Negli anni Ottanta, sotto lo sguardo vuoto del loro creatore, passato a miglior vita a prima vista, eppure non abbastanza degno della misericordia degli insetti che ne divorano il corpo mollemente sdraiato su un pavimento sdrucito, i tre protagonisti di un programma televisivo ispirato a Mister Rogers’ Neighborhood ripensano con nostalgia alla fama di un tempo. Se da una parte trascorrono il tempo riguardando gli episodi più celebri, dall’altra, registrano appelli accorati al pubblico ormai cresciuto, nella speranza di assaggiare ciò che chiamiamo libertà, nella speranza di abbandonare definitivamente l’epoca della fame e della decomposizione.
In Iran, una giovane studentessa, la biro in mano oscillante come un metronomo infuriato, mentre il regime fuori dall’aula sfrutta al massimo le proprie abilità e astuzie per impedire a ragazze e ragazzi di avvicinarsi alle temibili incarnazioni dell’Occidente, viene ripresa dalla sua insegnante. Tuttavia, non è un passeggero momento di distrazione a indispettire la docente, accostatasi prepotentemente al fianco dell’alunna. Poiché, con impeccabile e grottesca precisione, il suo intervento ha il solo fine di nascondere una ribelle ciocca di capelli sbucata dall’hijab. Ma ecco che, una volta nascosta la frangia, una treccia così delicata, ma capace di regger tutta quella gravità, appare dall’altra parte, dimentica della giurisprudenza islamica. Costringendo una stufa professoressa a percorrere all’infinito il perimetro del banco occupato dalla dissidente. Se non è l’una a violare la legge, spetterà all’altra rivendicare con ostinazione i loro diritti.
La strana particolarità di un quartiere periferico abitato da creature senza carattere né spessore. La sua mancanza di colori, come se in quella città, cresciuta in fretta e furia senza aver la possibilità di superare i polverosi confini della mediocrità, non ci si fosse potuti permettere quel lusso. Grigia come certe fotografie d’archivio, grigia come i prospetti illustrati. Tanto da varcare i limiti della metafora, visto che più volte, inoltrandosi nelle serpeggianti frontiere e gerarchie di quel villaggio, si ha davvero l’impressione di sfogliare una serie di pubblicità scabrose, in cui ad annidarsi non sono i soliti annunci, bensì promiscui parassiti.
Tratte dai cortometraggi Wander to Wonder di Nina Gantz, Our Uniform di Yegane Moghaddam – candidati all’Oscar – e Street of Crocodiles dei fratelli Quay, queste sono alcune tra le immagini mostrate durante il festival Stop e-Motion Days, kermesse dedicata al cinema d’animazione in stop-motion la cui missione è mettere in luce tutto il potenziale espressivo di una tecnica unica nel suo genere.
Svoltosi tra il 2 e il 4 maggio presso il Museo multimediale del Novecento, centro culturale nevralgico della città metropolitana di Venezia Mestre, SeM Days è un progetto dell’associazione Quarta Parete, collettivo cinematografico fondato nel 2018 con il supporto dell’associazione UdU Venezia dell’Università Ca’ Foscari. Nel corso del tempo, Quarta Parete è riuscita a circondarsi del sostegno di spettatori e appassionati del territorio, curando rassegne dedicate a corto e lungometraggi. Ultima delle quali, Margini, ciclo di proiezioni il cui tema portante è stata la definizione e discussione, non solo da un punto di vista filosofico-politico, ma anche psicologico, di ciò che definiamo confini.
Alle iniziative promosse da Quarta Parete si affianca il profondo legame, stretto a partire dal 2020 grazie a una campagna di raccolta fondi, con il Cinema Dante di Mestre, sala d’essai che ha ritrovato così l’aiuto di una nutrita rete di sostenitori. Un sodalizio che non fa che sottolineare un deciso impegno nella valorizzazione delle sale indipendenti e nella promozione della cultura cinematografica. Il collettivo si fregia, inoltre, della presenza di una redazione, in grado, da una parte, di accompagnare ogni attività dell’associazione, di coprire alcuni tra i più importanti festival internazionali (Venezia, Berlino, Locarno), dall’altra.
Tornando a SeM Days, sono state molteplici le iniziative degne di nota. Non solo i due laboratori di puppet making aperti a famiglie e bambini, che si sono svolti collateralmente in appositi spazi messi a disposizione dallo stesso Museo del Novecento. O il workshop professionalizzante rivolto agli studenti di cinema, al fine di proporre un’esperienza quanto più immersiva. O lo spettacolo tenuto in collaborazione con l’associazione Kamishibai Italia dedicato al teatro Kamishibai – termine che si potrebbe tradurre come “dramma di carta” (da “Kami”, “carta”, e “Shibai”, omologo del nostro “teatro”) e tecnica narrativa la cui massima diffusione tradizionalmente si colloca tra gli anni Venti e Cinquanta dello scorso secolo.
O la masterclass tenuta dal regista Alain Ughetto, autore del recente Manodopera, affascinante ricostruzione in bilico tra poesia e realismo della storia di Cesira e Luigi, coppia di emigranti che negli anni Venti fuggirono dalla miseria delle Alpi per metter su famiglia in Francia, in un tempo in cui eravamo noi italiani quelli a cui era vietato l’ingresso. Ma anche, soprattutto, il Concorso internazionale di cortometraggi, da un lato, e di lungometraggi, dall’altro, in cui a spiccare sono stati rispettivamente Joko! di Izabela Plucińska e Living Large di Kristina Dufková.
Tra i venti corti in competizione, oltre ai menzionati Wander to Wonder – Gran Premio della Giuria e apparso, molto tempo prima degli ultimi Premi Oscar, nella sezione Orizzonti Cortometraggi di Venezia 80 – e Our Uniform, segnaliamo la presenza del regista belga Nicolas Keppens con Beautiful Men, viaggio altrettanto nominato all’Oscar dentro i conflitti e le insicurezze sorti tra tre fratelli, ritrovatisi nello stesso albergo di Istanbul poco distante da una clinica specializzata nell’autotrapianto di capelli.
Tra i lungometraggi, invece, è doveroso citare l’inclusione dell’ultima opera dei fratelli Stephen e Timothy Quay – maestri del genere a cui è stata intitolata una speciale retrospettiva. Ovvero, tratta, al pari del capolavoro La clessidra di Wojciech Jerzy Has (1973), da un racconto dello scrittore e disegnatore polacco Bruno Schulz, Sanatorium Under the Sign of the Hourglass, film che ha avuto la sua prima alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia – nella sezione Giornate degli Autori –, sulla quale è già possibile leggere una recensione del nostro Andrea Pedrazzi qui. Senza dimenticare l’ancora inedito Sauvages di Claude Barras (già autore del cult La mia vita da zucchina), che ha riportato il Cocal d’Oro del Pubblico.
Terminata la prima edizione, l’augurio è che SeM Days in futuro diventi in ugual misura un importante punto di riferimento sia per gli appassionati sia per gli addetti ai lavori.