Non c’è cura all’amore. Così ricorda una celebre canzone di Leonard Cohen (Ain't no Cure for Love), scelta come faro dal regista spagnolo Cesc Gay per orientare la tempesta emotiva e i flutti sentimentali che sommergono la protagonista del suo ultimo film, La mia amica Eva.

Eva (Nora Navas in una delle sue migliori interpretazioni) è una cinquantenne un poco disillusa dalla vita che, durante un soggiorno di lavoro a Roma, conosce Álex, uno sceneggiatore errante giunto nella città eterna per trovare l’ispirazione. Come spesso accade, gli incontri casuali sono quelli che sgretolano le certezze e le sicurezze accumulate faticosamente nel corso del tempo, lasciando un vuoto che non si comprende bene in che modo colmare.

La vita di Eva, in realtà, si potrebbe dire realizzata. Ha un marito premuroso e innamorato, dei figli, degli amici e un lavoro come consulente editoriale che la soddisfa. Eppure, quell’incontro fortuito le scatena qualcosa, una voglia irrefrenabile di risvegliarsi da uno stato di apatia e disinteresse portato avanti con gli anni, ma soprattutto, scatena il desiderio di rimettersi in gioco e innamorarsi di nuovo. 

La mia amica Eva non è, pertanto, una commedia romantica all’insegna di un sentimento tra due sconosciuti che il destino ha voluto far incontrare. Al centro di tutto c’è soltanto Eva e il coraggio di cambiare la propria vita una volta varcata la soglia dei cinquanta, e di risentire nello stomaco quelle farfalle dimenticate.

La capacità di comporre una cornice narrativa o frame story dai tratti comici, attorno ad una storia più profonda di rinascita o crescita personale, è una prova provata dell’abilità registica di Gay, già sperimentata in film come Truman - Un vero amico è per sempre (2015) o Historias para no contar (2022), ma qui, restituita con ancor più maturità. Sarà per l’interpretazione coinvolgente ed empatica di Navas o per i riferimenti cinematografici che si disseminano nella narrazione e restituiscono dinamiche esilaranti, come quella di inventarsi un amante e chiedere il divorzio al marito esclusivamente per colpa di un film. Anche se, il regista non si ferma a questi “classici” espedienti da commedia.

Accanto alla scrittura dei fraintendimenti e dei risvolti comici, Gay registra soprattutto le difficoltà femminili che si celano dietro alla scelta del cambiamento, alla consapevolezza di non poter più tornare indietro e alla paura di ricominciare una vita dopo una certa età, che trascenda dalle rughe, dalla menopausa e dalle app per incontri.

Da questo punto di vista, il montaggio si fa carico della fragilità - a tratti infantile - di Eva, della complessità della sua rinascita, accompagnandola in un ritmo narrativo sostenuto, ora riflessivo ora movimentato. Complessità, dettata anche dalla contrapposizione dei suoi gesti femminili, che da spontanei si fanno progressivamente forzati, come a voler bruciare le tappe per mancanza di tempo e ridurre il suo arco di trasformazione. Ad intervenire su questa sensazione di fretta mal gestita da parte di Eva, è poi il naturale corso degli eventi, quasi a ricordare che le cose a noi destinate, troveranno sempre il modo di raggiungerci.

Si può dire che La mia amica Eva codifica il suo grande potenziale proprio nell’incapacità di forzare la narrazione e le dinamiche tra i personaggi, anche a costo di non far corrispondere i tempi con le modalità. Ma in soccorso a ciò, se Leonard Cohen ci rammenta che non c’è cura all’amore, Eva sembra volerci comunicare che all’amore non corrisponde neppure un’età.