A James Gunn il compito di rilanciare i personaggi DC in un nuovo universo. Co-ceo dei DC Studios e regista del film si ritrova con l’arduo compito di presentare per la terza volta il primo supereroe, il buono, semplice e umile Superman. Ma come si fa a introdurre una figura così inflazionata e addirittura un nuovo universo, in un’industria cinematografica in cui da più di vent’anni i supereroi furoreggiano al punto tale da aver iniziato a stancare? L’idea è audace e rischiosa: accettare la presenza dei supereroi, anzi, darli per scontato e raccontare di un pianeta Terra in cui essi effettivamente esistono già, ciononostante, nessuno di loro è come il kryptoniano.
Per fare ciò le origini non sono necessarie, Superman è già Superman, non ha un arco evolutivo da compiere, non ha granché da imparare, piuttosto sono gli altri a doverlo fare e saranno le differenze rispetto ai suoi simili (che sia la Justice Gang, o la Marvel) a far emergere il personaggio per ciò che è. L’uomo d’acciaio difatti non è più il primo supereroe, ma l’ultimo arrivato, così il regista sceglie di raccontarlo per contrasto rispetto a chi c’era già.
Ecco quindi che quello messo in scena da Gunn si manifesta come un tentativo di seduzione, provando a convincere un pubblico ormai disincantato verso svolazzanti figure in calzamaglia che un nuovo corso è ancora possibile, che c’è ancora speranza. Non a caso, il film stesso racconta della lotta del protagonista per dimostrarsi al mondo, per convincerlo, appunto, delle sue reali intenzioni, così ingenuamente buone da risultare indigeste presso l’opinione pubblica, Lex Luthor, gli altri supereroi e persino all’amata Lois Lane, anch’essa non priva di dubbi; mentre il conflitto interiore del personaggio, scaturito da una sconvolgente rivelazione sul suo retaggio culturale, non farà altro che rafforzare il concetto, portando Clark a mettere in dubbio i propri ideali, solo per poi riconfermarli, a sé stesso e agli altri.
Così, se da un punto di vista metanarrativo la presentazione di un mondo in medias res, già pieno di supereroi, presuppone di base l’esistenza di un universo, aggirando quindi il concetto di introduzione, e permettendo al film di elevarsi al di sopra della concorrenza tutta, grazie a un protagonista diverso dagli “altri”; a livello narrativo ha l’effetto di esaltare le virtù di Superman, raccontando un pianeta Terra ricco di eroi, ma allo sbando e in cui un alieno si fa notare per la propria umanità diventando simbolo di speranza.
Così Gunn non si frena affatto nel creare parallelismi tra la finzione e la realtà, inscenando un conflitto in Medio Oriente che ricorda tanto la guerra Russia - Ucraina quanto il genocidio portato avanti da Israele a Gaza, fa sembrare Lex Luthor una versione perfida e macchiettistica di Elon Musk e non lesina nemmeno nel mostrare la facilità con cui l’opinione pubblica si lascia manipolare cadendo vittima della disinformazione, nel mentre quelli del Daily Planet tentano di svelare la verità.
Insomma, in questa caotica caricatura della realtà in cui convivono kaiju, universi tascabili e supereroi, Superman prende tutti alla sprovvista con la sua genuina bontà. Ecco allora il contrasto, perché in un mondo così cinico e diffidente la gentilezza del protagonista viene descritta dallo stesso come un gesto punk e il suo essere semplicemente “una brava persona” non è più una banalità. Il Clark Kent di Gunn è un po’ come il principe Myškin di Dostoevskij, un idiota, una persona profondamente buona e tutt’altro che stupida.
L’ultimo erede di una famiglia nobile decaduta che tenta di adattarsi in un contesto a lui estraneo, un ragazzone incapace di provare diffidenza verso il prossimo e apparentemente ignaro di come funzioni la società in cui si muove. Nonostante sia un giornalista, infatti, è Lois a dovergli spiegare che il suo intervenire in una guerra ha delle conseguenze, che le sue azioni hanno un valore politico, laddove il nostro Clark riesce a vedere unicamente la sofferenza delle persone e la sua responsabilità nel salvarle o meno.
È interessante che nelle prime battute del film si ponga l’attenzione sulla responsabilità di Superman da un punto di vista sociale e politico, considerando che negli ultimi anni l’agentività dei supereroi è stata spesso messa in discussione in relazione al loro proclamarsi come entità al di sopra della legge, autonome e indipendenti.
In fondo se ne parlava già dai tempi di Watchmen e alla fine la questione è arrivata anche al cinema, la Marvel ha inscenato la sua Civil War e statalizzato gli Avengers, mentre l’eroe più soggetto a suddetta critica, Batman, è andato incontro a un processo di decostruzione e messa in crisi, partendo da Nolan, passando per Reeves e arrivando addirittura alla più recente serie animata, Caped Crusader.
Inizialmente anche Gunn da l’impressione di voler percorrere questa strada, fa sì che Lois metta in dubbio le azioni di Superman, ma come dicevamo, il nostro è un idiota con i superpoteri e, a quanto pare, l’auspicio del regista è che l’idiozia prenda piede in tutto il mondo. Difatti non è Clark a cambiare idea, ma Lois stessa, così come gli altri metaumani, che vedendo le azioni dell’Azzurrone ne restano ispirati. L’intera questione viene addirittura mandata a quel paese con un gigantesco dito medio (letteralmente), perché, a quanto pare, se esistono i supereroi è bene che intervengano, perché è la cosa giusta da fare e quelli che stanno al Pentagono non possono far altro che mettersi una mano in fronte e rassegnarsi.
Il fatto è che, per quanto speranzosa e votata al bene possa essere questa risoluzione, è altrettanto ingenua e semplicistica, ma che piaccia o meno è una dichiarazione di intenti. Gunn non sembra avere interesse nel trattare con realismo le questioni geopolitiche del fittizio mondo DC, il parallelismo con la realtà è utile unicamente a trasmettere i valori rappresentati dal protagonista, ad amplificarli, nella speranza che arrivino al pubblico nella maniera più spontanea e genuina possibile.
Per il resto, il regista sembra dirci che tutte le problematiche messe in tavola da Lois in fin dei conti non hanno valore, l’America non può far niente perché l’uomo d’acciaio è più forte, perché i supereroi sono più forti e fintanto che saranno guidati da questa idealistica bontà verso il prossimo avranno tutto il diritto di intervenire dove e quando gli pare.
Che idiozia… eppure non possiamo negare che Superman sia un film estremamente lucido e preciso nel raccontare il proprio protagonista, onesto nel dichiarare apertamente ciò che possiamo aspettarci da questo universo e perfettamente in linea con il tono di un fumetto. Basterebbe ricordarsi di quella volta in cui il buon vecchio Supes prese a sberle Hitler e Stalin portandoli al cospetto della Società delle Nazioni, per provare a sintonizzarsi e farsi due risate. E personalmente, nonostante tutto, non riusciamo a smettere di ridere.