Una regola aurea del mercato dell’arte sostiene che la percezione sia tutto e che la realtà sia oltremodo negoziabile. Con il suo ultimo film Le Tableau Volé (in italiano Il quadro rubato), il regista francese Pascal Bonitzer offre uno spiraglio di visione su questo mercato liquido, le cui logiche si reggono su principi aleatori, affascinanti quanto spesso assurdi da comprendere.
La storia ricompone la vera vicenda attorno al dipinto I girasoli del pittore austriaco Egon Schiele, quadro che si riteneva disperso nel 1939, quando allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la polizia nazista iniziò a confiscare alle famiglie ebree le opere considerate come “arte degenerata” e dunque, legittimate ad essere distrutte.
Con una lettera scritta, quella che appare come una delle frequenti truffe che gridano al miracolo d’arte ritrovato, si rivela per essere al contrario, un’autentica riscoperta che André Masson, banditore presso la celebre casa d’asta Scottie’s, non vuole lasciarsi sfuggire. Attorno a ciò Bonitzer costruisce la sua versione cinematografica, dando un assaggio dei retroscena che precedono il battito di martello delle aste, ma soprattutto, rivelando quanto spregiudicatamente sprezzante possa esserne il gusto del prezzo.
L’esilità della regia e la strumentalità lineare del montaggio si compone in equilibrio con i personaggi, che, salvo per qualche svolta di trama, rimangono emotivamente inaccessibili allo spettatore. La costante che invece mantiene saldi gli sviluppi della storia è l’inganno, la ricerca del profitto e il sapersi vendere ai clienti giusti, senza troppo sentimentalismo. Metafora di questo savoir-faire è Aurore, la stagista di Masson che tesse la propria identità con fili indistricabili di bugie contorte.
A questo mondo cinico e agognante di profitto, fa da contraltare il giovane Martin, operario di una piccola cittadina periferica che inconsapevole, si è ritrovato ad essere il fortunato quanto illegittimo proprietario dell’autentico di Schiele.
Il contesto narrativo del mercato dell’arte è solo la cornice, ciò che davvero racchiude il contenuto del film di Bonitzer- e che continua a prevalere nel cinema francese contemporaneo- è il contrasto sociale, la distanza arbitraria tra la realtà operaia periferica e quella cittadina di Parigi, declinata in questo caso all’élite che muove le redini delle compravendite di opere d’arte. Una distanza inconciliabile, quella tra i due mondi, che si incontra momentaneamente grazie ad una tela, il cui valore viene stimato a partire da otto milioni di euro.
Assieme all’ex moglie ed esperta d’arte Bertine, Masson conduce le trattative per vendere il quadro, tra inganni e tentativi di sabotaggio sventati, per arrivare fino all’aggiudicazione, l’apertura dell’asta, quasi una forma di rito pagano che trova compimento finale con la battuta del martello.
L’ambivalenza tra commedia dall’ironia affilata e dramma di uno spaccato sociale fa de Il quadro rubato un film autoreferenziale, che disvela i meccanismi dietro alla mercificazione dell’arte. I personaggi si muovono in uno spazio circoscritto all’interesse per il profitto e questo Bonitzer lo restituisce attraverso le battute di una sceneggiatura cinica e zelante che sfrutta il linguaggio dell’arte per riflettere le distanze sociali, non per risolverle, bensì per acutizzarle.