Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

Il diavolo, probabilmente. “I soliti sospetti” tra crimini e demoni

Il confine tra realtà e finzione diventa volutamente sottilissimo, e pur essendo I soliti sospetti uno di quei film che vive molto sul colpo di scena finale (un po’ come Il sesto senso di Shyamalan, per intenderci), a ogni visione ci accorgiamo che esso guadagna sempre qualcosa in più: notiamo per esempio un nuovo particolare rivelatore, comprendiamo meglio l’intreccio, guardiamo la storia da una nuova prospettiva Eccolo, tutto il genio di Bryan Singer: non soltanto costruire un colpo di scena ma creare un film che ogni volta sappia stupirci e farci porre domande pur sapendo come va a finire. 

“Pretty Woman” e il segreto del successo

Il perpetuo interesse per Pretty Woman inoltre può essere spiegato alla luce della familiarizzazione atavica del pubblico con alcuni archetipi della finzione letteraria e cinematografica, dal mito di Pigmalione tramandato da Ovidio e adattato nel Novecento in teatro (Pygmalion) e al cinema (My Fair Lady), passando per le innumerevoli versioni di Cenerentola, fino a certi snodi ricavati da La signora delle camelie di Dumas. La sceneggiatura di J.F. Lawton attua quindi una strategia di ibridazione che rende il film debitore di luoghi comuni, citazioni e omaggi, offrendo un atipico Bildungsroman fortemente vincolato a un upgrade sociale e a uno scambio di interessi mascherati da commedia.

La bestemmia catartica. “L’ora di religione” nel cinema di Marco Bellocchio

Quella de L’ora di religione è una storia umana che possiamo sentire vicina a noi, una storia fatta di rapporti umani e contrapposizioni ideologiche, fra epifanie e momenti catartici, una vicenda che verrebbe da dire quasi “comune” (anche se “comune” non lo è del tutto), ma nella quale comunque possiamo identificarci in uno o più personaggi a seconda del nostro sistema di pensiero – perché il cinema di Bellocchio è costantemente pedagogico e foriero di riflessioni. È un’indagine religiosa e psicologica che il protagonista – un Sergio Castellitto in stato di grazia – incarna con una credibilità e uno spessore quasi commoventi, e restituendo una spiritualità così profonda che sembra incredibile per un ateo.

Scrivere la storia: “Il gigante” di George Stevens

Il gigante (1956) di George Stevens è spesso onorato del titolo di capolavoro, di film epico che ha fatto la storia del cinema, circondato anche da un’aura di iconica e sacra nostalgia in quanto ultima interpretazione cinematografica di James Dean. Il film è stato considerato come una celebrazione elegiaca per Dean, per un’utopica società americana prevalentemente agraria che lasciava il posto ad una dominata da logiche di guadagno e ostentazione, e per la stessa era classica di Hollywood, qui rappresentata dal grande sforzo produttivo e dal cast stellare. Ma mettere Giant al centro della storia del cinema per la sua celebrazione dello spettacolo cinematografico ha offuscato la riscrittura della storia americana operata da Stevens e dai suoi sceneggiatori attraverso un meccanismo contraddittorio di revisione e compromesso rispetto alle mitologie nazionali.

Archeologia in analogico. Pasolini e la “Ricotta” inedita

Nell’incontro di presentazione della versione restaurata de La ricotta tenutosi durante l’ultima edizione del Cinema Ritrovato, Francesca Angelucci e Alberto Anile hanno raccontato la vicenda fortuita e incredibile del ritrovamento di una copia abbandonata del film Ro.Go.Pa.G. nei magazzini delle frontiere doganali ferroviarie, tra materiali destinati al macero. Una versione “intatta” de La ricotta di Pasolini, prima che l’urgenza del processo ne pretendesse i rimaneggiamenti, i tagli di circa dieci metri di pellicola, i ri-doppiaggi, gli spostamenti di primi piani con altri: La ricotta come Pasolini l’aveva pensata montata e licenziata per le sale.

“Blues Brothers” film metafisico

Più che al “blues” strettamente inteso infatti, l’omaggio di Landis & Co è all’intero albero genealogico della musica black: accanto alle dodici battute (John Lee Hooker) troviamo jazz (Cab Calloway), rock n’ roll (il nomadismo razziale di Elvis) e soprattutto soul (Brown, Charles, Franklin), genere per eccellenza ricollegato alle matrici religiose del Gospel. Accanto al suo inarrivabile impianto comico-satirico, è proprio la capacità di Blues Brothers di implementare la forza di queste prediche fra sacro e profano a farne un’opera politica trascinante. Un’autentica vocazione, gridata ex pulpito in forma di canzone, all’impegno sociale e al multiculturalismo.

In the Name of Soul. “The Blues Brothers” e l’abbattimento delle barriere

Ricca di una comicità rocambolesca e catastrofica, la pellicola si caratterizza però soprattutto per i cammei di grandi stelle della black music come James Brown, John Lee Hooker, Ray Charles, Aretha Franklin e Cab Calloway, irrinunciabili punti di arrivo e partenza per chiunque voglia approcciarsi alle sonorità afroamericane. Le loro esibizioni sono pietre miliari del cinema musicale tout-court: si pensi agli essenziali snodi narrativi rappresentati dai brani The Old Landmark, Shake A Tail Feather, Think o al virtuosismo vocale tipicamente nero di Calloway in Minnie The Moocher

Uno sguardo sul cinema jugoslavo

Il cinema degli anni ’50 e ’60 in quello che da Regno dei Serbi, Croati e Sloveni si trasformò attraverso grandi tumulti sociali in Repubblica Socialista Federale fu un cinema critico, feroce, e allo stesso tempo capace di grandi magie. Un crocevia di geografie e di sguardi in cui le differenze e gli scontri riuscivano talvolta miracolosamente a esaurirsi nelle dinamiche di produzione artistica, fin dagli esordi dei registi che posero le fondamenta della cosiddetta Onda Nera (Crni Val). Un cinema che si dimostrò unico proprio per quella capacità trasversale di guardarsi indietro e guardarsi dentro. Sono opere in bilico tra passato, presente e modernismo, attente al proprio contesto in costante dialogo con i mutamenti esterni.

“Come le foglie al vento” e la magnifica ossessione della ricchezza infelice

L’intera pellicola è infatti attraversata dai due elementi che compaiono subito nel prologo: una sotterranea seppur evidente vena di erotismo e un senso opprimente di tragico destino. Sullo sfondo rimane inoltre il tema della ricchezza portatrice di infelicità, argomento molto caro a Sirk, che solo due anni prima, nel 1954, ne aveva fatto la materia principale di Magnifica ossessione. “C’era una volta un povero ragazzo ricco” fa dire il regista a Marylee mentre si prende gioco del fratello. Ma se il denaro rimane un indelebile peccato originale, è l’irrecuperabilità del paradiso perduto a importare.

“Ludwig” e la tradizione del cinema totale

La storia di Ludwig e la letteratura critica che ne sono seguite necessitano di un riassunto. Ecco la formidabile lettura di Peter Von Bagh (“Dopo aver raccontato la transizione dal capitalismo al fascismo e la grande crisi europea che l’ha preceduta, Visconti scende in un ‘crepuscolo degli Dei’: questo è cinema totale, originalissimo e allo stesso tempo nobile e ispirato proseguimento di una grande tradizione”) seguita dalla ricostruzione della storia del film.

Addio Zio Tom. “Non predicare…spara!” di Sidney Poitier

Non è casuale che Poitier scelga di cimentarsi con il western, genere per eccellenza dedicato all’elegia della nazione e alla celebrazione del suo mito fondativo, mostrandone però un altro aspetto, più oscuro, violento e volutamente omesso dalla narrazione dominante a partire dalla rappresentazione di cowboy neri, storicamente stimati come un quarto dei mandriani statunitensi ma totalmente assenti dall’immaginario hollywoodiano. Le peripezie dell’ex-sergente Buck e del Predicatore, impegnati nel condurre un gruppo di schiavi liberati esuli dalla Louisiana al Kansas, sono un chiaro riferimento alla condizione dei neri americani del tempo.

La luce dalle viscere. “Crimes of the Future” e lo sguardo sul corpo

In Crimes of the Future Cronenberg immerge lo sguardo nel corpo verso una spasmodica ricerca di senso: gli organi diventano tele da incidere, i cadaveri poemi da leggere (e cercare di comprendere), le viscere bellezza interiore e il corpo viaggia più veloce della mente, che forse alla fine è soltanto una sua estensione difettosa. Body is reality. Girato in un’Atene irriconoscibile il film si muove fra relitti e rovine in ambientazioni quasi teatrali.

Ritorno a Peter Lorre. “M” e l’ombra del mito

Ci facciamo accompagnare da due studiosi internazionali alla riscoperta di Peter Lorre e di uno dei suoi film più celebri. Omaggiato dal Cinema Ritrovato 2022, Lorre può essere considerato – secondo Alexander Horwath – “un uomo perduto, una stella errante nella galassia delle icone del cinema: allontanandoci dalle sue false promesse per attirarci in un mondo di disagio, ci ha offerto una rappresentazione tra le più fedeli dell’uomo del Novecento. La sua personalità fuori e dentro lo schermo è il risultato frantumato di un percorso che ha attraversato il modernismo e i fascismi europei, la tossicodipendenza e l’esilio, la cultura del denaro e la fama: in essa si riflettono volti e maschere del suo tempo”.

“I guerrieri della notte” tra culto e immaginario

I guerrieri della notte anticipa l’immaginario degli anni Ottanta, pur essendo prodotto anagraficamente ancora nel decennio precedente, ed è anche questa sua lungimiranza a renderlo così importante. L’immagine livida e violenta di una New York allo sbando c’era già nei seventies, in film come Il giustiziere della notte, ma era rappresentata in modo diverso: è proprio con I guerrieri della notte che si entra dritti negli anni Ottanta, fra giubbini di pelle, occhiali da sole, graffiti, cappelli da baseball, volti dipinti e costumi bizzarri e coloratissimi. Anzi, non è azzardato dire che sia proprio questo cult-movie di Hill a definire in modo sostanziale l’immaginario cinematografico e popolare degli anni Ottanta.

Il racconto dell’Italia borghese. Il centenario di Mauro Bolognini

Raffinato, censurato, talvolta manieristico, tecnicamente perfetto per la capacità di filmare senza sbavature, di dare pienezza e spessore compositivo alle immagini, Mauro Bolognini ha saputo raccogliere le eredità culturali dell’Italia postbellica, ritraendo con sapienza e senso critico la decadenza del mondo borghese fatto di uomini disorientati e soli, figli di una crisi che affonda le proprie radici nel racconto letterario dei grandi scrittori. Ha messo in scena la natura delle debolezze umane senza la perentorietà del giudizio, cercando, con sguardo da esteta, di disegnarne i contorni. Il suo cinema ha corso tra la strada e una casa chiusa, popolare, borghese, aristocratica.

L’opera estrema del “ribelle” Silvano Agosti. “Nel più alto dei cieli” 50 anni dopo

La definizione è talvolta abusata, ma Nel più alto dei cieli è davvero un film alieno, un gioiellino nerissimo del cinema d’autore italiano – quel cinema autoriale lontano dalle luci della ribalta, bensì più nascosto e segreto, e proprio per questo così affascinante. A differenza dei film precedenti di Agosti, questo non ha protagonisti principali né attori famosi, ma una serie di personaggi interpretati da noti caratteristi – visti più volte sia nel cinema d’autore sia nel cinema di genere – accanto ad altri attori semi-sconosciuti, tutti però coi volti perfetti per i rispettivi e deformanti ruoli, in un microcosmo umano che forma un piccolo trattato sociologico sui generis.

In ricordo di Roberto Capanna. Appunti su un Autore

Scomparso lo scorso 30 maggio, Roberto Capanna fu – tra le altre cose – uno sperimentatore, un inesauribile ricercatore delle possibilità espressive dell’audiovisivo. Membro fondatore della Cooperativa del Cinema Indipendente, collettivo costituitosi a Napoli nel 1967 e poi allargatosi all’area romana fino ad annoverare tra i suoi aderenti e sostenitori una serie di artisti e intellettuali come Alberto Grifi, Massimo Bacigalupo, Giorgio Turi, Paolo Bertetto, Mario Schifano e Claudio Cintoli, Capanna fu dedito a un’esplorazione radicale della linguistica cinematografica all’interno del cosiddetto “cinema sperimentale”.

“Mr. Klein” e l’enigma kafkiano nella Parigi nazista

Ciò che succede a Robert Klein è un intrigo degno degli incubi a spirale di Hitchcock e Polanski, che stringono il protagonista in una morsa inesorabile, tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello storico-sociale, due dimensioni che convivono costantemente in Mr. Klein e che offrono diverse chiavi interpretative. Come sempre accade nei film più maturi di Losey, la forma è sostanza e la sostanza è forma, e gli interni – grazie alle ricercatissime scenografie – formano ambienti claustrofobici dove l’individuo è sempre più inghiottito dal mistero, dalle ossessioni e dalla persecuzione politica.

“Harriet” e il viaggio dell’eroina

Autrice attenta al tortuoso percorso di emancipazione femminile nera (La baia di Eva, Self-made – La vita di Madam C. J. Walker), con Harriet Kasi Lemmons firma la sua opera forse più riuscita, sentito omaggio a una delle figure più emblematiche della storia afroamericana. La vita di Harriet Tubman, ex-schiava abolizionista poi guida per altri fuggiaschi e infine combattente nella Guerra di Secessione contro il Sud, diventa esempio significativo e mai sufficientemente sottolineato del contributo dato dalle donne afroamericane alla causa nera dalla schiavitù a oggi.

Trasgredire la linea di classe. I tre film di Losey/Pinter

I tre film nati dalla collaborazione tra il regista Joseph Losey e il drammaturgo Harold Pinter portano allo scoperto le tensioni sessuali e di classe nell’Inghilterra degli anni 60 e, al contempo, modificano la grammatica filmica del “cinema impegnato” britannico della tradizione del kitchen sink realism. Il servo (1963), L’incidente (1967) e Messaggero d’amore (1971), infatti, trasportano l’ambientazione dalle periferie sottoproletarie del nord privilegiate dai “giovani arrabbiati” come Richardson, Reisz e Schlesinger ad un contesto borghese o addirittura aristocratico, dal ricco quartiere londinese de Il servo alla colta e benestante Università di Oxford de L’incidente, fino ad arrivare alla lussuosa residenza bucolica nel Norfolk di Messaggero d’amore.