Sono tempi difficili per il giornalismo, per la sopravvivenza della sua etica e del suo senso profondo; soprattutto se parliamo di giornalismo politico e d’inchiesta. Le guerre della stretta contemporaneità, quella russo-ucraina e quella israelo-palestinese (sulla carta c’è una pace, ma è davvero tale? Anche perché, a proposito di controllo dell’informazione, non appena la famosa pace di Trump è stata varata l’enorme riflettore acceso sul Medioriente è stato prontamente spento) hanno mostrato come la libertà d’espressione non goda di buona salute: basti pensare all’episodio del giornalista italiano licenziato per aver posto una domanda scomoda alla portavoce della Commissione Europea o al clima violento e spesso repressivo dentro il quale si scontrano quotidianamente nelle piazze, nelle università e nei talk televisivi i cosiddetti filorussi contro i sostenitori della causa ucraina.

Ecco che Laura Poitras, già nel novero dei più importanti documentaristi coevi, s’interroga proprio su questo tema attorno alla figura di Seymour Hersch, una delle penne più affilate e taglienti del giornalismo d’inchiesta americano, firma del New York Times, del New Yorker e dell’Associated Press, oltre che vincitore del Premio Pulitzer. Cover-Up – la cui traduzione italiana è “insabbiamento”, come tanti di quelli portati a galla da Hersch – è stato presentato all’82esima Mostra del Cinema di Venezia così come il penultimo All the Beauty and the Bloodshed, allora vincitore a sorpresa del Leone d’oro. Questa volta la regia è firmata insieme a Mark Obenhaus.

Per realizzare questo film Laura Poitras ha inseguito Seymour Hersch per decenni e ha sempre ricevuto risposta negativa. Alla fine, a 87 anni, il giornalista americano ha accettato di ripercorrere la propria carriera e le sue motivazioni, ma il protagonista che troviamo sullo schermo non è affatto un anziano signore accondiscendente e bonario, bensì un professionista ancora ruvido, combattivo, sempre inquisitorio. Il suo sguardo critico sul mondo, oltre ai fatti di cui parla, si estende anche sugli stessi registi di cui non si fida completamente, come ha imparato a fare per tutta la vita, e ai quali offre risposte sempre ben ponderate.

Poitras e Obenhaus fanno altrettanto: pungolano Hersch, provano a penetrare la corazza del giornalista abituato a misurare ogni parola e non commettono mai l’errore di farne un’agiografia e di porlo su un piedistallo, ma anzi problematizzano la sua attività e mostrano gli spigoli caratteriali dell’uomo: senza scrupoli e con una devozione quasi ossessiva per le storie e la loro verità.

Attraverso materiali d’archivio, telegiornali dell’epoca e numerose interviste viene quindi tessuta una contro-storia dell’America, dell’ascesa del modello capitalista e del controllo a stelle e strisce su tutto il globo, quindi un resoconto di tutti quegli episodi oscuri, insabbiati e ctoni che sono stati necessari per costruire la facciata di una Nazione moralista e puritana.

Dal massacro a My Lai in Vietnam allo scandalo Watergate, dalle torture nelle prigioni irachene di Abu Ghraib fino ai recentissimi scoop che lo hanno visto portare alla luce nodi legati al gasdotto Nord Stream e al genocidio consumatosi a Gaza: Hersch ha attraversato la storia del secondo Novecento e dei primi due decenni del Duemila mostrando ciò che non doveva essere visto e raccontato.

Scoperchiare e fare conoscere le storture e le nefandezze del Potere (soprattutto americano certo, ma anche quello con la maiuscola che coinvolge il suo esercizio in senso lato) è stato ed è tuttora il sacro fuoco che ha mosso la vita di Hersch, con la speranza di aver reso le persone più consapevoli della realtà politica in cui vivono, ma anche per combattere la sua personalissima battaglia etica (quasi fosse un custode della verità).

Come già con Citizenfour, Laura Poitras scava e indaga le radici americane a partire da quei soggetti prima integrati al sistema e poi espulsi ed emarginati perché diventati scomodi e pericolosi. Davanti alla macchina da presa abbiamo così una figura ironica e combattente, sprezzante del pericolo e delle subdole e invisibili logiche di potere che governano la nostra quotidianità. Seymour Hersch ci ricorda cosa sia essere un vero giornalista, quando ormai siamo abituati a pseudo-mestieranti e megafoni di partito. E allora alla fine della visione l’applauso sale scrosciante.

Ma non sappiamo se prevalga l’ammirazione o la triste consapevolezza che quello che ci troviamo davanti è uno degli ultimissimi esemplari di una specie in via d’estinzione.