Nella storia della fotografia, tra i nomi più noti che suscitano un fascino perpetuo, quello di Lee Miller si ritaglia un posto di ineguagliabile rilievo. Nella sua vita Lee Miller è stata capace di posare dinnanzi alla macchina fotografica come modella e come musa surrealista di Man Ray per poi invertire i ruoli, prendere obbiettivo, macchina in mano e divenire la più celebre fotoreporter della Seconda guerra mondiale.
Lee Miller, presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival nel 2023, segna l’esordio alla regia per Ellen Kuras, direttrice della fotografia che scandisce questo suo passaggio omaggiando il coraggio e la dedizione della fotografa che osò posare nuda nella vasca da bagno di Adolf Hitler. L’opera si basa sulla biografia The Lives of Lee Miller scritta da Antony Penrose, unico figlio della fotografa al quale si deve il fortuito ritrovamento della maggior parte delle fotografie scattate dalla madre durante gli anni della guerra, ma confinate in soffitta, come un vaso di Pandora il cui contenuto ha saputo celare i bianco e nero dei volti dimenticati della Storia.
La scelta registica è quella di narrare la vita della Lee Miller fotoreporter attraverso un biopic intervista. Una sorta di interrogazione, il cui obiettivo è tentare di esaminare il vissuto di quegli occhi- interpretati magistralmente da Kate Winslet - ormai stanchi, disillusi, arrabbiati, ma ancora ricolmi di vita. Quegli occhi che hanno visto la barbarie della guerra e che grazie alla macchina fotografica hanno potuto immortalarla in immagini, in testimonianze visive dal valore trascendentale.
Difatti, soltanto parte delle fotografie- quelle meno scabrose e visivamente scioccanti- furono pubblicate nell’articolo Believe it (1945) della rivista Vogue, mentre tutte le altre, specialmente le foto scattate nei campi di concentramento rimasero archiviate nel silenzio fino al ritrovamento da parte di Antony, in seguito alla morte della madre.
Il peso di quel fardello, di quell’insostenibile vissuto, portato come in grembo dalla fotoreporter trova finalmente vita durante il corso dell’intervista e anche se, quel confronto è frutto di una sapiente sceneggiatura, le parole di Lee Miller affidano una voce a tutta la crudezza e resilienza delle immagini fotografiche.
Il tempo presente scatta continuamente in favore dei ricordi passati. Trovano così confessione gli anni che precedono la guerra, trascorsi nella bucolica Francia a Mougins, in compagnia di Nusch e Paul Éluard, Ady Fidelin, Solange D’Ayen- amiche modelle, poeti e intellettuali che andranno incontro al tragico destino dell’occupazione francese da parte dei nazisti- e del futuro marito, Roland Penrose, pittore inglese con il quale si trasferirà a Londra allo scoppio del conflitto.
Segue poi il fortunato sodalizio con Audrey Withers, nella Vogue londinese, ove Lee si occupa di documentare l’impegno civile delle donne londinesi. Ma dentro sé, inizia a percepire il dovere e la volontà di raccontare la vera guerra, quella combattuta al fronte, tra i bombardamenti e i feriti negli ospedali da campo.
E nasce così la Lee Miller fotoreporter, la donna che consacra la fotografia come sua ragione di vita, che sfida i pregiudizi di genere del tempo come donna mandata al fronte, che immortala i volti dei superstiti e le prime verità emergenti sugli “scomparsi”, le vittime nei campi di concentramento. Il tutto, restituito mediante un montaggio cadenzato e sostenuto che fa della fotografia la punta di diamante dell’intero film.
Nonostante il suicidio di Hitler segni il termine della guerra, il conflitto - quello interiore, testimone del vissuto e del visto - non può avere una fine, e Lee Miller fotografa in sé tutto il carico emotivo di tale confessione, celandolo al mondo esterno, proprio le sue foto. E se, come sostiene Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri, il ricordo attraverso le fotografie eclissa altre forme di comprensione e di memoria, il cinema con Lee dimostra di poterle far rivivere e raccontarle attraverso gli occhi di chi le ha scattate.