Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

Ritratto cinefilo di Libero De Rienzo

Ci mancherà la sua faccia piaciona, il suo essere attraverso il cinema l’espressione di una generazione (che è poi anche la mia), la generazione X, di quelli nati tra gli anni ‘60 e gli ‘80, la generazione Nintendo (e infatti sono tantissimi i suoi personaggi che bruciano ore ed ore davanti ai videogame), una generazione vissuta all’ombra di un novecento che già non era più e delusa dalle promesse non mantenute di un nuovo millennio senza ideologie, ma affezionata ai vecchi ideali, una generazione nessuno che ha saputo traghettare i nuovi giovani verso un nuovo mondo, quello per il quale noi stessi eravamo troppo giovani da giovani e poi già troppo vecchi.

“Mulholland Drive” come summa dell’universo di David Lynch

Per utilizzare un celebre aforisma, Mulholland Drive (2001) è un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma. Il che, va detto, si può applicare a ogni opera di David Lynch – e poco importa che si tratti di un lungometraggio, di una serie TV o di un corto – ma è una definizione che calza in modo particolare per alcuni dei suoi più celebri film, dove l’universo onirico, visionario e psichedelico deflagra con tutta la forza possibile. Mulholland Drive, che è finora il suo penultimo film e l’ultimo girato in pellicola, è una summa, una sorta di compendio dell’universo lynchiano, in grado di raggiungere un apollineo equilibrio tra il carattere anti-narrativo di film estremi come Eraserhead e Inland Empire e il racconto più classico che troviamo in noir quali Velluto blu e Cuore selvaggio.

“Febbre da cavallo” e la vita come scommessa

Con gli ingredienti tipici dell’avanspettacolo, una caratterizzazione accuratissima di tutta la tassonomia dei personaggi e una sceneggiatura che oscilla tra l’ironia e il sense of humor di pirandelliana memoria, la commedia di Steno ha regalato al cinema e all’immaginario collettivo un affresco della romanità che popola le sale da gioco non risparmiandosi di offrire il ritratto dello scommettitore, che, al di là dello spazio filmico,  assume  un senso universale: l’uomo che gioca per vincere, ma che rischiando, si imbatte inevitabilmente nella sconfitta. Se è vero che bisogna saper perdere, come cantava una vecchia canzone, bisogna anche saper rischiare pur di tendere alla vittoria.

Inequivocabilmente popolare. Tutti i talenti di Raffaella Carrà

Il 5 luglio con la scomparsa di Raffaella Carrà se n’è andato un altro pezzo di storia della televisione e del costume nazionale, forse l’unica vera diva del nostro piccolo schermo, capace di travalicare i confini nazionali imponendosi anche all’estero (soprattutto in Spagna e America Latina) con la sua forte personalità composta, ma impertinente, rivoluzionaria ma capace di una rivoluzione praticata da dentro gli schemi più rigidi dei nostri costumi nazionali, senza, apparentemente, colpo ferire. Nel tentativo di mettere a fuoco il ruolo di Raffaella come diva ci si imbatte in una carriera artistica di tale portata e varietà, da comprendere immediatamente di lei un aspetto su tutti.

Leone, Tessari, Corbucci e Barboni. L’avventurosa storia del western all’italiana

Offriamo ai lettori alcuni estratti di L’avventurosa storia del cinema italiano. Da La dolce vita C’era una volta il West. Volume terzo, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Edizioni Cineteca di Bologna, 2021. Oggi tocca a una ricostruzione orale della splendida avventura del western all’italiana. Sergio Leone diceva: “Io non ero affatto un patito di western. Ero un patito di buoni film e tra i buoni film includevo alcuni western. Spesso hanno fatto degli accostamenti tra Ford e me. Ecco, io la penso così: Ford era un ottimista, mentre io sono un pessimista”.

“Oldboy” e la disperazione universale del destino

Il ritorno di Oldboy (2003) nelle sale – in versione restaurata in 4K sotto la supervisione del regista – è solo un’ulteriore conferma dell’enorme impatto che il film cult del sudcoreano Park Chan-wook ha avuto nella cultura cinematografica, orientale e non solo. Secondo (e più celebre) capitolo della sua trilogia della vendetta, dopo Mr. Vendetta e prima di Lady Vendetta, fu premiato al Festival di Cannes con il Grand Prix Speciale della Giuria: Oldboy è un thriller violentissimo, disperato e inquietante, ma anche un vero film d’autore, dove la violenza e gli eccessi non sono mai gratuiti, bensì espressione di una visione nichilista del mondo che Park inserisce in ogni sua opera.

Stefania Sandrelli e l’idea dell’amore

È difficile non associare Sandrelli all’idea dell’amore perché in lei convivono la grande storia di un’intera nazione – della Repubblica, meglio, nata pochi giorni prima di lei – dominata dal desiderio di scoprirsi adulta e quella piccola nascosta nell’appartamento accanto tra i cimeli di famiglia e i simulacri di un ceto fluido, il racconto collettivo di una ragazza che il tempo non può scalfire e l’epopea del tempo stesso – il tempo della storia, della nostra storia – che l’attraversa lasciando tracce che sono segni di una rivoluzione culturale. In lei – e nei suoi occhi che si tuffano dal balcone, nella sua risata sempre accordata sullo stupore – c’è quel furore pacato di certi personaggi tipicamente italiani che nell’intemperanza emotiva declinano sogni e bisogni.

L’avventurosa storia di come Bolognini produsse Pasolini rifiutato da Fellini

Dalla formidabile cornucopia di L’avventurosa storia del cinema italiano, emerge al ricostruzione a tre voci (Fellini, Pasolini, Bolognini) della vicenda produttiva di Accattone – e di come abbiamo rischiato di non veder realizzato il capolavoro del 1961. “Conoscevo il copione di Accattone ma non avevo mai visto, diciamo, il suo copione di regia. Era una cosa incredibile, commovente. Inquadratura per inquadratura, aveva creato un copione illustrato, un lavoro stupendo che era già il film, chiaro, così come sarebbe stato. Rimasi entusiasta, sbigottito che quella roba non fosse piaciuta. Dissi subito che avrei fatto il possibile per dargli una mano” (Mauro Bolognini).

Dell’amore o della solitudine. “Happy Together” come resoconto emotivo

È il terzo appuntamento in sala con Wong Kar-wai. Grazie all’operazione di ridistribuzione di Tucker Film, dopo il restauro in 4K per mano della Criterion di New York e L’Immagine ritrovata di Bologna, Happy Together torna sul grande schermo ventiquattro anni dopo il premio per la miglior regia al 50esimo Festival di Cannes. Tra vecchi monolocali bonaerensi, tango bar e troppe sigarette due uomini hongkonghesi si trovano alle prese con la loro relazione instabile e nociva. Al solito si parla di rapporti. Cina o Argentina, nei film di Wong si ha sempre l’impressione che l’amore sia l’unica cosa narrabile, l’unica capace di generare conflitto o risolverlo.

Alida una e cento Valli

Il corpo e lo spirito battagliero della Valli la consegnano sì come “lo specchio del passato”, ma anche come la punta di diamante di quel divismo che nella prima metà del Novecento si è inserito nelle pieghe del tessuto socio-culturale del nostro Paese riverberando le contraddizioni di una settima arte spesso incapace di riproporre la realtà. Riversando paradossi e stereotipi, lungo la sua evoluzione il cinema italiano ha sviluppato la storia della nostra identità in un incrocio tra registro comico e drammatico che ha fotografato, talvolta attraverso plurime distorsioni, il valore e il (de)potenziamento della condizione femminile.

L’avventurosa storia produttiva della Bibbia secondo John Huston

Offriamo ai lettori alcuni estratti di L’avventurosa storia del cinema italiano. Da La dolce vita C’era una volta il West. Volume terzo, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Edizioni Cineteca di Bologna, 2021. Oggi tocca all’esilarante racconto di Bruno Todini, produttore esecutivto del film di John Huston. “Quando ho fatto La Bibbia, per De Laurentiis, dopo otto mesi di lavoro ho dato le dimissioni, perché era diventata una gabbia di matti, tipico esempio della commistione dei difetti italiani e americani”. E gli aneddoti che seguono sono irresistibili. 

“Hong Kong Express” e la sua dirompente spontaneità

Hong Kong Express è un film lampo, girato in ventitré giorni durante i quali il progetto ha continuato a trasformarsi nelle mani del regista. I film di Wong sono in effetti dei miracoli programmatici, che dopo un infinito rimaneggiamento permettono comunque all’essenza dell’idea, della filosofia del suo autore, di emergere frammento dopo frammento con chiarezza disarmante. E questo è forse il film che più esprime l’estro del regista, la sua malinconia mista a confusione, la passione per gli incontri mancati, per le specularità e le ripetizioni che impediscono un progresso e anzi ci costringono a guardarci, a scendere a patti con le nostre manie e coi nostri rimpianti. 

Quando la slapstick comedy si fa meta-cinema. “La palla n. 13” di Buster Keaton

La palla n. 13 è uno dei film della maturità di Buster Keaton, che trova un equilibrio apollineo fra i canoni della slapstick comedy e una riflessione meta-cinematografica per niente banale. In questo mediometraggio il geniale comico mette in scena alcuni temi ricorrenti della sua poetica, come l’amore impossibile e una continua lotta contro l’ostilità delle circostanze, temi che si esplicano in una serie continua di gag irresistibili accompagnate da una musica vivace e onnipresente. C’è quindi una ragazza (che come tutti i personaggi è senza nome) di cui è innamorato e che cerca di conquistare, frenato dalla timidezza e dalla povertà. E c’è il cattivo di turno, a sua volta innamorato, che cerca di mettere il protagonista in cattiva luce.

Jean Renoir legge Charlie Chaplin

Tempi moderniMonsieur Verdoux e Luci della ribalta sono probabilmente i film più complessi da affrontare della filmografia di Charlie Chaplin e Jean Renoir nei suoi scritti li affronta tutti e tre. “Questo rinnovamento interiore è uno dei segni del genio. Presuppone un coraggio forse inconscio, ma innegabile. Pochi autori possiedono questo coraggio. Credono di mettersi al livello di quella che chiamano ‘la massa’, evitano accuratamente ogni originalità interiore, e si limitano a dare l’impressione del rinnovamento […]. Aspetto con impazienza il momento in cui questa massa, che essi credono di aver conquistato, avrà infine la sua parola da dire e spazzerà via come si deve tutta questa elegante gentaglia”.

“Il corridoio della paura” fra realtà e alienazione

Il cinema di Samuel Fuller non lesina sulle scene di violenza, fisica o psicologica: nel noir La vendetta del gangster fa uccidere una bambina, nel western La tortura della freccia sottopone il protagonista al supplizio del titolo, nei war movie rappresenta le battaglie in tutto il loro crudo realismo, nel thriller/noir Il bacio nudo mette in scena un pedofilo (un argomento tabù in quegli anni), giusto per fare alcuni esempi. Così, ne Il corridoio della paura c’è una violenza che talvolta si manifesta palesemente – per esempio nei cruenti scontri fra i pazienti o con gli infermieri, nell’aggressione di Barrett per mano di un gruppo di donne ninfomani, o ancora nella lotta finale del protagonista con l’assassino – mentre altre volte rimane sottesa ma sempre vibrante, una violenza psichica pronta a esplodere in ogni scena.

Amore e malavita nella Parigi ottocentesca. “Casco d’oro” di Jacques Becker

Casco d’oro è sia un film che è affresco di un’epoca, sia un film dove ci sono i personaggi basilari del noir francese (e non solo): la prostituta, a cui dà vita una bellissima e intensa Simone Signoret in uno dei più grandi ruoli della sua carriera (prima ancora de I diabolici di Clouzot), l’ex galeotto che vuole ricominciare una vita onesta ma è travolto dagli eventi (col volto inconfondibile dell’italo-francese Reggiani), il boss (un grande Dauphin), il protettore, il poliziotto corrotto e tutta una parata di sgherri coi volti giusti. Come accadrà in Grisbì (e parzialmente anche ne Il buco), il cinema noir di Becker è improntato al cherchez la femme, poiché è sempre l’amore per una donna a muovere i personaggi e a guidarli nel drammatico destino, mentre la colonna sonora di Georges Van Parys suona e palpita insieme a loro.

“In the Mood for Love” e l’amore irrealizzato

Il lavoro dell’analista era descritto da Sigmund Freud come un lavoro di ricostruzione, che affidandosi a dettagli e ripetizioni aiuta a ritrovare un qualcosa di perduto. Wong Kar-wai in In the Mood for Love si muove in quella direzione, riflettendo, a partire da quegli elementi e utilizzando il cinema, sui ricordi e cercando di ricostruire la memoria personale e collettiva. La Storia di Hong Kong e la storia di Chow e Su si trovano ad osservarsi e sfiorarsi, come i protagonisti stessi, riflettendosi a vicenda in uno specchio d’amor perduto e irrealizzato. Sono trascorsi ormai ventun anni dalla sua prima uscita nei cinema. Ritorna adesso in sala grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio L’Immagine ritrovata e da Criterion, distribuito da Tucker Film.

“La notte brava del soldato Jonathan” fra le donne di Don Siegel

Clint Eastwood, nel 1971, sui titoli di testa di La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel intonava a bassa voce The Dove di Judy Collins. A dirla tutta, la canzone poi tornava pari pari cento minuti dopo sugli altri titoli, quelli di coda, a sancire eccome quel presagio di morte, con la sorpresa di spostare l’attenzione appena una riga più sotto, sulle “belle fanciulle”, e sul consiglio che un uomo – il protagonista, la loro vittima – si preoccupava di dar loro attraverso le parole di una donna. Il titolo originale del film non per niente è The Beguiled, l’ingannato, così come del romanzo di Thomas Cullinan da cui è tratto. 

“Francesca da Rimini” tra Alessandro Blasetti e Raffaello Matarazzo

In occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, si moltiplicano le celebrazioni a livello nazionale e internazionale e l’Università di Bologna in particolare – città dove il poeta soggiornò più volte – lo ricorda con un progetto dal titolo ‘Amor gentile, Dante e il parlar d’amore’ perché il capoluogo emiliano è stato un crocevia fondamentale nel concepimento ed elaborazione dell’amor cortese. E l’amore in tutte le sue declinazioni è il filo rosso che attraversa la Divina Commedia e che collega uno degli episodi universalmente conosciuti del V canto dell’Inferno – la vicenda di Paolo e Francesca – al cinema e in particolare a un progetto mai realizzato di Alessandro Blasetti per la Cines.

Monte Hellman e l’illusione del mito americano in “Cockfighter”

Per ricordare Monte Hellman, scomparso il 20 aprile 2021, ricordiamo il suo Cockfighter. L’autore di Greenpoint debutta con Roger Corman nel 1959. Guardando i suoi lavori (Le colline blu, Ride in the Whirlwind, 1966; La sparatoria, The Shooting, 1966; Strada a doppia corsia, Two-Lane Blacktop, 1971 o Iguana, 1988) è riscontrabile il metodo produttivo del maestro – film a basso costo, ma ricchi di un acuto sottotesto – rielaborato secondo la propria sensibilità e idea di cinema. Ne risulta così uno stile caratterizzato da un’astrazione tendente all’onirismo, con tempi dilatati, staticità della macchina da presa, personaggi enigmatici e un forte simbolismo che carica di significati “altri” le immagini sullo schermo.