They said, "I bet they'll never make it"
But just look at us holding on
We're still together, still going strong
Shania Twain, You’re Still the One
Non identificandosi entro i confini di alcun genere, i pronomi utilizzati da Andrea Gibson (1975-2025), Poet Laureate dello Stato del Colorado fino al giorno della prematura scomparsa, sono stati i neutri they/them. Sottolinearlo, alla maniera in cui un’indomita Chase Infiniti lo ribadisce a uno stordito Leonardo DiCaprio in Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, significa avvicinarsi a comprenderne e preservarne l’eredità sotto il profilo sia umano sia artistico.
Sin dai momenti di gloria assaporati nella squadra di pallacanestro della loro città natale (Calais, Maine) o sin dall’istante in cui sentirono nascere Dio (come raccontato nella poesia Acceptance Speech After Setting the World Record in Goosebumps) osservando Maya Angelou compiere diciassette passi prima di prendere possesso del microfono in un teatro di velluto rosso a New Orleans, non sono state molte le parole conosciute da Gibson, punto di riferimento nel panorama della Spoken Word Poetry.
Infatti, in una scena di Come See Me in the Good Light, diretto da Ryan White, prodotto dalla comica Tig Notaro e candidato all’Oscar al Miglior Documentario (disponibile su Apple TV), insieme a Megan Falley, collega, editor e moglie di Gibson, scrivono fianco a fianco, condividendo la pace del salotto di casa e l’affetto dei propri cani e scambiandosi suggerimenti da concretizzare nei rispettivi lavori. Giungendo anche a discutere sul significato di due parole (“tentacolare” e “plebeo”), normalmente di uso comune, ma indecifrabili secondo Gibson.
Due parole così lontane dallo stile improntato all’immediatezza tipica di coloro che emergono, non senza faticare, da una famiglia di umili origini. In tale scenario, Falley è intenta a scrivere la sua autobiografia – prima, focalizzata sul rapporto conflittuale con il suo stesso corpo, aggiungendo poi diversi passaggi dedicati al percorso ingaggiato dalla compagna con il tumore ovarico risultato incurabile, malgrado diversi cicli di chemioterapia e altrettante recidive.
Tuttavia, con la massima serietà possibile e la disinvoltura di una bambina che si arrampichi su un albero per studiare le linee della vita delle foglie, una loro semplice domanda ne interrompe la prosecuzione: “Chi sono i plebei? Degli alieni che vivono ad Atlantide?” A questo punto, non servirà svelarne il reale significato, tantomeno descrivere in poche battute la piramide sociale in vigore nell’antichità romana, poiché entrambe ridono di gusto, e noi insieme a loro. Lasciando che le risate possano germogliare nei recessi dell’arredamento, fino a fiorire, riecheggiando lungo le pareti, seppur salvate dentro la galleria di un telefono cellulare ricolmo di ricordi. Riaffermando la presenza di una vita che continua a resistere alla morte anche dopo la sua fine.
Già segnalatosi al Sundance Film Festival 2025, Come See Me in the Good Light non è il resoconto di un incubo. Poiché, senza distogliere lo sguardo dall’inevitabilità del suo amaro epilogo – la notizia della diffusione delle metastasi dal bacino all’addome, nonostante un illusorio miglioramento delle condizioni di salute di Gibson, abbastanza per esibirsi un’ultima volta di fronte a un pubblico emozionatissimo e in trepidante attesa di un miracolo –, il film di Ryan White, accompagnato dallo splendido amore che Gibson e Falley seppero dichiararsi negli anni concessigli dal destino, conserva un pregio solitamente estraneo agli stilemi del cancer movie.
Epicuro nella sua Lettera a Meneceo (altresì nota come Lettera sulla felicità) ha affermato: “La morte non è nulla, poiché, quando viviamo, lei non c’è; quando lei c’è, non ci siamo noi”. Ed ecco come la più atroce delle diagnosi procura, invece, nell’anima di Gibson, ancora desiderosa di inventare costellazioni e di frugare nell’universo “alla ricerca di una pazienza ormai logora e dell’ultimo nervo sopravvissuto” (come recita la poesia Tincture) e prima di allora sopraffatta da attacchi di panico e ipocondria, una grande leggerezza d’animo. Ecco come la più atroce delle diagnosi rende Falley un’autentica quercia, sulla quale poter contare in qualunque evenienza.
Sono parecchie le scene in cui ci si ritrova a ridere in compagnia delle protagoniste di questa particolare commedia queer sulla mortalità. Per esempio, strepitosa è una conversazione a cena tra Gibson, Falley e un’amica, Stef, durante la quale racconteranno anche al regista come Andrea Gibson dissero a Stef che quella sera lei e Meg avrebbero festeggiato masturbandosi e procurandosi piacere a vicenda per l’intera notte. Anche se qualche ora prima, la mattina, erano stati confermati tutti i sospetti circa la malignità del tumore.
Tra le ricorrenti ricadute di una cassetta postale che non ne vorrà sapere di reggersi al passaggio degli spazzaneve, le peripezie di una coppia di tortore appollaiate sulla cima di uno scarno albero piantato nei pressi della casa della coppia a Longmont, Colorado, balli e giochi di seduzione inventati di sana pianta e gli esercizi vocali e di memoria precedenti l’ultimo spettacolo di Gibson, Come See Me in the Good Light è un caldo invito a porre ogni elemento nella sua relativa e appropriata prospettiva, poiché l’unico antidoto alla rassegnazione sono la grazia che giunge dalla certezza della nostra finitezza e l’amore, la dolce calamita che ci induce a confessare a chi amiamo “Vorrei passare più tempo con te”.
A chi potrebbe rimproverare alla pellicola una certa ridondanza si potrebbe replicare mostrando i minuti riservati ai marcatori tumorali, in grado di regolare e turbare la quotidianità delle due scrittrici. Quando l’esistenza si ritrova costretta in cubicoli di tre settimane non esiste rimedio migliore all’infuori della speranza. Ci si rallegra nei momenti di requie, si piange quando si ripresenta il dolore. Come Falley afferma nei primissimi minuti, in riferimento al loro metodo di lavoro, “Io elimino i cliché, Andrea rincara la dose”.
In fondo, la vita e la morte hanno sempre agito così. In fondo, è sempre la stessa storia. Ciò che rende un’esistenza vissuta davvero, semmai, sono la capacità e la responsabilità di trovare una forma di felicità non appena si realizza di avere i minuti contati. Mentre ciò che mescola stupore e rimpianto, nella più parte dei casi, è la consapevolezza di avere sprecato il proprio tempo. Non per nulla, il rischio in oggetto non è mai stato corso da Andrea Gibson, nel corso di una breve, ma straordinaria parabola.
Come See Me in the Good Light ne è una limpida e sincera testimonianza.