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La chanson modernizzata. “Sir Gawain e il cavaliere verde” e la ballata episodica

Il protagonista dell’impresa è il prode Gawain del poema originale, che accetta la sfida del maestoso Cavaliere Verde a cui ha tagliato la testa, e intraprende un episodico viaggio al termine del quale dovrà porgere a sua volta il collo e assumersi la responsabilità delle proprie gesta. Una chanson avventurosa, quindi, ma anche un romanzo picaresco di formazione: nel tentativo di coniugare queste due anime nel modo più accattivante possibile, Lowery trasforma il suo Sir Gawain in un racconto sostanzialmente bifronte, rapsodico ma lineare, destrutturato e romanzato al tempo stesso.

“Encanto” e il neo-rinascimento Disney

Encanto sembra inserirsi perfettamente in questa nuova fase che potremmo denominare “Neo-rinascimento”. Dopo l’exploit degli anni Novanta infatti, dove film diventati subito intramontabili hanno risvegliato le sorti di una Disney quanto mai disorientata e confusa, il nuovo millennio è stato probabilmente il periodo più eterogeneo e meno coerente della casa. Tra la crisi creativa dei classici, l’ascesa di Pixar, l’assimilazione delle galassie Marvel e Star Wars e l’arrivo della piattaforma streaming, i classici hanno subito una mancanza di coesione che si è palesata a più riprese.

“Annette” soverchiante marea di immagini e suoni

Al suo esordio americano, il regista francese si concede ad uno dei generi fondamentali della cinematografia d’oltreoceano e, come era lecito aspettarsi, ne rispetta i canoni ma al contempo lo adatta a suo piacimento. Annette è un musical in cui le canzoni inglobano la trama dialogica, relegando il discorso parlato a sporadici episodi disseminati con estrema parsimonia. Sono perciò le musiche degli Sparks a farsi fondante elemento di scrittura e veicolo per il racconto. Consapevole che la pregnanza tematica necessita di una controparte formale di pari valore per esprimersi adeguatamente, Carax concede alla ricercatezza estetica un elemento di primaria importanza.

“Il potere del cane” e i sentieri selvaggi della mascolinità

Jane Campion accantona con Il potere del cane il tema principe del suo cinema, l’erotismo in prospettiva femminile, per farsi guidare dal romanzo omonimo da cui il film è tratto nel Montana degli anni ’20, al ranch dei fratelli Burbank. Qui, l’equilibrio fra Phil e George viene rotto dall’ingresso in famiglia prima della moglie di George, Rose, poi di Peter, il figlio adolescente che Rose ha avuto dalla sua precedente unione. Un trapezio irregolare congiunge in modi imprevisti nella stessa casa quattro persone spinte l’una dall’altra ai loro angoli, illuminati dalla fotografia di Ari Wegner per lo più da luci di candela e dal segreto a loro innato.  

“La persona peggiore del mondo” e la vorace irrequietezza di una generazione

La persona peggiore del mondo è un film che si muove leggiadro tra le maglie dei tentennamenti che sono di tutti, per consentire una rappresentazione della confusione in cui viviamo, una confusione generata anche dalla sindrome del “volere tutto” e “dell’essere ubiqui” e dalla carenza di spazio lasciato ai dubbi. È un film adorabile e genuino perché ci dice in ogni fotogramma che dobbiamo accettarci per quello che siamo anche quando siamo confusi, ha una trama che punta ad essere consolatoria per intere generazioni di (ex) giovani, che accoglie la confusione e l’inettitudine a vivere in tempi in cui è lodevole solo l’eccellenza su tutti i fronti, come studenti, poi professionisti, come metà di una coppia, come figli, poi come genitori.

“Atlantide” di Yuri Ancarani come esperienza sensoriale (in sala)

Con una cinepresa che oscilla insieme ai barchini e inquadra i palazzi dipinti dalle luci al led, Ancarani coniuga l’interesse antropologico con l’esercizio di stile e la ricerca visionaria. Un’accuratissima fotografia intrisa di rosso o di verde potrebbe ricordare fotogrammi di Gaspar Noé. Siamo di fronte a un videoartista che spegne i riflettori sempre accesi su un mondo che abbiamo l’illusione di conoscere e ce lo restituisce capovolto, ribaltando i nostri riferimenti, spingendoci a cambiare punto di vista, ad andare oltre con lo sguardo, a invertire la prospettiva. Più che un film, Atlantide è un’esperienza sensoriale, un’opera strabordante che esige la visione in sala.

“Il visionario mondo di Louis Wain” dentro una psichedelica innocenza

Il visionario mondo di Louis Wain è a tutti gli effetti un biopic che mette al centro della narrazione la carica attoriale di Benedict Cumberbacht nel tentativo di esaltare gli aspetti “freak” del personaggio. L’incapacità di fare i conti con l’Inghilterra industrializzata e contabile e il bisogno di rifugiarsi in un universo parallelo sono i punti cardine del film di Will Sharpe, che cerca di allontanarsi dal suo stile spiccatamente televisivo per raccontare la storia di un autentico outsider. Un “disadattato” inserito in un percorso narrativo canonico con pochi e (fin troppo) misurati picchi di alienazione surreale.

“Ghostbusters: Legacy” fra autore e blockbuster

Ghostbusters: Legacy si dimostra una delle operazioni più consapevoli, appassionate e sincere prodotto negli anni più recenti. Il film non vuole solamente ammiccare a un modello che ha fatto Storia, a un’epoca che non c’è più. Non si tratta unicamente di una grande operazione commerciale guidata dall’algoritmo che conosce tutte le regole del caso per attirare a sé i soldi di una determinata fanbase. Legacy è invece un film di Jason Reitman, in tutto e per tutto, che non ha paura di confrontarsi con il suo creatore (biologico e filmico) senza però evitare di mettersi in luce per quello che è. 

“3/19” di Silvio Soldini dall’io al noi

La scrittura di Soldini, Leondeff e Lantieri delinea un racconto costellato di sequenze toccanti, rivelandosi davvero notevole nella costruzione dei personaggi. Il regista milanese si dimostra nuovamente maestro nella direzione degli attori e nel raccontare grandi avvenimenti attraverso i dettagli e gli sguardi dei personaggi, mentre il suo sguardo verso i protagonisti, nell’assenza di un esplicito giudizio, chiama in causa lo spettatore in un’empatia profondamente emozionante. Con l’allargarsi del racconto dal piccolo al grande, dall’io al noi, diventa forte anche la presenza dell’ambiente, della natura: il film si apre con l’inquadratura di un bosco  e si chiude con un dolly sul mare

“The French Dispatch” e l’elogio della digressione

Automaticamente novecentesco, ossessivamente autoreferenziale e eccessivamente formale Wes Anderson lo è praticamente da sempre. E The French Dispatch, suo ultimo lavoro, non si pone certo come taglio netto o massima summa del suo cinema. Ma con questo omaggio – che il regista texano, da anni idealmente trapiantato in Europa, riserva a una vecchia idea di giornalismo, nello specifico al “New Yorker” e a un gruppo di storiche firme alle quali il film è dedicato – Wes Anderson sembra prestarsi a un occhio più consapevole e, in un senso molto lato, finalmente compiuto.

“Dovlatov” e il rifiuto del compromesso

Un aspirante romanziere sarcastico e per metà ebreo alle prese con il blocco dello scrittore e con il divorzio, le cui serate si svolgono in compagnia di amici artisti, discutendo di letteratura e ascoltando musica jazz. Non si tratta di un film di Woody Allen ma di Dovlatov – I libri invisibili, diretto da Aleksey German Jr. e uscito nelle sale italiane tre anni dopo la presentazione alla Berlinale. Il film segue le vicende di Sergej Dovlatov, scrittore e giornalista russo nato nel 1941 a Ufa, che se oggi è riconosciuto universalmente come uno degli scrittori sovietici più importanti del Novecento, in patria lottò a lungo e senza successo con editori e direttori di riviste per veder pubblicati i propri scritti. 

Le vie del thriller italiano. “Ai confini del male” tra Twin Peaks e il mostro di Firenze

Invece che True Detective, sarebbe forse più giusto citare Twin Peaks di David Lynch, a cui Vincenzo Alfieri sembra ispirarsi, insieme a fatti di cronaca nera come il Mostro di Firenze. Il microcosmo di Velianova è intriso di nichilismo fino all’osso, un nichilismo che si esplica in atti di violenza e perversione – le reiterate inquadrature sui ragazzi prigionieri, con Luca che viene drogato e marchiato a fuoco su un braccio, ma anche le esplosioni rabbiose di Meda e i festini del conte – e un Male (definito come “necessario” dal giornalista) sempre in bilico fra la dimensione immanente e quella esoterica.

“No Sudden Move” e il denaro che non si muove mai

In No Sudden Move, uscito direttamente su piattaforma, Soderbergh si sposta, su sceneggiatura di Ed Solomon, nella Detroit del 1955, e accoglie nella sua abituale analisi delle origini del male economico altri temi forti: integrazione razziale, ruolo della donna, confronto fra epoche. Se per il presente dei recenti Panama Papers e Lasciali parlare aveva insistito su fotografia piatta e ritmi stranianti, il suo sguardo al gangster movie di No Sudden Move va all’opposto di quelle scelte di stile, benché sia sempre lui, come nei precedenti, a curarne la fotografia dietro lo pseudonimo di Peter Andrews (nome di suo padre) e il montaggio dietro quello di Mary Ann Bernard (nome di sua madre). 

“La scelta di Anne” di cui c’era bisogno

L’Événement è capace di dare tale consistenza materica (nelle espressioni di dolore o di straniamento della protagonista, nel pedinamento ossessivo della protagonista che si traduce in un estremo senso di solitudine) al conflitto interiore di chi desidera una cosa per sé e deve combattere anche contro la legge vigente per ottenerla, che può suscitare reazioni di rabbia o rigetto nello spettatore. Il cui sguardo si muove, nella dinamica uterina del film, nella stessa direzione di un potenziale occhio embrionale, costantemente minacciato da un’espulsione che, seppur volontaria, resta eternamente dolorosa e oscena.

“Antigone” tra classicità, etnia e postmodernità

Premiato con sei Canadian Screen Awards, tra cui miglior film, sceneggiatura, attrice, e un successo di critica internazionale, questa nuova versione di Antigone parte da una vicenda della nostra contemporaneità che non ha tanto a che fare con conflitti di classe o di ideologia, come nei precedenti adattamenti della tragedia, quanto con conflitti etnici che stanno lentamente ma con decisione prendendone il posto nella società contemporanea. Esteticamente, il film è una riflessione su come adattare le tragedie della classicità alla nostra postmodernità, logica culturale del tardo capitalismo, fatta di una moltitudine di narrazioni e di significati.

Old Black West. “The Harder They Fall” e la storia americana

Quello che potrebbe apparire un divertissement cinefilo è invece l’azzardo di toccare il genere per eccellenza dell’elegia americana, attraverso il quale il pubblico novecentesco ha costruito un proprio immaginario e una – in buona parte falsa – coscienza storica. Il mito della terra selvaggia conquistata, domata e civilizzata dai bianchi ha rappresentato per decenni la fondamentale convinzione di essere nel giusto, gli eroi, i portatori di valori e ideali sui quali si è formato il pensiero maggioritario e il sogno a stelle e strisce da cui, per diritto ereditario, non si può essere svegliati. 

“Freaks Out” tra disincanto e grandiosità

Cinema al grado massimo di accessibilità e al grado zero di snobismo, che ama il genere e cerca in ogni modo possibile di farlo amare a chiunque, Freaks Out è grezzo come Jeeg, come lui meravigliosamente inesatto e storto, come lui disposto a sporcarsi le mani e ad evitare le facili soluzioni, eppure la grandeur produttiva e la luminosità narrativa finiscono purtroppo per anestetizzarne le emergenze, ne mimetizzano il cuore e la natura, come se questa volta i supereroi parlassero in dialetto romano non perché sia credibile e giusto per dare finalmente una prassi tutta nostra al cinecomic, ma piuttosto perché risulta simpatico: non sembra più, insomma, una questione identitaria ma di puro divertimento.

“Madres paralelas” e i solchi immateriali della vita

L’urgenza filmica non è né quella storica e sociale, che pure attraversa in modo carsico la pellicola, né quella melodrammatica, supportata dalla trama e dalla intensa partitura musicale di Alberto Iglesias, e nemmeno quella trasgressiva, barocca e pop del primo Almodóvar, di cui troviamo qualche traccia sparsa. Da Julieta in poi il tono almodovariano si è fatto sempre più intimo e introspettivo e anche in questo film pare che l’interesse maggiore non sia rivolto tanto alle componenti melò, sociali, di genere o storiche, quanto a quello che Dolore, Gloria e Storia marchiano a fuoco sulle nostre vite, lasciando solchi immateriali ma profondi, come in una sorta di DNA non scritto.

Atto d’amore tra cinema e musica. “The Velvet Underground” di Todd Haynes

The Velvet Underground di Todd Haynes sembra seguire la parabola dei VU volutamente a distanza. Come un evento davvero ineludibile e fatale e, in quanto tale, già esaustivo. È quasi un invito a scoraggiare l’approfondimento, ogni tentativo di rendere “monumentali” i Velvet Underground per mezzo di una ricerca maestosa e appagante. L’atto di conservazione di un oggetto oscuro che non voleva davvero essere spiegato, che non può essere contenuto né sottoposto a dissezione senza perdere un po’ della sua magia. E a pensarci bene, nel suo restare intenzionalmente in superficie, questo film resta un autentico atto d’amore.

Cinema livido e stile senza filtri. “I giganti” di Bonifacio Angius

L’asso nella manica de I giganti è certamente la sua matrice di film postmoderno, capace di mescolare più generi in modo inconsueto e innovativo. I giganti (come forse tutto il cinema di Bonifacio Angius) è postmoderno, perché ha il talento di rielaborare, con estrema naturalezza, un patrimonio culturale, letterario, televisivo e soprattutto cinematografico precedente. È per questo che dal primo fotogramma anche lo spettatore meno competente si accorge dei chiari riferimenti all’immaginario, alla grammatica e soprattutto all’architettura visiva e narrativa del genere western.