Nella vita, a volte, può accadere che i destini di due persone si incrocino con inevitabile tempismo. Quel tempismo può essere originato dalle migliori premesse o dalle peggiori– come nel caso de L’orchestra stonata - l’importante è che arricchisca incondizionatamente le reciproche esistenze.

En fanfare (titolo originale del film) diretto dal regista Emmanuel Courcol e presentato nella sezione Première durante la 77esima edizione del Festival di Cannes, inizia proprio con una pessima notizia. L’acclamato direttore d’orchestra Thibault (Benjamin Lavernhe) scopre infatti di essere malato di leucemia e nel ricercare la compatibilità familiare per il trapianto di midollo che gli salverà la vita, si ritrova per le mani una verità sconcertante, sua sorella è incompatibile perché non è sua sorella.

Rimane un’unica possibilità: il fratello biologico mai conosciuto, Jimmy (Pierre Lottin) un addetto mensa di una piccola e desolante cittadina di provincia, il cui più grande passatempo è suonare il trombone all’interno della fanfara locale. Avviene così l’incontro tra l’orchestra e la banda, tra i due fratelli separati e cresciuti in realtà che non potrebbero essere più distanti l’una dall’altra, Thibault nell’agevolezza parigina con una formazione musicale eccellente che lo ha condotto al successo internazionale, Jimmy nell’ambiente ovattato della provincia operaia, risuonante di fabbriche e scioperi sindacali. A legarli, il gene della musica.

Courcol compone un’importante commedia sulle diversità sociali, sulle opportunità sfruttate o mancate che l’appartenenza di classe riserva a suoi membri. Una questione sempre aperta e attuale che rischia continuamente di essere banalizzata nel relativismo della fortuna o della sfortuna. Il divario tematico provincia/città è edulcorato dalla storia di Thibault e Jimmy e dal progressivo legame fraterno che si concepisce a partire dalla passione per la musica classica, per il Bolero di Ravel, per il jazz di Lee Morgan e per Laissez-moi danser di Dalila. E se la musica possiede la capacità di conciliare gli animi, in questo caso, essa va oltre e regala agli spettatori un commovente ritrovamento, una storia di perdono, di confronto e di crescita, capace di annullare qualsiasi stratificazione sociale.

L’affetto tra i due fratelli è complice anche grazie all’aiuto reciproco che si scambiano, se Jimmy salva la vita a Thibaut donando il suo midollo, quest’ultimo riconosce l’elevato talento musicale di Jimmy e il suo orecchio assoluto- mai identificato- a causa della scarsa autostima. Questo, fino a quando la bacchetta di direzione farà il suo trionfante ingresso e diventerà l’opportunità di Jimmy per dirigere la propria fanfara - aiutato dal fratello - e farla partecipare ad un popolare concorso musicale per bande.

Lo stile cinematografico teso e sotteso di Courcol dimostra piena padronanza nella progressione degli sviluppi e dei cambi repentini che scandiscono il film, che oscillano tra commedia e dramma proprio come un metronomo. Allo stesso tempo, la sottotraccia di quel filone operaio interno - molto caro al cinema francese - non smette mai di suonare, anzi, percuote prepotente nel tentativo finale di allestire un’orchestra diretta da Thibaut all’interno della fabbrica occupata (e destinata a chiudere) dagli amici e dai compagni di banda di Jimmy.

Lo spartito filmico che si genera è come frutto di una partitura stonata, inconciliabile come le rispettive realtà sociali da cui Thibaut e Jimmy provengono, ma basta arrivare alla fine per comprendere che quella stonatura, quell’inciampo di mistione musicale rende il pezzo più autentico e soprattutto più umano.