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“Let’s Kiss” e la rivoluzione gentile di Franco Grillini

La rivoluzione gentile di Franco Grillini, una rivoluzione “senza morti, senza feriti, senza spargimenti di sangue” ha potuto realizzarsi grazie alla sua autenticità di persona in primis, ed al coraggio di mettersi in discussione in tempi in cui parlare di omosessualità in modo pubblico significava attirare gli strali di fascisti, moralisti, perbenisti, cattolici integralisti. Ha ragione Grillini, nella testimonianza raccolta dal film, quando lamenta che “chi ha 20 anni adesso non sa nulla del passato, i giovani che dicono non è cambiato nulla mi fanno salire la mosca al naso perché non è vero, la rivoluzione c’è stata”. Ecco perché i ventenni di oggi, i millennials, dovrebbero correre in massa a vedere questo documentario.

“The Forgiven” e lo sguardo straniero

La novità di questo adattamento però risiede, per McDonagh, in quella nota di esotismo che è una delle cifre letterarie di Osborne (per la quale lo scrittore viene spesso paragonato a Graham Greene) e che consente di guardare alla cultura anglo-occidentale da un punto di vista leggermente sfalsato. In The Forgiven i personaggi wasp sono visti come cosiddetti farang (termine che in Thailandia, dove da anni vive Osborne, viene usato per indicare gli stranieri): in questo caso un gruppo di persone sicure di sé, dei propri principi e della propria cultura, ma delle quali la terra straniera mette in luce ombre e fragilità.

“Pleasure” e l’industria dei corpi

Il porno è un’industria come qualsiasi altra, e Pleasure è una critica strutturale feroce al sogno americano e al capitalismo in toto, senza nemmeno la consolazione del disprezzo beffardo di Showgirls. Il tempo è denaro, dunque l’attenzione al consenso sessuale rispetta tutti i crismi giuridici ma è funzionale solo al mantenimento della produttività, completamente impersonale e disumanizzato per quanto riguarda le persone coinvolte. Se un interprete non regge emotivamente la performance, tutti si fanno attenti e consolatori ma è impossibile districarsi fra reale empatia e volontà di terminare la scena evitando sprechi inutili.

Elvis Special – Tra limite e potenza del biopic

Pur premendo l’acceleratore su alcuni tòpoi come il ricorso alla voce narrante, l’uso di vibranti cromatismi e la predilezione per il côté melodrammatico a discapito dello scavo psicologico dei personaggi, rispetto alle stravaganze kitsch cui aveva abituato il pubblico con Moulin Rouge! (2001) e con Il grande Gatsby (2013) questo lavoro appare più addomesticato, forse per timore reverenziale, sicuramente più vicino alle atmosfere da kolossal di Australia (2008). Seppur levigato, Elvis straborda comunque dai confini, sfreccia colorato come un trottola su un rettilineo prevedibile, focalizzandosi sul volto, sugli outfit e sulle pose di questa divinità dello showbiz.

Elvis Special – Il godimento della colpa

Come dice il Colonnello, l’attrazione più grande è quella che ci fa sentire in colpa nel momento stesso in cui ne godiamo. Motto che potrebbe valere per tutta l’opera di Luhrmann, il cui sfrenato postmodernismo camp ha continuamente flirtato con l’eccesso, l’ostentazione superficiale e il cattivo gusto. Intanto proprio la figura di Parker, il grande illusionista che lancia e poi distrugge Elvis, consente al regista di ritagliarsi uno spazio per riflettere wellesianamente (citazioni a Quarto potere, La signora di Shanghai, F for Fake) sul potere ambiguo dello spettacolo, sul legame faustiano fra arte e profitto.

La luce dalle viscere. “Crimes of the Future” e lo sguardo sul corpo

In Crimes of the Future Cronenberg immerge lo sguardo nel corpo verso una spasmodica ricerca di senso: gli organi diventano tele da incidere, i cadaveri poemi da leggere (e cercare di comprendere), le viscere bellezza interiore e il corpo viaggia più veloce della mente, che forse alla fine è soltanto una sua estensione difettosa. Body is reality. Girato in un’Atene irriconoscibile il film si muove fra relitti e rovine in ambientazioni quasi teatrali.

“Lightyear – La vera storia di Buzz” e il nuovo viaggio della Pixar

L’anno luce che dà il titolo al film, se nel primo capitolo di Toy Story serviva a connotare il personaggio come un alieno, qui rispecchia la quintessenza della Pixar: una casa di produzione che un tempo era proiettata anni luce in avanti rispetto la produzione mondiale, ora rischia invece di restare sola e distante, troppo distante, sia da chi, crescendo, ha sempre seguito e condiviso passo dopo passo tale percorso, sia da un pubblico diverso che lungo gli anni è stato poco considerato ma che ora, per andare oltre l’infinito, diventa vitale riportare al centro.

“Esterno notte” tra speranza e menzogna. Un bilancio critico

Esterno notte è una serie, con buona pace di chi si ostina a concepirlo come un lungometraggio diviso in due parti, come se ciò servisse ad accrescerne valore e prestigio. Nonostante la distribuzione in sala, Bellocchio costruisce questa sua opera senza nasconderne la natura, ma anzi mostrando un profondo rispetto per le regole della struttura seriale. Ecco dunque che la menzogna storica e la speranza narrativa di cui sopra si scoprono elemento fondamentale per catturare l’attenzione di un pubblico che dovrà concedere oltre cinque ore del proprio tempo per seguire la ricostruzione finzionale di un avvenimento universalmente noto.

“Nel mio nome” e la possibilità di scegliersi

L’autore centra l’obiettivo seguendo per due anni quattro amici nel periodo della loro transizione e organizzando in sei mesi di montaggio un racconto delicato, affettuoso e genuino. Raffaele, Andrea, Leonardo e Nicolò (le loro età comprese tra 23 e 33 anni) si aprono allo sguardo deciso ma sempre rispettoso di Bassetti, lasciando che la macchina da presa si inserisca nei loro spazi condivisi, nelle loro case durante le videochiamate (ricordi da una pandemia che ha stretto ancor di più le maglie di una gabbia esistenziale), nei loro sogni e nelle loro aspettative.

Le stanze della tragedia storica – “Esterno notte – parte II” e lo spettatore testimone

La conclusione del calvario di Moro è il momento in cui Bellocchio deve fare i conti con il finale di Buongiorno, notte, con la propria responsabilità di regista davanti al trauma storico. Questa volta non c’è utopia: Bellocchio rinnega ogni concessione fantasiosa, e trasforma l’incipit del primo episodio, con Moro accusatore sul letto d’ospedale, in una delle allucinazioni di Cossiga. Poi lascia alla tragedia lo spazio che merita, mettendo in scena la risoluzione della vicenda con una potenza quasi apocalittica.

Il tramonto senza estasi del Jurassic World

Jurassic World si proponeva di riscoprire il fascino dei dinosauri al cinema, in un momento in cui il pubblico era si era ormai assuefatto a qualsiasi meraviglia visiva ricreata in una sala cinematografica. Il discorso che si poneva come una premessa allettante dimostra però, dopo tre film, di non avere la forza per ricostruire un immaginario e adeguarlo in modo efficace al presente, tanto da far storcere il naso al Lowery Cruthers che risiede in ognuno di noi e, magari dopo averlo fatto sogghignare in un paio di occasioni, costringerlo ad assistere ai titoli di coda con sguardo mesto e malinconico.

La poetica della diversione. Ancora su “Tromperie – Inganno”

Desplechin sembra aver messo in pratica l’idea che Truffaut esprimeva nel 1957 sul “film di domani”, nel suo sprezzante articolo Le cinéma français créve sous les fausses légendes che sosteneva l’impellenza di un nuovo modo di fare cinema, ancora più personale, individuale, autobiografico di un romanzo, come una confessione, un diario, un atto d’amore. Il regista scandaglia i recessi della scrittura intima di Philip Roth, componendo una sarabanda di dialoghi in cui le donne dello scrittore si raccontano attraverso un’inesorabile ipnosi verbale al quale ci si abbandona come fosse una sacrale confessione sulla vita e sull’amore.

L’amarezza dell’impossibile. “Nostalgia” e il cinema di Mario Martone

Nostalgia (tredicesimo film di Mario Martone) è un film bellissimo e saldamente collocato nella filmografia del suo regista, oltre che intriso del suo impeccabile stile (sentimentale, fotografico e architettonico) tanto da esserci apparso a tratti come il dagherrotipo de l’Amore molesto, nella sua versione virile. Nostalgia è un film dall’anima variegata e multigenere, pullulante di una eterogeneità tipica napoletana (così come il suo protagonista è multietnico e poli/identitario, musulmano, napoletano, emigrante e scugnizzo), che inizia come un thriller, si sviluppa come un melodramma e termina con un colpo di scena ferale che da alcuni è stato inteso come quello di un film “civile”.

“Alcarràs” omelia contadina

Carla Simón, lei stessa di famiglia contadina, sembra guardare alla delicatezza dei racconti familiari di Kore’eda e alla “morale” contadina di Alice Rohrwacher, per un’opera che ha tutto dell’autobiografico, ma nulla di particolarmente politico e militante. Pur decidendo di trattare le problematiche del volto rurale catalano, Alcarràs sorvola su altre questioni specifiche (come, per esempio, quella del conflitto tra campi e pannelli solari, questi ultimi tendenzialmente narrati come punto cardine di un progresso sostenibile), affidandosi a un approccio lontano dal progettuale, ma anche lontano dal magico. Per un film asciutto, nel bene o nel male, che fa dello sguardo al quotidiano il suo punto di forza.

“Top Gun: Maverick” e il neo-umanesimo di Tom Cruise

Al centro di tutto c’è il corpo di Tom Cruise. Un corpo che lotta con il limite sullo schermo, a rispecchiamento di una lotta contro il limite nella realtà: anagraficamente sulla soglia della terza età ma ancora saldamente in testa come eroe di blockbuster d’azione e superstar hollywoodiana, scansa le accuse di barare con la chirurgia estetica e continua indefessamente a eseguire da solo i suoi stunt. Sceglie, elabora e produce i suoi progetti, si circonda dei collaboratori di cui si fida e riesce a mostrare una via all’epica consolatoria in un momento storico in cui gli altri arrancano o stemperano nell’ironia.

“Mother Lode” nel paradiso del diavolo

È un bianco e nero con delle sfumature originali che rendono Mother Lode un prodotto audiovisivo osmotico. La finzione costruita è talmente ingenua, talmente folcloristica, da diluirsi con estrema naturalezza in una dimensione intima fatta di spazi interstiziali dell’anima. Ha senso chiedersi se un racconto di questo tipo precluda una caratteristica centrale della realtà oggettiva? Sembra invece che il lavoro sulla fotografia aggiunga, oltre alla garanzia di veridicità, anche un portato significativo di mistero come qualità decisiva dell’esperienza umana.

La calata negli abissi della nazione. “Esterno notte – parte I” scomodo, spiazzante, travolgente

I primi tre episodi di Esterno notte sono il controcampo di Buongiorno, notte, con l’incipit utopico che vede il prigioniero liberato che dialoga con il finale nel suo capolavoro di quasi vent’anni fa. Stavolta Aldo Moro lo conosciamo libero, consapevole della gravità del presente, convinto di dover perseguire un obiettivo collettivo che è anche un capolavoro personale. “Ho parlato per un’ora e dieci minuti senza mai nominare la parola comunismo” dice, con una certa soddisfazione, dopo aver persuaso le varie correnti democristiane a sostenere il governo sostenuto esternamente dei comunisti.

“The Rescue” e la generosità dell’impresa

Dodici ragazzini fra gli 11 e i 16 anni e il loro allenatore di calcio entrano in una grotta per una piccola avventura. Siamo nel nord della Thailandia, è giugno del 2018, i monsoni dovrebbero arrivare solo il mese successivo. Ma la pioggia arriva improvvisa e inesorabile, bloccando l’uscita. I due coniugi, già autori dei documentari sportivi Meru e Free Solo, premio Oscar 2019, riescono a raccontare il senso di un’impresa per la quale l’aggettivo “eroica” non pare fuori luogo, con il loro caratteristico e mirabile bilanciamento fra tensione avventurosa e fattore psicologico. E riescono a rendere l’idea delle condizioni improbe nelle quali si sono trovati a operare i soccorritori.

“Noi due” e lo sguardo chapliniano sul mondo

A livello cinefilo il continuo omaggio a Charlie Chaplin e in particolare al Monello, il film preferito di Uri, è giustificato: come Charlot si prende cura del monello crescendo a sua volta come uomo, così Aharon accompagna Uri verso l’età adulta. In fondo, però, è proprio il suo il coming of age di cui ci parla Bergman. È suo lo sguardo che domina il film, uno sguardo carico di amore e attenzione, che il regista mette in scena attraverso l’uso di soggettive dirette e indirette o di inquadrature ravvicinate girate con camera a spalla che, isolando Aharon dallo spazio circostante, ne rendono lo stato confusionale di spaesamento.

Un multiverso transmediale firmato Sam Raimi

Doctor Strange nel multiverso della follia non può essere visto soltanto come il sequel di Doctor Strange (Scott Derrickson, 2016), ma come episodio dark-fantasy di una continuity tentacolare, conseguenza diretta delle tre “fasi” del Marvel Cinematic Universe (ventitré film) e parte integrante della cosiddetta “fase quattro”: cinque film già usciti, altri sei programmati, con serie e miniserie annesse. Numeri da capogiro che rischiano di scoraggiare chiunque avesse voglia di varcare la soglia dell’universo Marvel Studios da neofita, ma che non faticano a fidelizzare praticamente nessuno.