Una persona molto sola, goffa e impacciata nelle interazioni sociali, troverà finalmente un amico in un buffo alieno e insieme, comunicando e fidandosi l’uno dell’altro, proveranno a salvare il mondo. Detta così potrebbe essere la trama di uno dei tanti film in cui un bambino, grazie al miracoloso “potere dell’amicizia”, scopre sé stesso e compie grandi imprese, spesso sono pellicole d’animazione (tra le più recenti la prima che ci viene in mente è Elio), ma seppure i registi siano Phil Lord e Christopher Miller, non è questo il caso.

Per dare un minimo di contesto: Lord e Miller sono quelli che hanno diretto il primo Piovono polpette, il primo The Lego Movie e i produttori dei due Spider-Verse. Le loro uniche incursioni nel campo del live-action sono state i divertentissimi 21 e 22 Jump Street e per un periodo si parlò addirittura di un crossover tra questi ultimi e Men in Black, ma purtroppo non se n’è fatto mai nulla. Eccoci allora che li ritroviamo oggi, nuovamente in cabina di regia, per Project Hail Mary, il film di cui poco fa tentavamo di storpiare la trama.

Non che L’ultima Missione (così intitolato in italiano), non racconti effettivamente quanto scritto sopra, anzi, è che la faccenda si presenta un po’ più complessa di come l’abbiamo posta. Tratto dal romanzo di Andy Weir, già scrittore di The Martian, il film ci pone dinanzi a un pianeta Terra alle prese con un cancro interstellare. Una dopo l’altra le stelle stanno lentamente morendo, tutte tranne una e la coalizione formata dalle persone più intelligenti del mondo sta tentando di scoprire il perché prima che anche il Sole si spenga. Come spesso accade in queste storie, la salvezza del pianeta finirà dunque nelle mani di un singolo uomo americano che, diversamente dal solito però, non ha nessun’intenzione di caricarsi di tale responsabilità e difatti, al risveglio dal coma autoindotto per il viaggio spaziale verso l’unica stella sana, non ricorda perché si trovi lì.

Nei panni del protagonista c’è Ryan Gosling, ormai maestro nell’interpretare personaggi goffi, capaci di spuntarla in qualsiasi situazione ma non prima di aver capitombolato almeno un paio di volte, uomini virili ma non troppo, vincenti ma puntualmente fallibili (The Nice Guys, La La Land, Barbie, The Fall Guy, probabilmente il prossimo Star Wars…). Dunque, nuovo personaggio ma stesso carattere per il buon Gosling, che già dalla carta pareva essere la scelta migliore per interpretare il fanciullo insicuro nel corpo di un adulto. Difatti è così che si presenta il Ryland Grace protagonista di Project Hail Mary, un maestro di scuola elementare che piuttosto che andare a salvare il pianeta preferirebbe restare in classe con i suoi bambini.

In questo senso la figura dell’eroe indomito che affronta in solitudine il vuoto siderale è immediatamente rovesciata e nel mentre l’esercito afferma di volere qualcuno in grado di persistere nelle proprie idee anche quando il mondo intero gli dice di star sbagliando, Grace non fa altro che autocommiserarsi reputandosi inadatto all’impresa. Insomma, il mondo richiede un Bruce Willis, un Matt Damon o un Matthew McCounaghey e si ritrova invece Ryan Gosling con gli occhiali da vista.

Sin dalle prime battute del film diviene dunque chiaro come il problema fantascientifico e la fine del mondo non siano altro che l’innesco per una storia sulla crescita personale, i buoni sentimenti, la comunicazione sincera e il credere in sé stessi. D’altro canto, dagli autori di The Lego Movie (da intendere come nota di merito) sarebbe strano aspettarsi Interstellar. Non stupisce allora se l’alieno, a cui viene dato il nome di Rocky, anziché essere alieno appunto, fatta eccezione per il design, sia una figura del tutto familiare e riconducibile all’immaginario umano, comodo e comune.

Nello specifico, per l’entusiasmo, la curiosità, la fedeltà e il suo fare la guardia ricorda un cane (è lo stesso protagonista che in un disegnino molto fanciullesco lo ritrae come tale) e quello che si instaura tra i due appare come il sincero rapporto tra una coppia di amichetti che tra un giochino e l’altro, disquisiscono di fisica e massimi sistemi. Il “problema” della comunicazione tra due esseri viventi appartenenti a galassie diverse non ha dunque la complessità di un Arrival ed è risolto con la stessa profondità scientifica riscontrabile in Piovono polpette, mentre l’amicizia tra l’uomo e l’essere si configura come quella tra Lilo e Stitch, altro alieno-canide.

Insomma, avendo bene in mente i registi tutto ciò non stupisce ma delude. Non tanto perché la fantascienza richiede serietà e solennità, ben venga la leggerezza, ma per l’assenza di novità nel riproporre un sentimentalismo inflazionato e costruito su caratteri e dinamiche fin troppo note, quasi famigerate. L’approccio fanciullesco e divertito è ciò che più riesce ai registi, il cui lavoro nell’animazione è ben ravvisabile anche in live-action, con una ironia fisica molto cartoonesca tra corpi che cadono, rimbalzano, rotolano ed esultano.

Persino le imponenti astronavi riescono ad apparire buffe e muoversi giocosamente nello spazio, che in alcuni momenti di grande spettacolo perde la sua austera oscurità riempiendosi allegramente di colore.  Il senso di meraviglia e la spensieratezza sono però rari sprazzi in una pellicola di quasi tre ore che raggiunge i suoi obiettivi con un approccio formulaico e macchinoso. Ad aggravare la situazione si aggiunge l’assurdità degli eventi, i quali si susseguono in maniera logica ma le cui spiegazioni proprio perché semplici e immediatamente comprensibili, scoprono il fianco alle domande.

Non pare vi sia infatti alcun interesse nel rendere credibile ciò che accade a partire da un maestro di scuola elementare che pilota in piena autonomia una stazione spaziale, perde per qualche strano motivo la memoria (cosicché si possa costruire una narrazione alternata e il susseguente intrigo), si ritrova a essere misteriosamente l’unico superstite dell’equipaggio e compie una serie di azioni altrettanto incredibili. Insomma senza stare a fare l’elenco, il film è pieno di incongruenze, il che non è poi necessariamente un problema ma lo diventa nel momento in cui ciò che è seriamente interessato a offrire (il lato umano della vicenda) si rivela poco interessante e ripiegando così su quello che resta, si realizza che non è neppure credibile.

Project Hail Mary è in fondo un feel good movie come lo è stato F1 l’anno scorso, il quale si è dimostrato però immensamente più consapevole (e se si pensa che l’hanno candidato agli Oscar evidentemente operazioni del genere piacciono molto). Un’epopea fantascientifica divertente e innocuamente prevedibile, rassicurante verrebbe da dire, decisamente troppo lungo ma familiare e per famiglie, costruito sull’usato garantito e pensato per non scontentare nessuno (o quasi).

È escapismo puro e in questo senso il finale (vivere in una bolla costruita ad hoc in autoesilio dalla realtà) è emblematico, forse persino attuale. In fondo abbiamo un protagonista a cui viene detto che c’è la fine del mondo e che piuttosto che farsene carico si rifugia dietro il fatto che le persone più intelligenti del pianeta ci stanno già lavorando.

Viene detto che il sole si sta spegnendo, il pianeta rischia di raffreddarsi e che la causa del problema è una minaccia esterna, from outer space, ma volendo giocare, se provassimo a invertire gli addendi e immaginare un pianeta che rischia invece di riscaldarsi a causa dell’intervento umano, sostanzialmente la nostra reale situazione spiaccicata sul film, avremo il Sistema (l’esercito e la coalizione di scienziati) che per risolvere un problema sistemico scarica la responsabilità sul singolo individuo, il nostro Grace, il quale non si limita a fare la raccolta differenziata ma va addirittura nello spazio, mettendo a repentaglio la propria vita, per salvare il mondo che l’ha condannata. Perché a quanto ci pare di capire dalle parole del personaggio di Sandra Huller, se non credi in te stesso faresti meglio a trovare qualcuno che lo faccia al posto tuo perché in un modo o nell’altro il problema ricadrà su di te. Okay forse non suona così rassicurante…

Giochi polemici a parte, il successo che sta riscuotendo il film fa comunque piacere considerando il suo essere una IP relativamente originale, slegata da franchise, brand noti o universi condivisi. Un blockbuster vecchia scuola tratto da un romanzo, il quale (a quanto ne dicono) testimonia il fatto che il successo di una grossa produzione non è determinato dal suo essere un sequel. Resta tutto da vedere, anche se considerando proprio l’exploit di F1 l’anno scorso verrebbe da pensare che se la pellicola non debba necessariamente essere un sequel, dovrebbe quantomeno presentarsi come nostalgica e innocua, tenerci con la testa tra le nuvole, come il buon Grace, nella speranza che le nuvole non ci cadano in testa.

A dire la verità poi non possiamo manco negare di esserci divertiti, fa però dispiacere il fatto che alla nostra Ave Maria, Lord e Miller abbiano risposto con l’ennesimo alieno-cane-mascotte.