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“A Traveler’s Needs” indifferente alle convenzioni cinematografiche

Attraverso un digitale lo-fi che predilige la luce naturale e l’improvvisazione tra gli attori Hong fa vivere palpabilmente gli stati d’animo che accompagnano il riconoscimento o il rifiuto (è il caso della madre del ragazzo) dell’alterità, e ancor più la tenerezza imprevista che una mano sulla spalla o la lettura condivisa di una poesia possono ispirare. La ripetizione, con minime ma significative variazioni, di battute e atteggiamenti fa parte di quella maieutica dell’emotività illustrata anche dalle lezioni di francese.

“Io ti salverò” e le pulsioni sotterranee

A Hitchcock, da buon cattolico, di tutto lo spettro della psicopatologia sembra interessare soprattutto il complesso di colpa: i suoi film più centrati su aspetti psicoanalitici (oltre a questo occorre citare almeno La donna che visse due volte, Psyco e Marnie) sono sviluppati su questa dinamica nonché spesso su un salvatore o una salvatrice animati non tanto da disinteressata carità quanto piuttosto da pulsioni sessuali sotterranee.

“Dream Scenario” manifesto conservatore travestito da indie movie

Dopo il successo del precedente Sick of Myself (2022), Dream Scenario segna l’esordio di Borgli in una produzione indipendente americana del talentuoso Ari Aster per A24. Sorprende, tuttavia, come l’unione di menti così non convenzionali abbia dato origine ad un manifesto conservatore travestito da film hip e indie, un’ode all’uomo qualunque americano come non se ne vedevano da tempo e di cui, francamente, non si sentiva troppo la mancanza.

“Mur” e la denuncia senza grida

Mur è un film che ha la forza di denunciare senza il bisogno di gridare, le immagini sono chiare e non servono troppe chiarificazioni. Così la camera scorre sui militari disposti al confine, sulle tecnologie repressive tra droni e telecamere termiche e si resta impressionati di fronte all’enorme dispendio economico predisposto dal governo per un compito così irrazionale e disumano. La regista sceglie di non aggiungere parole, basta vedere per capire.

Nella biblioteca di Antonio Faeti per “Continuare il racconto”

In uno dei passaggi più belli di questo film che si vorrebbe infinito come la biblioteca che ne è protagonista, Antonio Faeti racconta di aver visto I 400 colpi nella sua prima settimana da insegnante delle elementari: una visione che anticipa quello che osserverà nei suoi anni di scuola e che diventa simbolo di un modo di intendere la sua professione, con il senso di indeterminatezza finale su quelle note che Faeti ricorda ancora e che si mette a canticchiare davanti alla macchina da presa.

“Una claustrocinefilia” e l’amore (per il cinema) ai tempi del Covid

L’opera prima del critico Alessandro Aniballi si presenta come una stratificazione sinergica di diversi contenuti e approcci, decodificabile nelle sue singole componenti solo a costo di snaturarne l’organicità e l’efficacia espressiva. Una claustrocinefilia è certamente un documentario metacritico finemente strutturato, ma prima di tutto una sofferta storia d’amore a senso unico, fatta di disillusione e abbandono quanto di dipendenza e affiatamento, verso quell’oscuro oggetto del desiderio che è il cinema.

Un bilancio del Festival dei Popoli 2023

Di corpi e di cosa significhi averne (o averne avuto) uno pare aver molto da mostrare quest’anno il Festival dei Popoli di Firenze, giunto alla sessantaquattresima edizione. Almeno a giudicare dalla programmazione dei primi tre giorni, nonché dal motto ufficiale: My Body Is a Noise, forse preso in prestito dal film di apertura Joan Baez, I Am a Noise, tentativo di esaurimento di un’icona dietro la quale tanti io diversi aspettavano di essere raccontati.

“The Killer” e la tensione fincheriana tra controllo e imprevedibilità

David Fincher ce lo dice da sempre: la tensione tra metodicità e improvvisazione si fa metafora della vita del set. È la grande contraddizione produttiva della messa in scena fincheriana: un regista ossessionato dal controllo su ogni componente audio-visiva dei suoi film che non può sopportare, e allo stesso tempo vede come inevitabile, l’emergere dell’imprevedibile, dovendo quindi immediatamente intervenire, tornare al proprio codice.

Politica, solidarietà e internazionalismo ad Archivio Aperto 2023

La sedicesima edizione di Archivio Aperto è stata caratterizzata da una forte impronta politica dal respiro internazionale. I tanti splendidi film in concorso, in un modo o nell’altro, sembrano raccogliere una necessità sempre più impellente di politica. Allo stesso tempo “The future is memory”, slogan di questa edizione del festival, lega tale bisogno al ricordo, al recupero della storia per comprendere meglio il presente e lottare per un futuro migliore.

Barbara Hammer pioniera underground

Il cinema sperimentale della regista americana, realizzato prevalentemente in formato ridotto, costituisce un laboratorio artistico e politico, sin dai primi lavori realizzati con la Super-8, che si sostanzia in una sorta di processo creativo e contemporaneamente in un lavoro di costruzione identitaria. Nata ad Hollywood nel 1939, il suo lascito è una  feconda testimonianza culturale di film sperimentali, arte visiva, scrittura, performance, conversazioni e interventi che documentano altre identità e desideri possibili

Jamaica Kincaid ad Archivio Aperto 2023

La scrittrice americana nata ad Antigua ha dialogato con Francesca Maffioli e Nadia Terranova proprio partendo la titolo della rassegna di quest’anno, “The Future is Memory”, la cui sovrapposizione e concentrazione temporale costituisce anche un tema portante dell’opera di Kincaid. Nel suo ultimo romanzo Vedi adesso allora, la scrittrice lo afferma esplicitamente: “allora e adesso, tempo e spazio che si fondono, diventano una cosa sola, tutto nella mente della signora Sweet”.

“The Wicker Man” estatica celebrazione dell’horror

“Il Quarto potere dei film horror”. Così la rivista di culto Cinéfantastique definì nel 1977 The Wicker Man, capolavoro del cinema inglese realizzato in un periodo difficile per l’industria britannica. La stessa British Lions, produttrice del film, venne comprata durante le riprese obbligando la troupe a finire il prima possibile. Una volta distribuita, l’opera non ottenne l’attenzione che meritava ma venne riscoperta già pochi anni dopo, diventando un cult.

“La solitudine è questa” di fronte alla scrittura di Tondelli

Dal libertino redento nella sofferenza e nel cammino verso la conversione allo scrittore generazionale e di colore locale, Tondelli è stato ingabbiato in etichette comode e rassicuranti. Il contrario della sua scrittura fluida e de-localizzante, capace di trascendere luoghi e tempi, e di mettersi in contatto non solo con la via Emilia o con una determinata generazione, ma con chi “sente di stare al mondo nella giovinezza”, dando voce ad una rappresentazione del corpo, anche omosessuale, nel desiderio e nella malattia.

“Anatomia di una caduta” e la verità umana

“I dettagli tecnici, le traiettorie… Quello che importa è la verità umana!” diceva l’avvocato difensore di Brigitte Bardot nel La verità (1960) di Clouzot. Un film a cui Anatomia di una caduta certamente guarda nel riproporre la verità umana di una donna accusata di aver ucciso l’amore della sua vita. Sandra Hüller interpreta una scrittrice tedesca di romanzi d’autofiction. Da qualche anno vive con marito e figlio in uno chalet sperduto sulle Alpi francesi. Parla a malapena francese, più fluentemente inglese, ma la sua lingua materna, come il suo desiderio, sembra smarrito.

Fantasmi del colonialismo e questione mediorientale ad Archivio Aperto 2023

“The future is memory” è il titolo dell’ultima edizione di Archivio Aperto di Home Movies, dedicato alla riscoperta e riutilizzo di immagini private, sperimentali e amatoriali, spesso dimenticate in “soffitte, cantine, armadi e bauli chiusi e mai più aperti”, come scrive Giulia Simi nell’introduzione al catalogo della rassegna, e che improvvisamente ritornano per dare senso al nostro presente. Un recupero che è necessariamente selettivo, come ogni atto di memoria che implica in sé anche un dimenticare.

“Troppo azzurro” senza moralismi e assoluzioni

Piena di battute folgoranti, Troppo azzurro è una commedia misurata e non banale, ben recitata e ben scritta, con uno sguardo personale e originale, un suo ritmo (grazie anche alla musica di Pop X), dei bei personaggi, capace di dire qualcosa sul presente, sulle incertezze e sulle paure dei ventenni (e non solo sulle loro), senza moralismi o assoluzioni. Per un’opera prima, non è veramente niente male.

“Kim’s Video” e l’archivio rocambolesco

Girando interamente dal vivo, quasi improvvisando, il regista americano partorisce quello che, se non fosse documentato, sembrerebbe un film di finzione. Ci troviamo di fronte ad una carrellata tragicomica di incontri incredibili, tra personaggi surreali e politici “poco collaborativi”. Il film si trasforma progressivamente in un’indagine rocambolesca e apparentemente senza via d’uscita, in cui appare anche evidente l’impronta marcescente della mafia.

“Nuovo Olimpo” omaggio alle zone franche dell’amore

Dopo alcune opere meno convincenti, Özpetek recupera qui una più sincera spinta autobiografica (sempre presente nel suo cinema ma mai così palesemente denunciata, con tanto di cartello “ispirato a una storia vera”). Ha dalla sua due protagonisti (il taciturno Pietro di Andrea Di Luigi e soprattutto il vitale Enea di Damiano Gavino) bravi e intensi, un bel gruppo di comprimari e il personaggio della cassiera Titti, una dea dell’amore con le sembianze di Mina e la verve partenopea di una meravigliosa Luisa Ranieri.

“Il ragazzo e l’airone” dentro la natura del mondo fantastico

La profonda consapevolezza dell’irreversibilità dello stato di corruzione e decadenza del mondo umano e una luminosa ostinazione di volerne far parte nonostante tutto: i personaggi di Miyazaki hanno accesso alla dimensione superiore, ai campi in cui energie superiori governano il disequilibrio del mondo sottostante. Ma quando vengono posti di fronte a una decisione, decidono sempre di tornare all’umano.

“Achilles” metaforico e reale

“Il mio film è un invito agli artisti a confrontarsi più profondamente con le sfide del mondo reale”, dichiara il regista e sceneggiatore iranaiano Farhad Delaram a proposito del suo lungometraggio d’esordio Achilles. Certamente le sue parole evocano il lungo viaggio del protagonista del film, Farid soprannominato Achilles, che ha lasciato la carriera artistica per diventare un assistente ortopedico e soffrire insieme a chi è confinato nell’ospedale di Teheran dove lavora.