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“Glass Onion – Knives Out” invito al giallo con citazionismo

Glass Onion – Knives Out di Rian Johnson è il secondo capitolo di una annunciata trilogia cominciata con Cena con delitto – Knives Out (2019), il cui successo ha fatto da apripista al revival massiccio della lettura del genere incentrata su autoironia e iper-consapevolezza. Nulla di inedito, naturalmente: la compresenza di trama gialla tradizionale e sua contemporanea aperta presa in giro è qualcosa che viaggia sugli schermi almeno da Invito a cena con delitto di Neil Simon. Ciò che Johnson ha saputo fare con perizia è stato riprendere questi stilemi virando ulteriormente verso ossessioni tutte (post)contemporanee come il citazionismo e la meta-narrazione.

“Il prodigio” della verità e del dubbio

Lelio ci avverte: è una storia e in quanto tale possiamo affidarci alla sospensione dell’incredulità. scegliere se crederci ciecamente, costruirci delle opinioni e, soprattutto, da che parte stare. Non c’è altro, è tutto lì. Addirittura, Lelio inizia il suo racconto svelandoci dapprima il “trucco”, con tanto di impalcature, attrezzi da set e voce off screen di Niamh Algar che sveste i panni di Kitty, sorella di Anna. Il fatto è che siamo umani ci dimentichiamo immediatamente che dietro c’è un inganno. E allora ci crediamo davvero.

“Tori e Lokita” di rigore bressoniano

Dopo quaranta anni di carriera e due Palme d’oro, i Dardenne continuano a proporre il proprio “cinema senza stile” consapevoli della necessità di far esistere questi corpi marginalizzati e disconosciuti. Si possono notare negli anni differenze come il sempre maggior impegno nella scrittura che ha messo in secondo piano il lavoro d’improvvisazione e sperimentazione sul set. L’inquadratura in semisoggettiva non è più nervosa come un tempo, eppure rimane costante il rigore dello sguardo.

“Spaccaossa” e il lamento funebre del dramma sociale

È grigio il mondo di Spaccaossa di Vincenzo Pirrotta. È grigio innanzitutto a livello visivo, grazie a una puntuale e suggestiva fotografia curata da Daniele Ciprì. Il regista aveva le idee molto chiare sull’atmosfera che doveva emergere dal lavoro luministico: ricordandosi di quando da bambino assisteva alla processione del venerdì santo a Partinico (PA), voleva rievocare l’effetto che il manto nero della statua della Madonna aveva sui piccoli astanti quando ai loro occhi si trovava a coprire il sole. Questo “effetto eclissi” nel film ben delinea il mondo senza luce in cui si muovono le anime disperate del racconto.

“Bones and All” tra solitudine e metafora queer

Il colpo di genio di Guadagnino – e della strategia promozionale intorno al film – sta nel sovvertire già dai primi minuti quelle aspettative e confezionare una formula che in mano a qualcun altro avrebbe potuto prendere una deriva disastrosa: Bones and all è un film che fa incontrare una storia d’amore con il cinema on the road, caratteristico della narrativa statunitense, e con l’horror, non un horror politico e sofisticato come Suspiria (2019), ma un horror molto più carnale, con rimandi a George Romero e a Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme.

“Notte fantasma” neo-noir fisico e dissonante

Quello del regista romano Fulvio Risuleo non è forse tra i nomi più sbandierati nelle nuove leve del cinema italiano, ma sicuramento è uno dei più interessanti e versatili. Autore di film e disegnatore di fumetti, si è fatto le ossa con vari cortometraggi e web-serie, per poi debuttare nel lungometraggio con Guarda in alto, a cui è seguito Il colpo del cane. Ma è probabilmente con il suo nuovo  Notte fantasma che il regista raggiunge la sua maturità artistica. Un film che si distacca dal gusto per la commedia e per il grottesco visto nei film precedenti, e che abbraccia i territori hard-boiled del noir contemporaneo con un’impronta del tutto atipica e personale.

“The Great Buster” e il grande Bogdanovich

Data questa premessa, che cosa possiamo trovare nell’osservare il film di Peter Bogdanovich, regista che ha sempre manifestato interesse per la storia del cinema e degli autori (si veda il film Diretto da John Ford e il testo Il cinema secondo Orson Welles) sulla storia di Buster Keaton? Emerge la volontà di Bogdanovich di realizzare un racconto onnicomprensivo, in cui possa trovare spazio tutto: documenti, interviste, materiali d’archivio, biografia, aneddotica, un accenno alle dinamiche dello studio system a cavallo dell’introduzione del sonoro, analisi del film e critica.

“Diabolik – Ginko all’attacco!” e la visione fumettistica

I fratelli Manetti dirigono in maniera ancor più fumettistica, rispetto al primo capitolo, un testo che, come in passato, è un fumetto già dall’uso del “voi” tra i personaggi. Si pensi al ralenti del gettone telefonico che viene lanciato alla ballerina nella sequenza successiva ai titoli di testa, al lancio del pugnale, agli scambi di sguardi – quello a chiusura della linea narrativa tra Valerio Mastandrea/Ginko e Altea è intriso anche di cultura pop, infatti potrebbe ricordare lo sguardo sornione e contrito di Jerry Calà nel finale di Sapore di mare di Carlo Vanzina – ai primi piani e al frequente uso di dettagli e del campo-controcampo; strutturati e composti in maniera quasi desueta rispetto alla classica costruzione del quadro cinematografico.

“Boiling Point” sotto la pressione della cucina al cinema

La camera a mano, spostandosi in tempo reale dall’uno all’altro personaggio, rende ognuno a suo modo solo dentro al mondo circostante, ciascuno in balia del rischio di errore, nessuno sicuro di riuscire a sostenere ciò che è chiamato a fare. Boiling Point disseziona il concetto di successo professionale con amarezza e una punta di beffardaggine, continuamente smentendo le abituali convinzioni sui privilegi del potere, fra chef e sous chef affogati in un’ansia tracimante, camerieri maltrattati ai tavoli ma già rivolti col pensiero ai divertimenti fuori dal lavoro, lavapiatti che se la spassano bellamente mentre gli altri faticano.

“Un anno, una notte” e la poetica del superstite

La notte del 13 novembre 2015 Ramón González si trovava al Bataclan con la fidanzata e alcuni amici per assistere al concerto degli Eagles of Death Metal. Ramón ha raccontato la sua esperienza di sopravvissuto nel libro Paz, amor y death metal che ha ispirato Isaki Lacuesta per il suo ultimo film: Un anno, una notte. Già dal titolo si capisce che il cuore del film non sono tanto la notte e l’attentato, ricostruiti da regista e sceneggiatori attraverso diverse testimonianze, ma soprattutto i mesi successivi vissuti dai protagonisti, Ramón e Céline, una coppia di superstiti.

“The African Desperate” tra ironia e critica sociale

Giocato sull’ironia e la critica sociale che contraddistinguono l’opera di Syms, il film si presta a una satira sul mondo dell’arte contemporanea visto come una sorta di alveolo protettivo ed esclusivo per aspiranti creativi un po’ fricchettoni, esaltati da una vita fuori dagli schemi a base di sballi sintetici e la ricerca di una forzata e ostentata alternatività. Quello di Palace diventa così un giro a vuoto, una specie di viaggio alla ricerca di un Io non raggiunto e forse irraggiungibile, motivo di quel disagio che permea il film sin dal titolo.

“Argentina 1985” e la linearità della giustizia

Al centro del film il personaggio di Strassera, interpretato dell’intenso Ricardo Darín, uno degli attori più noti del cinema argentino contemporaneo (e protagonista, tra le tante pellicole, di Il segreto dei suoi occhi, premio Oscar 2010 come miglior film straniero). Mitre insegue una minuziosa ricostruzione storica che realizza attraverso una scenografia e una sceneggiatura molto accurate ma anche attraverso la ricerca della somiglianza fisica degli attori ai personaggi reali, quasi a voler catturare nel modo più fedele possibile oltre che lo spirito del tempo anche la sua immagine (in alcune sequenze sovrappone direttamente alcune fotografie del processo alle immagini del film).

Sangue, morte e fango nel terzo adattamento da Remarque

La trincea è il luogo d’azione principale della vicenda, poiché la Grande Guerra fu innanzitutto una guerra di trincea, ricostruita dagli scenografi con la maestosità di un kolossal e un’attenzione certosina ai dettagli – è possibile che Berger si sia ispirato al celebre 1917 di Sam Mendes, anche per la presenza reiterata dei piani-sequenza sui soldati che si muovono nel dedalo di legno, fango e filo spinato. Così come ricchi sono il dispiegamento di armi, tra fucili, granate e mitragliatrici (con spari ed esplosioni live), e le divise dei militari. 

“Acqua e anice” con la gentilezza del tocco

Anche se lo spettatore smaliziato saprà leggere tra le righe e capire in anticipo il vero scopo del viaggio, ciò non inficerà il piacere della visione perché Acqua e anice è un bel film, che ben si inserisce in una tradizione cinematografica tutta italiana non solo perché retto da una di quelle attrici che hanno contribuito a rendere grande il cinema del nostro Paese (Stefania Sandrelli), ma perché eredita dalla commedia all’italiana quel mix di dolce e amaro che riesce a far riflettere su temi importantissimi con un tocco gentile.

“Bros” rom-com arcobaleno

Bros è un film che funziona nel concetto, prima ancora che nella costruzione. Lo schema narrativo è assolutamente fra i più semplici, e fila perfettamente proprio perché gli step classici del genere sono ricalcati con maniacale precisione sui modelli precedenti. Un disegno già tracciato che si può colorare a piacimento per adattarlo ai gusti delle nuove platee. A capo del progetto c’è Billy Eichner, un nome piuttosto conosciuto tra gli aficionados della comicità statunitense. Cinico e sardonico, di un isterismo solipsista che rasenta l’irritante, Eichner è l’autore e il protagonista della storia, e il filtro attraverso cui l’universo del film viene trasposto sullo schermo.

“Wendell & Wild” tra animazione e cinema delle origini

Selick si prende i suoi tempi. Osserva l’evolversi della società, dei costumi, delle mode, del gusto del pubblico e torna in scena quando sente di avere qualcosa di importante da urlare a gran voce, quando avverte che una generazione di spettatori è cresciuta ed è quindi tempo di proporre loro qualcosa di diverso. Ed è proprio su questa doppia sfida che si basa il suo cinema. Un cinema che si nutre di un ossimoro interno coerente ed efficace, un cortocircuito scivoloso e ambizioso da perseguire, ma che l’autore dimostra sempre di saper controllare con grande sapienza e creatività.

“Triangle of Sadness” e l’assioma dell’imprevisto

Film a tesi? Senza dubbio. Programmatico? Totalmente. Telefonato? Tutto il contrario, altrimenti una volta introiettati gli assiomi di base del mondo finzionale sapremmo esattamente dove Triangle of Sadness stia andando a parare, mentre invece le svolte narrative arrivano ogni volta impreviste, con personaggi che seguono archi narrativi logici e consequenziali, ma al tempo stesso altamente soggettivi ed egoriferiti. Östlund non ha in mente di distruggerli, ci fa sperare che si salvino, ma non prima che abbiano smesso di raccontarsela davanti a spettatori che a loro volta se la stanno raccontando, ben poco desiderosi di mettersi nei loro panni.

“La stranezza” e le zone d’ombra pirandelliane

Il regista siciliano deve aver intuito che il compito del cinema non è soltanto ricostruzione filologica o calco esatto di oggetti ben definito, ma anche evocazione, atmosfera e bugie a fin di bene. La stranezza è il filler di una zona d’ombra che fa dello spirito il suo obiettivo, liberandosi della pesantezza e degli ostacoli dell’adattamento. Non c’è arma migliore del tradimento per ottenere un risultato un risultato fedele all’originale. La narrazione si concentra sulla commistione di arte e vita, una cifra centrale nella produzione di Pirandello. 

“Armageddon Time” famigliare e politico

Gli anni Ottanta che Gray mette in scena non hanno niente delle colorate e nostalgiche ricostruzioni pop che popolano tanti piccoli e grandi schermi degli ultimi anni: i sobborghi della Grande Mela dove si muove il protagonista sono spenti, le case anguste, le scuole pubbliche fatiscenti e abbandonate dai finanziamenti statali, le metro una replica meno metafisica e assai più concreta di quelle dei Guerrieri della notte. Ovunque si avverte una tensione sociale e razziale  figlia di quegli anni difficili (seppur cotonati e avvolti dalla disco music) a un passo dall’elezione a presidente di Ronald Reagan, che non avrebbe certo migliorato le cose.

“Marcia su Roma” tra Storia e illusione

Tecnico, per una metà, un po’ semplicistico, per l’altra. L’ultimo documentario di Mark Cousins (The Story of film: an Odyssey) cerca un equilibrio difficile fra cinefilia, politica e storia, perdendosi a rincorrere ricorsi storici. Dispiace per un’occasione forse non persa, ma colta a metà. Presentato alle Giornate degli Autori a Venezia, il film passa velocemente dalle tautologie trumpiane (“Mussolini is Mussolini”, “I want to be associated with interesting quotes”) alla Napoli del 1922 di È piccerella. Poi da Elvira Notari a Umberto Paradisi: sempre sul golfo di Napoli si apre A Noi racconto-celebrazione della marcia su Roma.