L’amicizia tra Glória e Sofia, le piccole protagoniste di A Natureza das Coisas Invisíveis, è destinata a fare rapidamente breccia nei cuori degli spettatori. Attraverso il racconto di un’estate fondamentale nella loro crescita, la regista e sceneggiatrice Rafaela Camelo indaga la fine dell’infanzia e i profondi cambiamenti che essa porta con sé.

Mentre Glória, reduce da un trapianto di cuore, impara a interpretare il mondo scoprendo l’ambiguità delle parole degli adulti, Sofia deve dire formalmente addio al proprio passato, affermando di fronte al mondo l’identità che lei stessa si è scelta. Glória e Sofia hanno soltanto dieci anni ma sono già delle sopravvissute all’inizio di una seconda vita: l’una perché dentro il suo petto batte un cuore non suo, l’altra perché finalmente tutto il suo corpo inizia ad essere in linea con la sua personalità.

È proprio il tema della soglia, della liminalità tra dentro e fuori (il corpo, l’identità) uno dei cardini di questo bellissimo debutto nel lungometraggio presentato in prima nazionale al Mix Festival di Milano e ora in programma al Gender Bender 2025 dopo aver incantato anche il pubblico della Berlinale. Sono sorprendenti l’attenzione e la naturalezza con cui Camelo si accosta al tema dell’identità (anche sessuale) di queste due piccole ma in fondo grandi ragazzine: adottandone il punto di vista sul mondo, nella ricerca di una strada non imposta dall’esterno ma indicata da necessità interiori, l’autrice brasiliana riesce a esaltare le loro figure e il loro legame, pur mantenendo una notevole sobrietà narrativa.

Le due protagoniste si riconoscono l’una nell’altra perché entrambe portano sul proprio corpo i segni di una frattura col mondo e un desiderio di riconoscimento agli occhi degli altri: come Sofia strappa le foto della sua infanzia, così Glória cerca nel dialogo con la madre una rassicurazione a proposito della propria diversità rispetto alle compagne di classe.

La raffinatezza di Camelo, tuttavia, fa in modo che questa dialettica, questa sofferenza a tratti latente e a tratti esplosiva (l’irritazione della cicatrice, le urla in macchina, la foto strappata) si riverberi in un sistema più ampio, a coinvolgere non solo la famiglia vista come nucleo affettivo primario ma anche e soprattutto un contesto religioso fatto di riti e credenze che avvolge, in modo poetico e delicato, i drammi delle bambine, per esorcizzarne la negatività e accompagnarle, insieme alle loro madri affettuose, verso un futuro radioso.

Il tema della soglia acquisisce dunque una nuova accezione e si trasla nel confine tra la vita e la morte: coinvolgendo i rituali di guarigione e di raccomandazione alla Vergine di un’anima defunta e inserendo elementi di realismo magico (come il maialino che accompagna Glória, allegoria concreta del donatore del suo nuovo cuore), Camelo riesce a rivestire le sue protagoniste di un’accezione quasi mistica, sia esplicitando il fatto che esse hanno già attraversato il confine con l’aldilà (l’una sotto i ferri della sala operatoria, l’altra in senso allegorico per il suo lutto interiore), sia facendoci riflettere su come ogni battaglia che si combatte interiormente meriti rispetto e comprensione.

Lo sguardo di Camelo è ad altezza di bambina ma riesce a restituire il respiro della crescita: non è un caso che l’apertura del film sia l’immagine di un albero con i rami proiettati verso il cielo, accompagnata dal rumore del vento. Anche la fine dell’infanzia, quando gli eventi vengono messi nella corretta prospettiva e ad ogni avvenimento viene assegnato il posto giusto (come insegna l’ultima, emblematica azione di Sofia) si può allora leggere come tappa di un’esistenza che fluisce, in cui la vita e la morte sono parti di un tutto da affrontare con serenità, come vogliono suggerire i titoli di coda.