Al terzo giro non sono più gli umani ad andare nel mondo virtuale, ma gli algoritmi a venire da noi. Ecco allora che il vecchio laser che smaterializzava i personaggi in un flusso di dati è diventato ora una stampante 3D capace di costruire qualunque cosa e persino di dare forma e densità alle intelligenze artificiali. Arriviamo quindi al nodo della questione: abbiamo una compagnia che vuole sfruttare questa tecnologia per costruire soldati e carri armati, mentre ce n’è un’altra che vuole stampare gli alberi e curare le malattie, il problema è che nessuna delle due riesce a tenere “in vita” le proprie creazioni per più di 29 minuti e sono alla smaniosa ricerca del codice che le renderà permanenti.
Nei precedenti film il “creativo” (o User in originale) è stato presentato come una divinità all’interno del software, capace di creare, appunto, ribellarsi e sfuggire alle stringenti logiche del sistema sovvertendo l’ordine algoritmico; oggi, ribaltando la dinamica e trasferendola nel nostro mondo, ci rendiamo conto che lo scenario non è poi così tanto diverso. Difatti ciò a cui assistiamo è uno scontro tra due istanze creatrici il cui potere sfida le logiche naturali, in conflitto per ottenere la permanenza, il codice che conferirà il dono della “vita” agli algoritmi da loro inventati. E il fatto che queste due persone siano poi i CEO di due Big Tech ai vertici del settore è sintomatico della società in cui viviamo e che viene, a parer nostro, solo involontariamente descritta nel film.
Non vi sono infatti particolari riflessioni sul portato rivoluzionario di queste scoperte, sul fatto che le due forze in contrasto tra loro siano dotate di un potere divino e che il mondo dei primi due Tron non era altro che una versione speculare e semplificata del nostro, dove vigono le stesse stringenti regole, dove vi sono ancora “servi” e “padroni”, entità dotate di un potere smisurato al limite dell’ultraterreno, in contrasto con i più semplici operai. Delle realtà in cui il concetto di gioco diventa metafora della società stessa, strutturata sull’illusione di una scalata verso la vittoria, del soddisfacimento di determinati requisiti allo scopo di ottenere altrettanti privilegi, se non fosse che non tutti partono dallo stesso livello e che le regole vengono cambiate a discrezione del Master Control Program.
Come dicevamo, sintomaticamente, Tron: Ares implica tutto ciò ma non ne pare consapevole, riducendo il tutto a una distinzione binaria anni '80, buoni e cattivi, rossi e blu, chi vuole usare lo strumento per fare del bene (gli alberi) e chi invece ha intenzioni più malvagie (i carri armati). La protagonista è raccontata dunque come il genio disilluso che porta avanti il lavoro della sorella solo per onorarne la morte, ma che lungo la strada capirà il valore della vita artificiale; mentre il cattivo è il classico capitalista selvaggio, stupido, disinteressato a qualunque cosa che non sia quantificabile in denaro e che usa il termine “sacrificio” come mantra, quasi potesse giustificare in tal modo ogni sua azione.
Peccato che nessuno dei due si renda mai conto di star avendo a che fare con un potere che trascende l’umano, laddove la possibilità di creare materia organica quali alberi, frutti o persone avrebbe delle conseguenze bibliche. E, come dicevamo, nemmeno il film sembra lasciare spazio a questi temi di emergere, schiacciando una storia così ricca di spunti sotto una struttura soffocante il cui unico interesse sembra l’intrattenimento escapista.
Tron: Ares punta tutto sul fascino delle proprie immagini, supportate da una strepitosa colonna sonora (ormai marchio distintivo della saga) che a tratti però va a compensarne le mancanze. L’ennesima contraddizione in cui cade è infatti che se a livello narrativo portare i programmi nel nostro mondo offre innumerevoli spunti, che si è deciso evidentemente di ignorare, esteticamente risulta abbastanza limitante.
A parer nostro, la sequenza migliore è proprio l’unica in cui la protagonista umana è all’interno della Rete, portandoci alla conclusione che il senso di meraviglia provato nel vedere le diverse dinamiche di un mondo alternativo al nostro continua a essere più forte rispetto all’ennesima invasione del pianeta Terra. Inoltre, per quanto affascinanti possano essere gli inseguimenti notturni con le light cycle, non appena i personaggi scendono dalle moto il look plasticoso e luccicante delle loro armature stona alquanto con il mondo circostante, restituendo il cosiddetto “effetto Power Rangers”.
Nel tentativo di evitare qualunque riferimento sociale e politico che avrebbe richiesto una scrittura un minimo più complessa, si inscena un pretesto dietro l’altro per dar vita a una serie di inseguimenti. I personaggi sono costantemente “in fuga da” o “di corsa verso” ed è forse questa la trovata più brillante del film.
Soprassedendo sul fatto che i combattimenti non abbiano alcun valore spettacolare, essendo un continuo taglia e cuci tra punti macchina diversi e ralenti, restituendo confusione più che adrenalina, gli inseguimenti musicati rappresentano l’unico elemento d’interesse in una pellicola che ha ben poco altro da offrire. Le corse in moto sono tra gli aspetti più iconici di quella che è ormai una trilogia e diventano in questo Ares il fulcro dell’intera storia, il principale meccanismo di costruzione dello spettacolo e assumono persino, nel forzato tentativo di tendere un ramoscello d’ulivo a questo disastro di film, un valore concettuale.
Nel cameo di Jeff Bridges, inopportunamente anticipato dal trailer, e in cui abbiamo purtroppo modo di realizzare che il design del primo Tron, con i dovuti aggiustamenti risulta ancora estremamente affascinante, a maggior ragione se messo a confronto con le autostrade americane, insomma, il buon Jeff dall’alto della sua veneranda età, rinchiuso all’interno di un programma vetusto, si trova a riflettere sulla velocità del progresso tecnologico, qualcosa con cui è difficile restare al passo al punto da temere di perdersi per strada, nel mentre si confronta con un’entità la cui vita è scandita da un timer e che è invece alla ricerca della permanenza.
Tutto ciò assume ancora più significato considerando che il villain di turno propone nuovi carri armati il cui tempo di produzione è inferiore a 5 minuti, in vista di conflitti istantanei e guerre lampo. Dunque, in un mondo in cui tutto procede a velocità inumane, nel tentativo di ottenere la loro staticità, questi personaggi non fanno che correre, fuggire e inseguirsi, che sia a piedi o a bordo di veicoli luminosi.
Nonostante il film non lo esprima in maniera chiara, questa parvenza di suggestione che offre ci risulta particolarmente interessante, al punto da farci rimpiangere la direzione che si è deciso invece di intraprendere. Sì perché in fondo il tutto va a parare sul più banale dei cliché ed ecco allora Ares: l’AI costruita per combattere, ma che si ribella perché il suo padrone ha scarsi livelli di empatia (letteralmmente), e preferisce invece scoprire la poesia della vita, dopo aver visto la pioggia cadere e aver letto un passaggio di Frankenstein. Mannaggia…
Ci sarebbe tanto altro da dire a riguardo, partendo dalla piattezza dei personaggi principali, passando ai secondari, i quali sembrano davvero meri ingranaggi del meccanismo più che persone, approdando infine al senso stesso di fare un terzo film di Tron. Perché nonostante il primo capitolo abbia acquisito lo status di cult con il tempo, non ebbe successo al botteghino, così come non lo ha avuto il secondo e così come il terzo molto probabilmente.
E ci sarebbe da riflettere trasversalmente anche sulle scelte produttive della Disney, in particolare sulla sua produzione live-action (con cui non intendiamo i remake dei classici animati) e su come sia rifiorita a livello quantitativo nei primi due anni di Disney+ per poi procedere a sparire di nuovo in seguito al ridimensionamento dello streaming e al cambio di CEO, venendo dunque ridotta a quei pochi requel di vecchi brand ormai dimenticati da tutti. Tante suggestioni ma troppo poco tempo e tornando in topic, questa è davvero l’unica intuizione di Ares, il che è però paradossale: il terzo capitolo di una saga che ai tempi fu avveniristica, arriva oggi con estremo ritardo.
Non solo ciò che dice è stato già detto e meglio, ma non si accorge che la sua forza risiederebbe potenzialmente in ciò che sceglie invece di non dire, ma che effettivamente appartiene alla storia, per rifugiarsi in uno stantio senso dello spettacolo ancora legato allo sfoggio di effetti visivi, riuscito a metà e salvato in buona parte dalla colonna sonora. Come si suol dire, fuori tempo massimo.