Dopo Mickey 17 e Death of a Unicorn, The Legend of Ochi è il terzo film quest’anno a trattare l’eterno conflitto uomo-natura (che sia un segno?), scegliendo la strada del racconto di formazione, ma attenendosi fin troppo alla struttura di riferimento.

In una remota isola del mar Nero, da secoli la popolazione si scontra con gli Ochi, delle bestie scimmiesche che, secondo le leggende, sono un pericolo per la comunità. Durante una battuta di caccia condotta dal feroce Maxim, la piccola Yuri, sua figlia, si imbatte in un esemplare cucciolo e coglie l’occasione per fuggire nel tentativo di riportarlo a casa e dimostrare a suo padre la loro innocenza.

Ecco dunque il classico scontro generazionale tra l’adulto ignorante e la sensibile bambina che stabilisce un magico legame con la creatura, la quale è ovviamente più umana di quanto sembri. Volendo ci si potrebbe fermare qui. Sembra infatti che il regista sia più interessato a costruire un immaginario estetico mozzafiato piuttosto che raccontare una storia, laddove la bontà degli animali è data per assodata fin dall’inizio e non vi è alcun viaggio catartico né per lo spettatore né per la protagonista. La “comunione” finale risulta estremamente prevedibile e anticlimatica viste le premesse e non vi è innovazione rispetto al tipo di racconto che si è scelto di mettere in scena.

D’altro canto non si può negare che il lavoro compiuto nel dar vita agli Ochi e le sperdute lande da loro abitate sia qualcosa di veramente strepitoso. La scelta di utilizzare degli animatronic, a discapito della CGI è vincente ed è difficile non provare empatia per il cucciolo scimmiesco sin dal primo incontro. In fondo è proprio questo il problema, non vi è spazio per il dubbio nei confronti degli animali, i quali non appaiono mai come una minaccia, creando un presupposto che mina l’intero viaggio della protagonista. Non c’è scoperta, non c’è sorpresa e non si può far altro che attendere di raggiungere la meta prefissata, così da poter certificare una volta per tutte ciò che è purtroppo chiaro fin dai primi minuti.

Viene quasi il dubbio che il focus del racconto non fosse allora evidenziare l’errore umano nel rapportarsi alle altre specie, quanto chiedersi il perché di questo atteggiamento nel momento in cui la scelta di cacciare le bestie è palesemente errata. La motivazione è infatti una questione culturale. Come dicevamo, il conflitto uomo-natura è eterno, non si tratta di sopravvivenza ma di tradizione, è una leggenda che si tramanda di generazione in generazione quasi come fosse un testo sacro (difatti è scritta in un libro).

Il retaggio culturale diviene quasi una maledizione, una gabbia dalla quale non ci si riesce a liberare, o magari (come nel caso di Maxim) un’armatura che non vuole staccarsi di dosso. Non a caso, i maschi sono rappresentati come un branco di cavernicoli senza cervello, a partire dal padre interpretato da Willem Dafoe che addestra un gruppo di ragazzini alla guerra, gli da in mano dei fucili e gli insegna a sparare. Ecco allora che nel tempo libero questi non fanno altro che lucidare le armi o lottare tra loro, a differenza della piccola Yuri, femmina e ribelle (i suoi gusti musicali sono tutto dire), la quale rifiuta gli insegnamenti del padre e accoglie in casa il nemico.

La divisione tra uomini violenti e ignoranti, e donne sensibili e coscienziose, non è infatti proposta come una questione di genere, ma, ancora, come questione culturale. Crescendo in quanto maschi, i ragazzini tendono a socializzarsi come tali assumendo atteggiamenti in linea con la cultura machista di riferimento e reprimendo la loro eventuale diversità.

Questo conflitto è presente nel personaggio di Petro (che è gentile con la sorella solo quando gli altri non vedono), il cui unico ruolo all’interno del film è dimostrare che la brutalità e la violenza tipica dell’uomo-cacciatore non è un fatto biologico, ma il frutto di una specifica educazione il cui rifiuto comporterebbe l’esclusione dal “branco”. Allo stesso modo, i personaggi femminili (in particolare la madre), che si fanno notare per una maggiore intelligenza, non sono necessariamente migliori, arrivando a commettere i medesimi errori delle controparti maschili, o degli animali stessi.

Purtroppo però il dubbio che il focus fosse questo resta un dubbio e la sensazione che prevale è quella di un’occasione persa. È evidente, infatti, che la trattazione della cultura come strumento capace di plasmare l’identità umana e la conseguente ridefinizione del racconto di formazione, laddove il concetto stesso di formazione assume delle implicazioni affascinanti e originali, sia l’elemento più interessante del film, ma resta purtroppo a margine della storia.

Non vi è abbastanza spazio per i personaggi, che sia Petro, la madre o il padre, affinché il loro arco narrativo possa risultare credibile, non vi è una problematizzazione del loro comportamento ma un mero cambio di rotta, improvviso e debole, nel momento in cui la meta tanto agognata dalla bambina viene infine raggiunta.

La parte centrale del film, il momento in cui i personaggi si incontrano e finalmente parlano tra loro lascia infatti a desiderare e proprio quando The Legend of Ochi sta per imboccare una strada diversa da quella percorsa fino a quel momento, il bisogno di raggiungere il finale, da un punto di vista tanto geografico quanto narrativo, irrompe togliendo spazio al loro sviluppo.

Fatta eccezione per la bambina, la quale, come dicevamo, ha già dimostrato tutto nei primi minuti del film, gli altri personaggi sembra debbano necessariamente cambiare atteggiamento una volta raggiunta la destinazione, quasi come se la bellezza estetica bastasse a ribaltare una visione del mondo frutto di anni e anni di indottrinamento. In fondo è chiesto lo stesso sforzo anche allo spettatore, farsi bastare l’effetto speciale, ma per quanto bello il risultato possa essere, almeno per noi, non c’è stata nessuna catarsi.