Nel documentario Bird: Not Out Of Nowhere - Charlie Parker's Kansas City Legacy1 (regia di Brad Austin) andato in onda nel 2020, in occasione del Centenario della nascita di Charlie “Bird” Parker, alcuni jazzisti suoi concittadini accennano al leggendario incontro di Bird con Igor Stravinskij. Da qui nasce la mia ricerca e una verosimile narrazione dei fatti, liberamente ispirati dal documentario.
1951, è un sabato sera di fine Ottobre. Al 1678 di Broadway, tra la West 52nd Street e la West 53rd Street di Manhattan, nella “Swing Street”, spicca su tutte l’insegna al neon “Birdland, Jazz Corner of the World”. Come lucciole attirate da quello sfavillante tempio della musica, una moltitudine di persone si dirige a passo rapido verso l’ingresso. Donne e uomini elegantissimi scendono da Cadillac e Chevrolet, le une avvolte in stole di visone che coprono abiti scollati dalle gonne gonfie, plissettate. Gli altri, indossano cappotti a doppio petto, scarpe lucide e cappelli modello Borsalino.
La settimana di lavoro è finita, ora ci si può godere la lunga notte newyorkese. Non c’è più un parcheggio libero, molti si fanno lasciare dagli yellow cab proprio davanti al “Birdland”. Il Club, dedicato a Charlie “Yardbird” Parker, a poco più di un anno dall’apertura è diventato uno dei locali più in voga tra gli amanti del jazz. I patron sono i fratelli Irving e Morris Levy, proprietari di diversi negozi di dischi e dell’etichetta “Roulette Records”, e Oscar Goldstein: l’hanno rilevato da un certo Joe “il Mangiaspaghetti” Catalano, che non vedeva l’ora di disfarsene. Ai fratelli Levy invece, non sembrava vero di poter sfruttare l’aura leggendaria che aveva già investito Bird e attirare grazie al suo nome tutto il gotha di Manhattan.
Bird in realtà ci suonò poche volte, il suo cachet di 150 $ a serata e fino a 900 $ a settimana era troppo alto per i loro gusti, l’Orchestra di Count Basie invece era di casa: tanti, facevano scena e costavano meno di Charlie. Una di quelle rare volte in cui i proprietari si accordano con lui sull’ingaggio è proprio quel sabato sera: sono attesi dal secondo set Charlie Parker al sax alto, Red Rodney alla tromba, John Lewis al pianoforte, Ray Brown al contrabbasso e Kenny Clarke alla batteria.
In apertura, poiché il loro set era previsto verso le 22,30, suona una band di supporto, bravi eh ma ancora abituati ad essere il “prima di” delle Stelle del Jazz. Il locale è già pieno di spettatori in attesa di ascoltare Bird e il suo Quintetto. Molti seduti ai tavolini sotto al palco sorseggiano un Moscow Mule da 95 centesimi o un classico Martini da 85, qualcuno addenta le costolette BBQ da 1 dollaro e 75, la specialità della casa.
Nell’ambitissima prima fila di tavoli però, ne rimane ancora uno vuoto con la scritta “Reserved”. Strano, la coda per entrare al Club riempie tutta la strada, ogni volta che Charlie Parker suona. E anzi, al Birdland i posti non si riservavano e chi vuole sentire suonare da vicino i suoi idoli deve arrivare in anticipo e soprattutto, consumare.
Il solito gruppo di beatnik non poteva averlo riservato, Jack Kerouac e i suoi amici non venivano trattati con i guanti. Quel tavolo è sicuramente destinato a Very important people. Sull’ultimo blues suonato dal gruppo spalla si alza un brusìo, sempre più forte, e il pubblico comincia a girarsi verso l’ingresso del locale. Un uomo esile, sulla settantina, semicalvo, dallo sguardo serio e il naso importante, su cui svettano un paio di occhiali tondi di tartaruga, si avvicina al palco. Indossa un sofisticato completo di lana blu notte, giacca, gilet, cravatta.
Molti lo riconoscono e inizia un veloce passaparola: Igor Stravinskij, uno dei più innovativi compositori del Novecento, prende posto all’unico tavolo riservato in prima fila. Senza neanche sfogliare il menu, ordina un vermouth: non beveva più vodka da tempo. Stravinskij è da poco rientrato da Venezia, dove a Settembre ha debuttato al Teatro La Fenice con la prima mondiale della sua ultima opera neoclassica, La carriera di un libertino. Aveva approfittato di quella serata per ascoltare personalmente il fenomeno del bebop, Charlie Parker, rimasto colpito da un suo album recentemente acquistato: Bird on 52nd St, registrato live con Miles Davis, Duke Jordan, Tommy Potter e Max Roach nel 1948 all’ Onyx Club sulla Cinquantaduesima Strada, a pochi metri dal “Birdland”.
Sono passati solo tre anni da quella registrazione ma di storie su di lui ora se ne sentono molte, alcune poco rassicuranti e Stravinskij non sa cosa aspettarsi dall’evento. Si chiede persino se Bird si presenterà a suonare. Il compositore russo rimane seduto in tensione, quasi senza appoggiarsi allo schienale di velluto scuro, guardando in avanti verso il palco vuoto e sorseggiando con estrema lentezza il suo vermouth, per godersi l’insolita esperienza il più a lungo possibile.
Alle 22,40 entrano in scena Parker e la band, prendono posizione, concentrati. Fino a quel momento sono rimasti tutti in camerino, senza sapere di Stravinskij in prima fila. È Red Rodney ad accorgersi che proprio lì, a meno di due metri da loro, li sta osservando uno dei più grandi compositori del XX secolo. Rodney, rapidissimo, proprio mentre Parker sta per staccare il tempo del primo pezzo, gli sussurra di guardare davanti a sé, in prima fila.
Bird, impassibile come uno dei suoi più grandi idoli, quella sera seduto di fronte a lui, non si scompone minimamente e guarda in platea con la coda dell’occhio. Il tempo per lui sembra fermarsi e la voce del trombettista è come un suono lontano mentre gli viene un’idea, prima di staccare nuovamente il tempo. Non declama al microfono un formale benvenuto per Stravinskij: lascia che sia la sua musica a parlare per lui.
Con un cambio scaletta totalmente inaspettato, Bird ordina al gruppo di aprire il concerto con KoKo, standard in Mi bemolle maggiore a 300 bpm, velocissimo e complicato, costruito armonicamente sui cambi di accordi di Cherokee, e composto da Parker pochi anni prima, con Miles Davis alla tromba e Max Roach alla batteria.
I “bpm”, sono i “battiti per minuto”, che rappresentano sia la misura del tempo musicale, che del battito cardiaco, che accelerava anche nell’ascoltatore, travolto dai vorticosi assoli di Bird. Di solito, in scaletta, KoKo si trovava nella seconda parte del concerto, quando i musicisti si erano scaldati abbastanza e c’erano meno probabilità di errore nei fraseggi.
Ma quella non è una serata come tutte le altre. E Bird pensa: «Now is the time!», proprio come il titolo di un altro dei suoi brani più famosi. Anche se sente le dita ancora un po' intorpidite e fredde non è mai stato così concentrato e totalmente sobrio da alcuni giorni. Stravinskij ascolta attentamente, facendo scorrere lo sguardo da un musicista all’altro, in base alle entrate e agli assoli del pezzo, proprio come quando dirige le gigantesche orchestre sinfoniche in Europa.
Introduzione con l’assolo di tromba, assolo di sax, assolo di tromba e sax insieme, e poi 64 battute di assolo di sax, nella struttura AABA. Quando Bird arriva al B (quello che chiameremmo “ritornello”, o “inciso”) del suo assolo, improvvisamente cambia la melodia e introduce nuovi fraseggi che molti tra il pubblico non riconoscono e scambiano per una delle sue improvvisazioni eclettiche e virtuosistiche. La melodia è proprio quella di The Firebird (L’uccello di fuoco), celebre suite onirica composta da Stravinskij per i Balletti Russi di Djagilev.
Suonata da lui, sembra che la musica sia nata per stare nel brano di Bird, o viceversa, che i soli di Bird si incastonino meravigliosamente nella suite del compositore russo. Quel prezioso materiale melodico non è niente di nuovo per Bird, che aveva trascorso per un lungo periodo 12 ore al giorno davanti alle partiture di Stravinskij, improvvisando esercizi di stile fino a consumarsi le dita e finire il fiato. Il frammento del compositore, attraverso il sassofono di Bird, scorre fluido, equilibrato, perfettamente godibile sull’impianto armonico di KoKo.
Già dalla prima nota della sua Suite, Stravinskij perde la sua abituale compostezza: sgrana gli occhi profondi da dietro le lenti e non riesce a trattenersi dall’urlare «Bravo, bravo!» alla francese, retaggio dei tanti anni a Parigi. Quella sera il jazz club assiste ad un’inedita versione del compositore, che alza e abbassa il secondo bicchiere di vermouth che tiene in mano, battendolo sul tavolo a tempo con la band. Lo slancio fa traboccare il vermouth e i cubetti di ghiaccio sugli spettatori del tavolo accanto. Stravinskij pare indifferente al trambusto che sta causando e certo gli avventori, divertiti, possono perdonargli tutto. Bird accenna finalmente un sorriso a Stravinskij e attacca con un altro standard, non previsto in scaletta: All The Things You Are (Tutte le cose che sei), scendendo dal palco e avvicinandosi al suo tavolo, visibilmente emozionato.
Non sappiamo cosa si siano detti a fine concerto, due grandi innovatori che hanno cambiato per sempre la musica. Non sappiamo neanche se si incontrarono più. Molti dei concerti di Parker venivano registrati, soprattutto quelli in cui era in forma come in quella serata: avevano un sapore diverso rispetto ai dischi registrati in studio. Ma quel sabato di fine ottobre 1951 di apparecchiature di registrazione, neanche l’ombra. Chissà cosa sarebbe successo se Parker e Stravinskij avessero suonato insieme in un disco. Lo ha immaginato a fine anni ‘40 il compositore e teorico George Russell, scrivendo il brano virtuosistico per big band, A Bird In Igor’s Yard, “un uccellino nel cortile di Igor” in cui fonde elementi bebop, con strutture armoniche e dinamiche stravinskiane e tecniche compositive moderne. Solo nel 2013 ne vengono pubblicate le partiture per orchestra.
Stravinskij e Bird mutuavano gli stilemi compositivi dai reciproci generi: il russo amava la musica afroamericana e l’americano studiava il patrimonio musicale eurocolto, come tutti i grandi musicisti jazz. Entrambi incarnavano lo spirito della musica stessa: luogo di incontro e commistione tra più culture, di creazione di nuovi linguaggi ed espressioni, che lasciano un’eredità fondamentale, ben oltre la durata della vita dei loro Autori.