Gandhi una volta disse: “Occhio per occhio lascerà il mondo cieco”. E io ci credo senza riserve.
Non sono d’accordo! Secondo me, rimarrà qualcuno con un occhio e basta. Forza, spiegatemelo voi! Come farebbe un cieco a cavare l’occhio all’ultimo uomo rimasto con ancora un occhio? A quel mezzo orbo basterebbe avere l’accortezza di scappare e mettersi dietro il primo cespuglio! Gandhi aveva torto! È solo che nessuno ha avuto le palle di dirlo fino a questo momento.
Martin McDonagh, Sette psicopatici
Può lo stesso volto risultare carico di memorie e allo stesso tempo di possibilità per il futuro, sia positive sia negative? Tutte ugualmente potenti, tutte ugualmente plausibili? Senza il più piccolo sospetto di possedere il vago diritto di ripresentarsi, sia lieve come il lontano mormorio del mare sia solido come un dato inconfutabile in grado di infrangere la serenità, un semplice rumore riaffiora nella vita anonima di Vahid. Meccanico presso un’officina isolata. Prigioniero in passato, prigioniero del passato.
Si tratta del protagonista di Un semplice incidente, ultima avvincente opera vincitrice della Palma d’oro diretta da Jafar Panahi, un artista sopravvissuto ad anni disseminati di condanne e imposizioni in un Iran lungi dall’assaporare il momento prezioso in cui la giustizia, la democrazia e il rispetto della legge appariranno a portata di mano, anziché pervicacemente messi a repentaglio. Dodici mesi fa, avvolti dal completo buio dei suoi titoli di coda privi di musiche, restammo commossi ad ascoltare il dolce attrito creato, scivolando lungo la neve caduta sul parabrezza, dai tergicristalli dell’auto ereditata dal gangster improvvisato Igor nell’amaro epilogo di Anora, love story diretta da Sean Baker analogamente trionfatrice al Festival di Cannes, oltre che vincitrice di cinque Premi Oscar.
Al contrario, quest’anno, il compito di impietrirci spetta a un suono più sottile, eppure non meno strisciante e incisivo. Quando una notte il piano di Dio – come definito dalla moglie che l’accompagna, sua passeggera insieme alla figlia – costringe un uomo qualunque a chiedergli aiuto, a seguito del semplice incidente che ha provocato contemporaneamente la morte di un randagio e un guasto alla sua automobile, Vahid, trascinandosi insieme ai suoi reni compromessi, sembra riconoscerlo dal passo. Non un amico ritrovato, ma lo scheletro spettrale del suo crudele torturatore Eghbal, soprannominato all’epoca “Gambalesta” per via di una protesi a una gamba persa, prima degli eventi raccontati in scena, in Siria.
Dopodiché, nuovamente ricondotto alle conseguenze della sua apparente libertà, prima che sia la mente a registrare i segni di un eventuale cambiamento, Vahid (interpretato da Vahid Mobasseri, già apparso nel recente Gli orsi non esistono), malgrado un cuore in fiamme intenzionato a seppellire vivo il suo aguzzino in un luogo sconosciuto e desertico, colto da un improvviso dubbio, dubiterà della presunta identità del suo ostaggio, stordito. Interrogandosi, insieme ad altre vittime delle angherie della dittatura, quali la fotografa Shiva, la sposa Golrokh e l’irascibile Hamid, non soltanto sopra l’origine delle cicatrici impresse sull’arto in questione, ma anche sulla natura della risposta più appropriata da poter rivolgere autorevolmente all’arbitraria violenza del regime.
Qui, il quadro narrativo si complica, ricordandoci lo spessore dell’autore di Il cerchio (2000), su alcune imprese del quale appare necessario un breve excursus. 2011: Panahi, costretto agli arresti domiciliari con l’insensata accusa di propaganda contro il regime, dopo essergli stato comminato il divieto ventennale di girare, lasciare il paese e rilasciare interviste, riesce, alla maniera di un autentico contrabbandiere, a presentare al Festival di Cannes il documentario This Is Not a Film, inserendolo in una chiavetta USB, a sua volta riposta all’interno di una graziosa torta di compleanno. 2015: al Festival di Berlino, il Presidente di Giuria Darren Aronofsky consegna alla nipote Hana l’Orso d’oro attribuito a Taxi Teheran, sorpreso dall’intraprendenza di Panahi, anima incapace di lasciarsi piegare dalla logica della repressione e principale protagonista dell’ennesima dimostrazione d’amore nei confronti del cinema e della sua comunità.
2022: restrizioni sempre più soffocanti continuano, contro ogni pronostico, a infondere motivazioni e ispirazione, permettendo a Panahi, poco più tardi tradotto nella prigione di Evin, di superarsi; vale a dire, dirigendo a distanza, da una stanzetta prenotata in un villaggio vicino al confine con la Turchia, con l’abituale sguardo rispettoso e amorevole Gli orsi non esistono, Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia.
2025: oggi, finalmente libero e stabilitosi su un cammino inaugurato dal collega e amico Mohammad Rasoulof l’anno scorso con Il seme del fico sacro – progetto altrettanto concepito in totale clandestinità e accolto in Germania prima che una condanna a otto anni diventasse esecutiva, incentrato sull’ambigua figura di Iman, nominato Giudice Istruttore presso il Tribunale Rivoluzionario nei giorni delle proteste scaturite dall’omicidio di Mahsa Amini –, Panahi vince la Palma d’oro, chiudendo un cerchio.
Come? Come Nell in Finale di partita di Samuel Beckett dichiarerà (“Non c’è niente di più comico dell’infelicità”), così Panahi, al di là di ogni possibile nesso autobiografico, restando fedele agli ideali di originalità e integrità, scrive e dirige un’appassionante commedia sotto forma di road movie, in cui si scontrano fatalmente il ruolo morale del singolo nella lotta contro il fascismo e il suo stesso rigore intellettuale divenuto simbolo della Resistenza. La cui audacia e ambizione non si limita semplicemente a muovere una critica alla visione di un Governo iniquo, invece, emergendone a più riprese curiosità e coerenza nell’esaminare le ragioni di un tale successo – l’ironia fiorente negli attimi dedicati alle ricompense elargite a diversi funzionari, o nella sequenza dell’ospedale.
Un semplice incidente è una toccante meditazione sul dolore e la perdita, accompagnandoci in un viaggio lucido ed emotivamente intenso attraverso gli ambienti di una memoria privata che è anche fardello collettivo di una nazione, alla ricerca di un giusto perennemente vivo e morto al quale restituire almeno la certezza di un destino. Un trionfo dell’arte e dell’umanità sulla tirannia, affascinante nella costruzione di un’intricata vicenda culminante in un finale difficile da dimenticare.