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“Il corpo della sposa” e la politica dei corpi

Opera d’esodio di Michela Occhipinti -già autrice di numerosi documentari – Il corpo della sposa risente degli stilemi tipici del documentario ma sfrutta i meccanismi della fiction per narrare una storia che non si esaurisce entro i confini della testimonianza etnografica. Pare, piuttosto, un pretesto narrativo per veicolare significati universali, una riflessione che attraversa la contemporaneità e che coinvolge tanto il mondo orientale quanto quello occidentale. Invero, la narrazione si colloca all’interno del panorama mediatico post femminista, accarezzata da una sensibilità che caratterizza la rappresentazione di genere nel cinema, in accordi con alcuni topoi stabili: tra questi, la femminilità come proprietà corporea, l’autodisciplina, la libertà di scegliere, la tensione verso l’empowerment.

“Bangla” e come scavalcare uno stereotipo

Che cosa è uno stereotipo? Per gli psicologi rientra in questa definizione qualunque opinione precostituita e generalizzata su persone o gruppi sociali priva di un riscontro basato sull’esperienza diretta. Phaim Bhuiyan, regista (attore e sceneggiatore) ventiduenne al suo esordio cinematografico con Bangla (distribuzione Fandango) ha avuto una fulminea intuizione: portare il suo stereotipo (quello del figlio di immigrati che cerca di integrarsi con la cultura del Paese ospitante) sul grande schermo, in modo autobiografico, e scavalcarlo, o domarlo a seconda dei punti di vista, attraverso l’uso di un linguaggio cinematografico e di uno slang giovanile che lo riafferma, incorporando in sé stesso la sua medesima matrice popolare.

“Dolor y Gloria”, il cinema e il tempo che passa

Ci stupisce questo film, che nello stile non sembra quasi appartenere ad Almodóvar ma che è completamene fatto di lui e del suo cinema. Ci inchioda alla sedia della sala questa narrazione asciutta, sobria, matura, quasi trattenuta che si veste dei suoi soliti sgargianti colori – su tutti il verde, il rosso e l’azzurro – ma senza il sovraffollamento barocco a cui ci ha abituati. Ci incanta questo racconto che cita continuamente le pellicole passate e la sua vita presente, ma che travalica il dato biografico per diventare riflessione sul tempo che passa e in fondo anche sul cinema, sulla sua genesi e sul suo mutare. 

“Dolor y Gloria”, cinema che genera cinema

Arrivato a settant’anni, che compirà fra qualche mese, Pedro Almodóvar si sente fragile, nel corpo e nella mente, e anche per questo desideroso di ricordare il suo passato, celebrare l’amore per sua madre e quello che da lei ha ricevuto, ringraziare il pubblico, i suoi attori, il cinema e l’uomo della sua vita. Scrive un film su di sé, in bilico fra autobiografia fedele e verosimile, si fa interpretare dall’attore più rappresentativo del suo cinema (Banderas), e affida il ruolo della mamma di Pedro bambino all’attrice che lui più di tutti ha contribuito a far sbocciare (Penelope Cruz). In un moltiplicarsi irregolare di proiezioni di sé, dietro cui nascondersi e mostrarsi come mai prima, si accomoda sul lettino dell’analista e svela in una seduta dall’andamento circolare i suoi acciacchi, la depressione, le ferite e le scoperte dell’infanzia, l’omosessualità e il potere del cinema.    

“Tutti pazzi a Tel Aviv” e il gioco del racconto

Zoabi gioca con l’arte del racconto, alternando – anche a livello visivo – due stili diversi per delineare i confini di due mondi narrativi: quello proprio della soap (con la fotografia “smarmellata”, le opposizioni nette, la recitazione sopra le righe) e quello della realtà, con approfondimento psicologico dei personaggi, evoluzione nei rapporti interpersonali, performance attoriali sobrie anche se caratterizzanti. Semplicità versus complessità, verrebbe da dire. Ma questo è il punto di partenza del discorso alla base del film: tanto i palestinesi, produttori e sceneggiatori della serie, quanto gli israeliani che la guardano e che – nella persona del comandante Assi – vogliono contribuire a cambiarne l’orientamento, sanno benissimo che persino un prodotto come Tel Aviv on Fire è in grado di veicolare un messaggio politico, “antisemita” o “sionista” a seconda dei punti di vista. 

“Normal” e il campo di battaglia degli immaginari

La Tulli fotografa una realtà per certi versi invisibile o anche abbastanza lontana da chi vive, ad esempio, contesti in cui l’informazione e gli studi sul genere risultano ormai standardizzati. Se da un lato si assiste alla nascita di nuovi ed eterogenei immaginari femministi – recente è l’uscita del manifesto xenofemminista del collettivo Laboria Cuboniks, tradotto da Clara Ciccioni, “antinaturalista” perché contesta i limiti biologici, intersezionale e queer – dall’altro l’aria che si respira è stantia, vecchia e significativa, in questo senso,  è la sequenza in cui un manipolo di donne prossime al matrimonio ascolta i consigli di una signora che sembra piombare direttamente dall’America degli anni ‘50/60, sulla necessità di non lasciarsi andare, prendersi cura del marito, dei bambini, della famiglia.

Un cinema di relazioni: conversazione con Roberto Minervini

Italiano naturalizzato americano, classe 1970, Roberto Minervini è considerato uno dei più interessanti e originali documentaristi internazionali. Film come Bassa marea, Stop the Pounding Heart e Louisiana hanno raccontato facce nascoste dell’America contemporanea, il volto più intimo e fragile di un Paese le cui ferite raramente sono state mostrate con tanta disarmante sincerità. In occasione dell’anteprima bolognese del nuovo Che fare quando il mondo è in fiamme?, l’ha incontrato per noi Lapo Gresleri, autore del saggio Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana (Bietti, 2018) recante la prefazione dello stesso Minervini.

“Stanlio e Ollio” tra malinconia e backstage

Era il 1921 quando Stanlio e Ollio si incontrarono sul set del loro primo film insieme, si chiamava Cane fortunato e i due attori, che si conoscevano appena, si rincorrevano per tutto il corto impersonando un tenero vagabondo (Stan) e un malfattore (Oliver). In questa pellicola, di cui Stanlio era l’assoluto protagonista, troviamo solo un’esile reminiscenza di ciò che in seguito sarebbe diventata la tipica caratterizzazione comica della coppia: il furbo, secco, mattacchione e il saccente, corpulento, pacioccone. Stanlio e Ollio. Sarà poi negli anni ‘30 che la coppia comica conoscerà un enorme successo grazie alle produzioni di Hal Roach con cui girerà quasi 80 dei 106 film insieme, fino alla rottura con il produttore. Ed è a questo punto della storia (vera) che inizia la trama del film Stanlio e Ollio di Jon S. Baird.

“John McEnroe – L’impero della perfezione” e l’anatomia del movimento

Un’operazione sì di montaggio ma soprattutto un saggio critico, perché lavora sul prezioso materiale filmato da Gil de Kermadec nella stagione di gloria di McEnroe. Dove sta la differenza tra le riprese di questo ex tennista divenuto cineasta e le registrazioni televisive, “ufficiali” dei match? Nello sguardo. Anche perché nel momento in cui si sceglie l’oggetto di un documentario, la sua realtà viene automaticamente modificata dalla presenza della macchina da presa. Artefice di film didattici incentrati sulle posture dei tennisti, de Kermadec non si limitò a censire l’esistente ma s’impegnò ad osservare McEnroe in azione. Se è vero che il cinema rivela l’impossibilità di replicare, il metodo si articola cercando di rivelare le verità nascoste nell’anatomia del movimento per spiegare l’imprevedibilità del gesto, rallentando le immagini al fine di esaminare il segreto del gioco, sollecitando nello spettatore l’ipotesi che il tennista stia giocando addirittura contro se stesso.

“Ancora un giorno” e il documentario di guerra animato

È iniziata una nuova era per il cinema. Quella del documentario di guerra animato, un genere capace di mescolare il reportage bellico con una rilettura simbolica della realtà, resa possibile dalla creatività delle animazioni. Ne avevamo avuto un saggio a Cannes con il bellissimo film di Stefano Savona, La strada dei Samouni, giustamente premiato con l’Oeil d’Or come miglior documentario, che mescolava le riprese dal vero ad animazioni a graffito in bianco nero per raccontare la guerra tra Israele e la striscia di Gaza. Ne abbiamo conferma oggi con Ancora un giorno il “militante” film di Raúl de la Fuente e Damian Nenow, che focalizza la sua attenzione su un altro capitolo di storia recente colpevolmente trascurato dal flusso mediatico (freneticamente concentrato sull’attualità quotidiana) e misconosciuto dai più: la guerra civile in Angola.

La Marvel è cinema – Speciale “Avengers: Endgame” III

Classica o no, l’esperienza-Endgame resta cinema. E di cinema si nutre, come sempre in casa Marvel. La fantascienza per esempio, nell’accezione shelleyana che mette in guardia dall’arroganza del Genio-miliardario-Playboy-Superuomo, è sempre tornata utile a un universo che ha per codice morale il Gruppo, e teme l’individualità quando questa non sa rientrare in una logica collettiva. Alien, Terminator, Jurassic Park, La Cosa, King Kong, Men in Black, Star Wars e Frankenstein hanno tutti fatto capolino nel corso degli anni per ricordarcelo. Ma oggi è tempo di nostalgia, e forse in effetti ci andiamo negli anni ’50: è tempo di Ritorno al futuro. Nominato e rivisitato innumerevoli volte, del capolavoro di Zemeckis basta il titolo a rendere a perfezione l’idea di nostalgia futuribile, di andare avanti guardando indietro, che permea tutto Endgame

Cinefilia MCU – Speciale “Avengers: Endgame” II

Il MCU è la prova tangibile che un cinema supereroistico diverso è possibile. È la prova che si può essere autori anche scrivendo i dialoghi di un procione parlante o inserendo un cammeo di Jerzy Skolimowski che tenta di torturare la Vedova Nera. Perché il MCU ha dimostrato che si può amare La ragazza del bagno pubblico e allo stesso tempo sentire i brividi quando “Io sono Iron Man” apre e chiude il più grande miracolo cinematografico mai concepito, esattamente come un bambino che divora i fumetti nella sua cameretta, al buio, con la torcia sotto le coperte. Un bambino che crescerà e ritornerà piccolo film dopo film, fino a che le luci non si accendono e si rende conto che non ci sono più scene dopo i titoli di coda (perché il MCU ha cambiato anche questo nell’educazione della sala: il rimanere letteralmente fino alla fine), fino a rendersi conto che questa saga, nel bene e nel male, la amerà per sempre a tremila.

Marvel come opera mondo – Speciale “Avengers: Endgame” I

Luoghi, eventi e parole di tutti i film precedenti vengono miscelati e riproposti sullo schermo, mettendo in luce pregi e difetti di un universo narrativo che ha pochi eguali nella storia. Come per le pagelle scolastiche di fine anno, Kevin Feige vuole dare i voti alle proprie fatiche, dalle più riuscite a quelle più deludenti, con il folle obiettivo di condensare un’intera decade di cinema in un unico film. Il risultato finale è un’opera mondo che sfonda le barriere del proprio genere, calamita l’attenzione di appassionati e neofiti e restituisce al cinema la sua funzione di rito collettivo. Basterebbe vedere la lunghissima battaglia finale tra Thanos e gli Avengers per comprendere la vera forza della macchina produttiva dei Marvel Studios: la capacità di sfruttare al massimo le potenzialità del grande schermo, di intrattenere e coinvolgere il pubblico in sala senza mai limitarsi di accontentare le aspettative ma solo superandole.

“La caduta dell’impero americano”, istruzioni per rialzarsi

Con la leggerezza e la gravità che possono convivere forse solo in un ottantenne, Denys Arcand realizza un film miracolosamente in bilico tra commedia e dramma, delicatamente ondivago tra i due principali registri di interpretazione e narrazione della vita. La caduta dell’impero americano è la sua personale presa d’atto dell’epocale processo di cambiamento vissuto dalle società del ricco occidente negli ultimi vent’anni, che vede due fenomeni l’un l’altro collegati plasmare in senso regressivo le vite di nordamericani ed europei: l’accrescersi della forbice fra poveri e ricchi nell’inesorabile corrosione del ceto medio e lo svincolarsi della condizione economica dell’individuo dal suo livello di istruzione. 

“Un’altra vita – Mug” e l’identità sfigurata del cattolicesimo polacco

L’intera opera è percorsa dal leit motiv dell’incomunicabilità. Nella campana di vetro delle grette convinzioni, chi parla una lingua diversa non viene capito, chi appartiene a una classe sociale differente viene escluso, persino in famiglia chi ambisce a una vita diversa (e migliore) è considerato un outsider da disconoscere. Come un moderno Frankenstein, l’essere mostruoso diviene strumento di pericolosa conoscenza: lo rende un monito di ciò che la società è e potrebbe diventare. Libero dalle sovrastrutture sociali è potente filtro in grado di squarciare le maschere pirandelliane e rivelare l’erosione del perbenismo religioso – sedotto dalla sessualità torbida – della politica corrotta, delle ideologie ormai tramontate. Sulle macerie di un nazionalismo stantio, per salvarsi dal declino etico identitario, non resta che andarsene. 

“Sarah e Saleem” e il riscatto impossibile

La regia fresca, sobria ed elegante di Alayan e l’ottima sceneggiatura contribuiscono a mettere in scena questa storia con naturalezza, facendo emergere in modo delicato ma efficace i sentimenti dei protagonisti ottimamente interpretati: la noia di Sarah, la tristezza e la voglia di riscatto di Saleem, la voglia di vivere di entrambi, le loro paure, le loro fragilità e – a seguito degli eventi – la loro crescita umana, in un climax di inaspettata forza d’animo e di insospettabili alleanze. Non da meno la bravura dei comprimari che mettono in scena personaggi interessanti e per niente scontati, come Bisan, la dolce compagna di Saleem che negli eventi che sconvolgono la sua esistenza trova la forza di affermare la propria indipendenza dalla famiglia e dal marito, o come l’ambizioso David che vive il tradimento della moglie come intralcio alla sua carriera e crede che basti nascondere lo scandalo per cancellare i problemi.

“Torna a casa, Jimi!” e il paese diviso

Torna a casa, Jimi!, vincitore del Tribeca Film Festival, è il primo lungometraggio di Marios Piperides, produttore e regista cipriota, suo The Last Remaining Seats (2011), documentario sui tentativi di riapertura di un cinema abbandonato in un villaggio di Cipro. Qui, il Jimi del titolo è un cane, così battezzato in onore di Hendrix, fedele compagno di sventura di Yiannis, musicista spiantato. Piperides riesce a raggiungere un perfetto equilibrio in cui l’umorismo graffiante della commedia serve a mettere in scena una severa critica sociale evitando di essere pedante e didascalico, dove la fuga di Jimi attraverso la zona cuscinetto sorvegliata dalle Nazioni Unite, non è altro che un pretesto per smascherare le assurdità della vita degli abitanti di Cipro, costretti a fare i conti ancora oggi con quella linea verde che separa la Repubblica di Cipro dalla Repubblica turca di Cipro Nord.

“Dilili a Parigi” e la cultura con gli occhi dei bambini

Ocelot disegna Dilili come una sorellina ed è la più giusta descrizione per questo personaggio. Così si soffre nel vederla affrontare le difficoltà che intralciano il suo roseo destino, e ne si invidia la spensieratezza e l’innocenza alla Peter Pan, che Dilili riesce ad omologare, nel corso della vicenda, a grande saggezza, coraggio e astuzia. Ocelot torna quindi a parlare attraverso gli occhi di un bambino che, come in Kirikù e la strega Karabà, ha una saggezza d’animo più tipica dell’anziano cantastorie. Dilili è una bimba che deve molto a Victor Hugo, la sua forza d’animo nel fronteggiare le ingiustizie, razziali e sessiste, ricorda infatti quella di Gavroche, ma se quest’ultimo soccombe a Parigi e al potere, la nostra eroina capeggiando una rivoluzione intellettuale guarda al futuro con positività: un nuovo mondo in cui è possibile costruire una società migliore senza che qualcuno debba genuflettersi.

Il potente canto funebre di “Oro verde”

C’era una volta in Colombia, recita il sottotitolo dell’edizione italiana: forse a prima vista può sembrare una scelta pigra, eppure, riflettendoci, suggerisce bene l’idea dello sguardo rivolto al passato di un popolo per sottolinearne la metamorfosi, lo scarto rispetto alla realtà contemporanea. E, soprattutto, la frattura con l’immagine fortemente d’impatto che della Colombia ci ha offerto la recente serialità: pensiamo a Narcos, l’epopea criminale dei cartelli del traffico di coca. Oro verde fa un passo indietro, per risalire all’origine dell’innocenza perduta, del conflitto tra una mentalità affaristica pronta a fare affari con i gringos e l’identità primordiale che vede negli animali i referenti di presagi oscuri, legge nei sogni le coordinate del futuro e i segni dell’anima, onora i morti secondo antiche usanze affidate alle donne.

“L’uomo fedele”, un compendio di cinema e cultura

Ne L’uomo fedele Garrel è meno accorato che nel suo primo film, quanto piuttosto rilassato, divertito e compiaciuto. Già nella prototipicità dei nomi, con infiniti rimandi semiotici, denuncia la sua intenzione di mettere in scena con levità un compendio sia di cinema che di cultura francese in senso largo, mischiando commedia con dramma e aggiungendo anche qualche tocco thriller, nei dubbi che Joseph suscita in Abel sulla reale natura di sua madre. Naturalmente, si tratta di thriller in salsa d’oltralpe, e dunque una tisana sospetta suscita più la curiosità interlocutoria di Grazie per la cioccolata di Claude Chabrol che l’inquietudine sgomenta de Il sospetto di Alfred Hitchcock.