Quante persone, all’interno della propria famiglia, possono ritenersi fortunate nel parlare liberamente senza giudizio o vergogna? E quante altre, invece, si ritrovano ad essere dei Lorey, incapaci di aprirsi e comunicare con chi ci è più vicino? La famiglia Leroy del regista francese Florent Bernard, si presenta come un ritratto sociale e moderno di una specifica -quanto diffusa- categoria familiare: quella dove non esiste il dialogo.

Dopo diversi anni insieme, il matrimonio di Sandrine e Christophe sembra tirarsi avanti per il solo principio di inerzia, tra gli automatismi della vita quotidiana e le inesistenti dimostrazioni di affetto. A rimetterci -come sempre- sono i figli: Bastien è un giovane prossimo all’università, incapace ad esprimere i propri sentimenti, anche quando viene lasciato dalla sua ragazza, e Lorelei è un’adolescente insicura che cerca disperatamente di attirare l’attenzione della madre.

Quando Sandrine, interpretata da Charlotte Gainsbourg, realizza che la situazione è ormai irreversibile e che la sua frustrazione coniugale si riversa anche nei più semplici gesti quotidiani, come quello di aprire la linguetta delle lattine, chiede il divorzio al marito, mettendolo di fronte alla cruda verità dei suoi sentimenti e della reale condizione del suo, ormai esaurito, amore. Con queste premesse, di fronte alla richiesta di divorzio, inizia lo strampalato piano di Christophe: trascorrere un weekend con tutta la famiglia nei luoghi che hanno segnato dei traguardi significativi per la relazione con Sandrine, a partire dal primo appartamento condiviso assieme.

Con una narrazione composta che alterna gag comiche a momenti salienti più umoristici, Bernard restituisce una commedia familiare verosimigliante, senza ricalcare alcun intento paternalistico o moraleggiante. Fin dai primi momenti della partenza, il viaggio si prospetta essere un autentico fallimento e tappa dopo tappa svanisce sempre più anche la possibilità di riaccendere l’amore tra i due coniugi, ma, nonostante ciò, i Leroy si ritrovano ad essere più vicini che mai, specialmente nei confronti dei figli Bastien e Lorelei. Proprio all’interno di questa apparente contraddizione, il regista intinge la potenzialità dell’opera, ovvero raccontare la capacità di riavvicinarsi nel separarsi.

Per la prima volta, infatti, i Lorey si ritrovano nella condizione di ascoltarsi reciprocamente, di aprirsi ai dubbi, alle paure e ai timori che li hanno sempre accompagnati, ma che non hanno mai avuto il coraggio di esprimere. La fine del weekend e quindi il nostos, il ritorno verso casa, culmina nel confronto finale tra Sandrine e Christophe, e nelle rispettive consapevolezze che i due hanno maturato nel corso del loro matrimonio e con i figli. Il tutto, costruito attraverso un montaggio che procede e che scorre in funzione della narrazione, senza mai stravolgerne il ritmo o lo sguardo delle inquadrature, riportate sempre in oggettiva.

Nella restituzione complessiva, una nota di merito va sicuramente all’abilità, da parte di Bernard, di conciliare in chiave comica, il dramma all’ironia. La capacità di raccontare la difficoltà della separazione mediante un linguaggio autoironico - che non ha paura di prendersi in giro o che non implode in psicanalisi di coppia - conferisce al film quel tocco di leggerezza calviniana, quella qualità di saper planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore. In questo, La famiglia Leroy ha saputo planare sulla complessità dei rapporti familiari e sulle fragilità che da essa derivano, soprattutto quelle che non si ha il coraggio di confidare.