E così Dwayne Johnson è approdato alla mostra del cinema di Venezia, per di più in concorso. Può sembrare banale stupirsi del fatto che un “personaggio” come quello di The Rock possa trovarsi in mezzo a grandi esponenti del cinema d’autore mondiale e addirittura gareggiare con loro, così come è facile ironizzare sulla cosa e farne meme.

Non dimentichiamo che l’ex-wrestler è stato protagonista di perle quali Rampage - Furia animale (royal rumble tra il nostro e tre Kaiju nelle strade di Chicago), Skyscraper (rip-off di Die Hard in cui per complicare le cose scelgono di rendere l’eroe disabile), Jumanji 2 e 3 (il che è tutto dire) e ovviamente Fast & Furious. Dicevamo, è piuttosto facile sfottere, eppure parlando di The Smashing Machine, primo lungometraggio in solitaria del Safdie Brother Benny, non si può fare a meno di soffermarsi a riflettere proprio su The Rock.

Parliamo di un attore il cui soprannome è letteralmente “la roccia”, che per la maggior parte della propria carriera ha interpretato uomini d’azione vincenti, simpatici e gloriosi e che si dice, la notizia riportata anni fa dal WSJ non è mai stata confermata ufficialmente, avesse una “no lose clause” nei propri contratti la quale impediva che apparisse come sconfitto in seguito a uno scontro. Per cui vederlo ora interpretare un ruolo drammatico in un film incentrato interamente sul tema della sconfitta, diretto da un regista (una volta) indipendente e distribuito dalla A24 non è cosa da poco.

The Smashing Machine, tra le altre cose, è un biopic e il “genere”, soprattutto nell’ultimo periodo, ha abituato il pubblico ad aspettarsi prove attoriali di un certo livello, considerando che ruoli di questo tipo non mancano mai la stagione dei premi e spesso prevedono le ormai solite trasformazioni fisiche, di cui puntualmente lo spettatore si stupisce e per cui vengono lodati i performer. Sono film incentrati appunto sulla figura che tentano di raccontare e giustamente mettono in primo piano l’interprete, il quale potrà dare sfoggio della propria bravura forte del confronto che verrà fatto tra la prestazione e la persona realmente esistita (o almeno questi paiono essere i criteri di giudizio dell’Academy negli ultimi anni).

In questo caso però, oltre che il passato come wrestler, da cui ne consegue un’istintiva sovrapposizione tra carriere, seppure The Rock non sia mai stato a tutti gli effetti un lottatore, proprio il fisico era uno dei pochi elementi che permetteva di figurarsi Dwayne Johnson come interprete di Mark Kerr, ex combattente di arti marziali miste. Lo sforzo in questione, dunque, non riguardava tanto una trasformazione del corpo attoriale, quanto più una ridefinizione dello status divistico del performer tramite una prova capace di mettere in luce abilità e sfumature tali da ridefinire la percezione del pubblico nei suoi confronti.

The Smashing Machine sembra infatti offrire al suo protagonista un ruolo cucito su misura (non a caso è co-prodotto dallo stesso Johnson), raccontando la parabola discendente di un uomo d’azione abituato a vincere, che invece perde rovinosamente davanti a un pubblico di fan adoranti e mostra per la prima volta la sua inaspettata fragilità. Quanto detto potrebbe valere tanto per Mark Kerr quanto per The Rock ed è proprio questo il nostro punto.

Difatti il film, focalizzandosi su soli tre anni della vita di Mark Kerr, racconta proprio della sua caduta. Dopo un esordio trionfante nello sport e aver consolidato lo status di “imbattibile”, il lottatore vive un momento di crisi in seguito alla prima sconfitta della carriera. Che poi chiamarla sconfitta non sarebbe neanche corretto, all’atto pratico è un “no-contest”, ovvero un verdetto privo di vincitori, essendo lo scontro stato annullato per via di un colpo illegale. Ciononostante la sicurezza del protagonista è messa in crisi e il dubitare di sé stesso e delle proprie capacità lo spinge a provare sensazioni a lui sconosciute.

Continuando con le sovrapposizioni ci viene difficile non chiederci come dev’essersi sentito Dwayne alle prese con una prova del genere. Mettendo però da parte il discorso sull’attore e concentrandoci sul film, è interessante vedere come Benny Safdie inverta la struttura più canonica del racconto sportivo, in cui tendenzialmente il perdente dimostra al mondo il proprio valore e torna a casa trionfante dalla persona che ama (con cui si presuppone abbia un rapporto sano e romantico).

Kerr dimostra infatti il contrario e mentre tenta di disintossicarsi dalla dipendenza da oppiacei, sfoga indirettamente la propria sofferenza sulla fidanzata Dawn. Nel tentativo di riprendere il controllo della propria vita e carriera, Mark si focalizza su sé stesso, escludendo la donna dal suo processo di guarigione da un lato e condannandola per un mancato aiuto dall’altro.

Lei, a sua volta, gli recrimina l’isolamento millantando di volerlo aiutare, quando soffre in realtà la perdita di quel rapporto materno che la appagava facendola sentire indispensabile. La relazione tossica tra i due caratterizzerà l’intero percorso del protagonista, il quale non avrà affatto l’arco narrativo che ci si aspetterebbe (alla Rocky ci verrebbe da dire) dovendo scendere a patti con il valore della sconfitta.

La sovversione del canone è evidente e nel mentre assistiamo alla sua discesa, specularmente un altro personaggio compie il percorso opposto, pur non essendo, appunto, il protagonista. Come se non bastasse, il classico montaggio canonizzato da Stallone in cui l’eroe si allena in vista dello scontro finale è tutt’altro che celebrante e portatore d’entusiasmo. La colonna sonora vira dalle parti del jazz, il tono è drammatico e negli occhi di Kerr/Rock è leggibile nient’altro che sofferenza. Non vi è riscatto, né rivincita, solo dolore. 


La scelta allora è quella di raccontare non tanto la gloria di un lottatore che è stato significativo nello sport e non a caso ha guadagnato il soprannome che da il titolo, ma l’aspetto più intimo della sua personalità, talvolta riprendendolo quasi di nascosto, consapevole di star girando qualcosa che non egli non vorrebbe venisse visto. Come quando la camera si affaccia dallo stipite di una porta, inclinata e timorosa di inquadrare per intero l’imponente figura in un momento così privato.

Con uno stile documentaristico (il finale in questo senso è emblematico), tra camera a mano e zoom improvvisi il regista si addentra nella vita privata di Mark Kerr, un bestione dai modi sorprendentemente gentili e garbati, incapace persino di immaginare cosa sia la sconfitta. Quel “no contest” è infatti peggiore di un knock-out, rappresentando il seme del dubbio, ma non la certezza della propria disfatta.

Ciò che The Smashing Machine sembra volerci dire è che la proiezione del fallimento è peggio del fallimento stesso, il quale, invece, una volta accolto si rivela essere piuttosto leggero. Probabilmente The Rock deve averla vissuta allo stesso modo, incastrato nel ruolo che aveva costruito per sé stesso e timoroso di dimostrarsi fallibile, sembra adesso aver trovato una nuova strada per la propria carriera. Non lo abbiamo detto finora ma Dwayne Johnson (chissà se il nome reale sovrasterà mai l’appellativo “roccioso”) effettivamente è parecchio bravo e nonostante noi lo adorassimo anche prima, non smetteremo di ringraziare Benny Safdie per avercelo mostrato così.