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“Gigi la legge” II. La leggerezza dell’osmosi

La leggerezza del girovagare in questo tempo sospeso ma reale rivela molto più di quello che fa concretamente vedere. Si perdono i personaggi, si allentano i confini della finzione e avviene un’osmosi tra cinema e realtà che con il passare dei minuti ipnotizza lo sguardo di chi ha bisogno di arrivare necessariamente ad una fine. Gigi la Legge termina soltanto per cause di forza maggiore, perché un Gigi continuerà a pattugliare la sua area di competenza anche laddove sembra non essercene alcun bisogno.

“Gigi la legge” I. Da posizione eccentrica

Dopo Apichatpong (L’estate di Giacomo) e Bresson (I tempi felici verranno presto), Comodin sembra qui guardare a un altro “antropologo”, il Bruno Dumont di L’umanità e P’Tit Quinquin. Eppure lo sguardo “spostato” del suo poliziotto di provincia esprime una vitalità inedita, la sua ironia è più solare che provocatoria e non si giunge mai alla soluzione tragica. Piuttosto il suo Gigi si fa simbolo di un mondo totalmente “spostato”, che però lo spettatore non è abituato a riconoscere nella sua innocente singolarità.

“Profeti” e il confine della gabbia

Alessio Cremonini, seppur abbandonando le carte testimoniali di Sulla mia pelle, realizza un lavoro (non tanto di finzione a pensarci bene) sempre su una vittima di sequestro, sempre forzata e deturpante. Ma mentre nel precedente lavoro il corpo lentamente si deteriorava, in Profeti è la mente a trasformarsi, il corpo diventa strumento di verbalizzazione, di parola divina, di scontro ideologico. 

“Anche io” tassello nel puzzle del dibattito

Anche io non entrerà, magari, nella storia del cinema. Certo, nei prossimi mesi, non vincerà premi – sul punto, è attesa l’uscita di Women Talking di Sarah Polley. Non mancherà chi lo riterrà un prodotto appositamente realizzato per permettere a Hollywood di ripulirsi la coscienza. Ciononostante, rappresenta un tassello nel puzzle, calibrato sobriamente, soprattutto, accessibile a chiunque si ritenga non toccato/a dalla serietà del tema dibattuto.

Damien Chazelle, l’erede del cinema hollywoodiano?

Chazelle si rivela la faccia pulita di una Hollywood che continua per la sua strada, posizionando qua e là personaggi messicano discendenti, afro americani, orientali, ma al tempo stesso dipinge il percorso ascendente dell’uomo che si è fatto da sé (il tuttofare Manny, che riesce a diventare produttore senza mai perdere il garbo e la cavalleria che lo porteranno alla conquista della bella bionda premio) in netta contrapposizione con quello discendente di Nellie, incapace di comportarsi bene, emancipata solo in quanto selvaggia e che alla fine trova la libertà solo nella morte.

“Io vivo altrove!” e l’ecosostenibile leggerezza dell’essere

Il primo film di Battiston da regista è un prodotto quasi del tutto inedito nel panorama cinematografico italiano, inserendosi in una sorta di filone al limite della commedia agrodolce in salsa ambientalista e che fa della sua derivazione letteraria uno dei suoi punti di forza. Il soggetto infatti è adattato liberamente dall’incompleto flaubertiano Bouvard e Pécuchet, in cui due amici si avventurano in stravaganti e molteplici disavventure.

“La Ligne” e il quotidiano dolore di vivere

La piccola grande peculiarità di La Ligne è un chirurgico scavo nel rapporto fra le protagoniste procedendo solo in avanti, solo attraverso le interazioni quotidiane che si verificano dal momento dell’aggressione in poi, senza andare a rivangare nei traumi dell’infanzia come avviene d’abitudine nei drammi familiari. Come se nell’adulto e nelle sue modalità relazionali fosse già inscritto e quindi deducibile tutto il suo passato, senza ci sia necessità di metterlo in scena. 

“Babylon” speciale IV – Le stelle fredde

Il quinto, rutilante lungometraggio di Damien Chazelle non lascia spazio a vuoti o silenzi di sorta, quasi temesse di ricavarne ansia o, più banalmente, il regista non sapesse come gestirli, trascinato com’è dall’ambizione di saturare al massimo grado ogni fotogramma. Chazelle ha confezionato un film tumultuoso e affollatissimo di personaggi eventi rumori spesso ripresi da vecchie pellicole, una fiera delle vanità extra-large di oltre tre ore.

“Babylon” speciale III – La fascinazione dell’immagine

Non stupisce che anche Babylon di Damien Chazelle si concentri sulle contraddizioni, già a partire da un incipit in cui esplodono l’eccesso e il grottesco dello star system degli anni Venti. Babylon, così come gli altri film di questo tipo, si può leggere anche come documento di storia del cinema, seppur tutt’altro che realistico, in grado di individuare quelli che sono stati gli sconvolgimenti produttivi di quella specifica epoca.

“Babylon” speciale II – Il desiderio dell’eccesso

Babylon non è un film perfetto e da Chazelle, dati i gloriosi precedenti, si pretende una maggiore precisione nella realizzazione dei piani sequenza o nell’impalcatura di una sceneggiatura in questo caso carica di elementi narrativi non chiari. Al contempo, però, è un film che non lascia indifferenti; sorpresa, sdegno, incanto o puro e semplice mal di testa generato dal ritmo chiassoso delle scene, sono tutte reazioni che fanno riflettere.

“Babylon” speciale I – La cinefobia di Damien Chazelle

Se c’è un autore contemporaneo la cui visione sembra informata da un’idea gerarchica dell’arte, quello è Damien Chazelle. Sì, ma quale arte? Non possono essere tutte uguali. E infatti il corollario di questa missione monastica (arrogante e classista) è la netta delimitazione fra veri artisti e – in formazione – “deboli”, “venduti”, “ignoranti”, nonché fra arti maggiori e arti minori. In Babylon questa visione approda con coerenza a una concezione che viene da definire cinefoba.

“L’innocente” leggero e preciso a spasso tra i generi

Con L’innocente Louis Garrel realizza così il suo film più maturo e il meglio costruito, il più sorprendente e autenticamente divertente, dimostrandosi capace di portare avanti la narrazione con una leggerezza e una precisione che diviene stile, maneggiando i generi con sapienza e tenendo sempre vivo l’interesse per il destino dei personaggi (tutti perfettamente disegnati e altrettanto ben recitati da un cast molto affiatato).

“Un bel mattino” e come vivere nel dolcissimo buio del ricordo

Il film sembra un enorme atto d’amore al cinema francese della Nouvelle Vague: c’è Godard (la protagonista sembra a volte, al limite della copia carbone in movenze, abiti e recitazione, richiamare la Jean Seberg di Fino all’ultimo respiro); c’è il montaggio peculiare di Due o tre cose che so di lei, ci sono Truffaut, Rivette e Rohmer (per il saper raccontare i drammi familiari e sociali senza peli sulla lingua), ci sono i corpi (nudi e sensuali) di Resnais e soprattutto c’è il continuo girovagare nelle strade (e città) francesi.

“Ma nuit” e il coming of age di una generazione inquieta

Ma nuit è l’opera prima della regista francese Antoinette Boulat, qui per la prima volta dietro la macchina da presa. Il risultato è un dramma psicologico e sentimentale di stampo intimista, sempre in bilico fra disperazione e speranza, magari un po’ acerbo sotto certi aspetti ma comunque riuscito e personale, un film di forte impatto emotivo che trasmette le sensazioni con un tocco e una sensibilità marcatamente francesi. 

“Le vele scarlatte” nel cuore magico della semplicità

Con l’ausilio del fedelissimo Maurizio Braucci e di Maud Ameline, Pietro Marcello scrive e dirige il suo primo film francese affidandosi alla forza delle suggestioni, utilizzando l’ambiente, le luci, i colori e i suoni come veri e propri attori. Un’opera che trova nella sua semplicità la vera magia, svelando progressivamente un inedito punto di vista femminile. Di fatto, Le vele scarlatte è solo all’apparenza limpido e immediato, ma nasconde sotto la delicatezza delle immagini un sistema simbolico profondo.

“Aftersun” e la memoria intermittente

È difficile spiegare a chi non le ha mai provate certe cose tanto semplici quanto irripetibili: stendersi sopra un grande tappeto di lana, giocare a biliardo con ragazzi più grandi, mangiare l’ultimo cucchiaino del gelato di qualcun altro, fumare una sigaretta su un balcone di notte, spalmare la crema solare sulla schiena di una persona che ami. O ancora, un tuffo. Di cose e momenti come questi è fatto Aftersun, l’esordio di Charlotte Wells.

“Godland” tra produzione e distruzione

Pálmason fonda la narrazione su un motivo finzionale: sette fotografie ritrovate dell’Islanda di metà Ottocento. La missione di Lucas è anche quella di immortalare il paesaggio naturale e umano dell’isola, al tempo sotto protettorato danese. Ma l’attrezzatura si rivela un peso, il paesaggio troppo inospitale non solo da attraversare ma anche da essere immobilizzato dalla fotografia. Le lunghe esposizioni necessarie ai tempi per catturare le immagini impongono ai soggetti ritratti di rimanere fermi.

“Close” tra empatia e opacità

Nonostante l’assenza di un vero discorso sull’elaborazione del lutto, sulle aspettative di una società intimamente intollerante, il regista fiammingo mantiene una notevole sensibilità nello scegliere i suoi interpreti. Pur rivelandosi un opaco affresco dell’adolescenza, per quanto ben confezionato, le lacrime a fior di pelle di Léo, durante un assolo di oboe eseguito dal fedele Rémi, restano un dettaglio di assoluta finezza.

“The Fabelmans” Speciale IV – La via subliminale al classicismo

Non siamo di fronte alla storia straordinaria di un ragazzino che fa amicizia con un extraterrestre o perde i genitori e cresce solo durante la guerra, né di adulti che sbarcano in Normandia per liberare l’Europa dai nazisti o danno la caccia a criminali o truffatori. Siamo invece alla scoperta di come il futuro autore di quelle storie fuori dall’ordinario abbia costruito il suo stile facendo confluire in esso scienza e incantesimo, macchine e emozioni, padre e madre. Non lo si è forse sempre definito il migliore regista di bambini sulla piazza, ma anche un Peter Pan restio a farsi adulto? Bene, The Fabelmans ci dice da dove veniva quell’occhio speciale sull’infanzia e la crescita.

“The Fabelmans” Speciale II – Seeing is Believing

La poetica di Spielberg non è strettamente rinchiusa nell’ottica di una “cinematic society” o nella visione di un autore che cerca l’integrazione dell’individuo nella collettività (americana) della storia, ma è centrata sul punto di vista interno di un cinefilo che ripercorre le tappe della sua formazione senza alcun coup de théâtre, nel concepimento di un “lessico familiare” poeticamente denso e talvolta affilato, che affonda le sue radici in un solo grande movimento cinematografico, il suo, rischiarato dai volti in estasi, svelato dalle impetuose carrellate in cui si palesano il feticismo americano, l’idealizzazione sofferta dell’american way of life, la rappresentazione della famiglia disfunzionale e il cinema come cura e riabilitazione.