Arrivati alla terza indagine si iniziano a capire tante cose, ad esempio, è ormai chiaro che in Knives Out si uccide per soldi. Nel suo approcciarsi al murder mystery, Rian Johnson ha caricato il genere di una forte vena ironica, che maschera la denuncia sociale e politica presente in ogni film. Difatti Blanc si ritrova puntualmente a confrontarsi con persone appartenenti a classi sociali privilegiate che lottano tra loro nel tentativo di ottenere maggiore potere economico (o quantomeno non perderlo), elevare il proprio status e “diventare migliori”. L’impeto capitalista è alla base di ogni omicidio e il movente ha sempre a che fare con il denaro, seppure ogni volta il tutto sia declinato in maniera diversa.

Nel raccontare le derive omicide di finti ricchi che si ammazzano per soldi ne ridicolizza le abitudini e i valori, evidenziando inoltre le contraddizioni della società che li ospita e li ha generati. Ecco allora che nel primo capitolo la donna immigrata e discriminata era più sincera e meritevole dei familiari della vittima, arrivando a guadagnarsi il diritto di vivere (metaforicamente e non) in casa loro; nel secondo l’eccentrico magnate di una Big Tech, spacciato per geniale inventore, si rivelava il più scemo del villaggio nel mentre i suoi finti e ignoranti amici erano in realtà legati solo alle sue finanze; mentre in questo terzo caso un gruppo di fanatici idolatra e finanzia un falso profeta, tale Monsignor Wicks, i cui unici interessi sono il potere d’influenza e la forza economica. Per preservare il mistero non sveleremo altro.

Possiamo però ancora dire che, arrivati alla terza indagine iniziano a stagliarsi in maniera sempre più chiara degli elementi ricorrenti nel giallo “alla Rian Johnson”, così sfuggente nelle sue prime iterazioni proprio perché costruito sulle spalle dei giganti, dunque estremamente consapevole delle aspettative del pubblico e di come sovvertirle. Ecco, ora che l’elemento sorpresa ha perso forza e che l’aspettativa si è andata a costruire sui due capitoli precedenti, le regole del gioco iniziano a essere più chiare.

Non solo quella di Knives Out si presenta allora come la trilogia whodunit anticapitalista, laddove gli omicidi e i problemi socio-politici evidenziati nei film sono le tragiche conseguenze di un’eterna corsa all’oro, ma inizia ad avere una propria coerenza anche da un punto di vista stilistico e strutturale. I tre film sono accomunati da un primo atto in cui il detective è sì presente, ma in secondo piano, si limita a osservare nel mentre i sospettati vengono elencati a mo’ di lista della spesa, proprio perché pedine del gioco. Durante la fase delle indagini Blanc è poi sempre accompagnato da un partner, insindacabilmente innocente seppur direttamente coinvolto nella vicenda ed essenziale alla risoluzione del caso, oltre che di supporto al “tema” del film (Ana De Armas, Janelle Monàe, Josh O’Connor).

C’è sempre più di un morto, mentre gli show-down, i momenti della rivelazione, nascondono puntualmente un ulteriore colpo di scena, che sia l’ultima mossa del colpevole o un segreto non rivelato fino a quel momento, finendo inevitabilmente per allungarsi (a volte anche troppo). Iniziano allora a delinearsi le caratteristiche tipiche della saga, che partita come una rilettura in chiave quasi parodistica degli stilemi del genere, assume caso dopo caso una propria specificità, pur mantenendo saldo il legame con il passato.

In fondo il regista non ha mai nascosto le proprie ispirazioni, anzi, laddove possibile le ha ostentate (basti pensare alle somiglianze tra l’incipit di Glass Onion e The Last of Sheila) arrivando qui a elencarle addirittura. La terza indagine di Benoit Blanc assume infatti un carattere meta-narrativo, laddove il crimine si scopre essere stato orchestrato sulla base di una serie di romanzi investigativi, che fungono da copione per il killer della storia e, chiaramente, per Johnson in fase di sceneggiatura. Wake Up Dead Man, inoltre, è un film che prova a ragionare proprio sul concetto di storytelling, sulla differenza tra una verità fattuale e una verità emotiva, portando un uomo che “si inchina dinanzi alla razionalità” a collaborare con un prete, la cui fede si basa invece proprio sull’assenza di prove.

Ma se in fondo Jud collabora con il detective è appunto per fede. In un momento di debolezza e alla ricerca di conforto, il carisma di Blanc, la retorica e la sua salda certezza spingono il prete a credergli, a fidarsi del suo metodo, senza garanzie del fatto che quanto promesso accadrà davvero. Difatti anche Blanc mente, e a vedere l’atteggiamento dei membri della comunità nei confronti del Monsignor Wicks è evidente che il potere risiede nelle mani dei narratori. Non conta la verità ma il racconto che se ne fa e non è un caso se è proprio sopra un pulpito e con tono solenne che l’affascinante investigatore ottiene l’attenzione del “gregge”, pur non rivelando nulla.

Johnson sembra inoltre dirci che di questi tempi la narrazione più efficace è quella radicale, quella che vede il conflitto come punto d’arrivo inevitabile, che si basa sulla percezione del mondo come nemico e sull’urgenza di difendersi da un pericolo imminente, cercando un necessario colpevole e ricordando a tutti di tenere la guardia alta. Chissà Rian chi avrà votato?

In questo senso Blanc è uno di loro. Gode della punizione inflitta al colpevole, si crogiola nel suo risolvere il mistero, nello scovare la verità, nel distinguere il buono dal cattivo e tenta di portare il compagno dalla sua parte. I due si trovano però agli antipodi e il collega, un ex-pugile diventato prete, ha ormai abbassato la guardia e aperto le braccia, come se in croce. Ci teniamo a sottolineare infatti che il perdono cristiano professato da Jud non assume alcuna accezione moralistica, anzi, è così difficile da mettere in pratica da risultare ingenuo. Ma è proprio la tensione verso una bontà così totalizzante e idealistica, apparentemente impossibile da realizzare, ad avvicinare l’uomo al divino, proprio perché tali caratteristiche non sembrano appartenerci.

In fin dei conti Wake Up Dead Man è finora l’episodio più cupo della serie e man mano che ci si addentra nel mistero la pellicola arriva ad assumere un tono sempre più vicino all’horror. Il tutto è ben dosato e non si sfocia mai completamente nel regno del terrore, ma si mantiene un piede in due scarpe, alternando jumpscare dall’effetto comico ad altri che fanno effettivamente saltare dalla sedia. Persino Blanc è più cinico e arrogante del solito, e vedere il leader del film (colui che ha le risposte) vacillare ed essere in difficoltà per la prima volta aumenta il senso di inquietudine e aiuta a capire perché il capo del culto non può mai mostrarsi fallibile.

In questa atmosfera di crescente timore l’indagine diventa man mano più intricata e complessa, spingendo sì lo spettatore a ipotizzare chi possa essere il colpevole e perché lo abbia fatto, ma lasciandolo completamente allo sbando in merito al come. Un’altra caratteristica del “giallo alla Johnson” è appunto l’estrema complessità degli omicidi, talmente intricati da divenire respingenti. Fortunatamente la componente emotiva ha sempre maggior rilevanza rispetto alla metodologia del crimine, così da permettere allo spettatore di “partecipare” alla risoluzione del caso concentrandosi principalmente sul movente del killer, piuttosto che sull’arma del delitto.

A questo giro il numero di personaggi ci è parso però un po’ eccessivo e alcuni di loro appaiono particolarmente sprecati, a maggior ragione se si pensa agli attori chiamati a recitare. Ciononostante non possiamo non tessere le lodi di un cast fenomenale, considerando quanto sia raro vedere così tante pregevoli prove nello stesso film. La mole di star annunciata in fase di promozione lasciava infatti immaginare un "effetto Wes Anderson” in cui la diva è chiamata a fare il cameo e il personaggio vive principalmente dell’iconografia associata all’attore. Non è questo il caso e l’impostazione teatrale della pellicola dà modo a ognuno degli interpreti di brillare, seppure a spiccare più di chiunque altro è una mostruosa Glenn Close.

In conclusione, Wake Up Dead Man è una spettacolare conferma del talento di Rian Johnson e di una formula che ormai potremmo definire ben consolidata. Per un’ultima volta vorremmo però dire che arrivati alla terza indagine, la speranza che il murder mystery possa ritornare al cinema a partire dal successo di Knives Out inizia a svanire e considerando che Benoit Blanc abita in via Netflix, forse dovremmo rassegnarci al fatto che il genere sia destinato alla televisione. In ogni caso, sembra proprio che il buon vecchio Rian sia l’ultimo Jedi rimasto e se da un lato sarebbe bello vederlo alle prese con altro, a questo punto, l’idea di vedere un giorno un Knives Out 12 non ci dispiacerebbe affatto.