalle lente lacerazioni oculari del Lucio Fulci di …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà alle fumose scenografie del Mario Bava de La maschera del demonio.

Gioiello dell’intrattenimento di nicchia contemporaneo e prova che si può fare fantascienza anche senza firmare contratti con la Marvel, Alienween non è solo ulteriore conferma del talento del promettente Sfascia ma anche ottimo esempio da seguire per tutti i giovani aspiranti cineasti italiani che amano, pensate un po’, mostri, alieni, astronavi e zombi, e che se ne fregano invece dell’ultimo drammone sentimentale da camera passato sotto gli occhi di Fabio Fazio.

Brando Sorbini