Vite ripiegate su loro stesse sull’orlo dell’implosione: Hot Milk di Rebecca Lenkiewicz (disponibile su MUBI) è un’insieme di frammenti disordinati di due vite irrisolte che annegano nella loro simbiosi. È la vecchia parabola sull’uccidere i propri padri di matrice freudiana: una lezione che Lenkiewicz traspone sullo schermo con una precisione al limite del pedissequo.

Rose (Fiona Shaw) e sua figlia Sofia (Emma Mackey) si trasferiscono in Spagna dove il Dr. Gòmez, un’enigmatica figura a metà tra medico, guida spirituale e psicoanalista, cerca di arrivare alla radice del male misterioso che affligge Rosy, costretta da molto tempo su una sedia a rotelle.

C’è l’atmosfera marina e selvaggia delle coste spagnole che corrode l’immagine, esacerba le tensioni e fa riemergere i desideri; c’è anche una storia d’amore estiva come quella tra Sofia e la turista tedesca Ingrid (Vicky Krieps) che più che amore o passione diventa la debole panacea di un dolore profondo e diffuso. Ma il filo conduttore rimane sempre il legame logoro e ossessivo tra Sofia e la madre Rose, costrette alla vicinanza da una malattia fatta di capricci, segreti e ferite ostinate. Rose non riesce a camminare, se non qualche giorno all’anno: succede e non si capisce il perché.

Sono proprio queste rare occorrenze ad alimentare la voragine che le due donne abitano da anni e a nutrire la confusione, la tristezza e la rabbia di Sofia, incapace di delineare i confini di questa malattia che grazie alla sua nebulosità si propaga e contamina anche la sua vita. Una vita congelata, scandita da rituali simili a quelli che Sofia studia nel suo corso di Antropologia.

Ma a differenza delle danze rituali delle giovani balinesi quelli che regolano le giornate di Sofia e Rose non sono riti di passaggio, forieri di un cambiamento o di un esorcizzazione dai mali. Al contrario, sembrano fatti proprio per imprigionare il dolore e reiterarlo continuamente nella speranza di addomesticarlo, renderlo più docile e clemente, in uno scenario che non contempla né cura né salvezza.

La storia di Hot Milk, tratta liberamente dal romanzo di Deborah Levy, è una storia potente sugli aspetti più oscuri dei legami tra madre e figlia e su quei disperati tentativi di “uccidere i padri” che da presenze tiranniche e ineluttabili si trasformano in un esercito di fantasmi, ancora più tirannici per la loro capacità di infestare le storie con la loro assenza.

Ma la potenza di questa storia materna e mortifera sembra diluirsi nell’accumulo di immagini che faticano a rappresentare in maniera incisiva il tumulto interiore di queste donne: si percepisce un’insicurezza di fondo nella progressione del racconto, una reticenza che non riesce a sciogliersi nemmeno nei momenti più catartici di quello che dovrebbe essere il percorso di liberazione di Sofia.