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“In the Mood for Love” e l’amore irrealizzato

Il lavoro dell’analista era descritto da Sigmund Freud come un lavoro di ricostruzione, che affidandosi a dettagli e ripetizioni aiuta a ritrovare un qualcosa di perduto. Wong Kar-wai in In the Mood for Love si muove in quella direzione, riflettendo, a partire da quegli elementi e utilizzando il cinema, sui ricordi e cercando di ricostruire la memoria personale e collettiva. La Storia di Hong Kong e la storia di Chow e Su si trovano ad osservarsi e sfiorarsi, come i protagonisti stessi, riflettendosi a vicenda in uno specchio d’amor perduto e irrealizzato. Sono trascorsi ormai ventun anni dalla sua prima uscita nei cinema. Ritorna adesso in sala grazie al restauro in 4K realizzato dal laboratorio L’Immagine ritrovata e da Criterion, distribuito da Tucker Film.

“La notte brava del soldato Jonathan” fra le donne di Don Siegel

Clint Eastwood, nel 1971, sui titoli di testa di La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel intonava a bassa voce The Dove di Judy Collins. A dirla tutta, la canzone poi tornava pari pari cento minuti dopo sugli altri titoli, quelli di coda, a sancire eccome quel presagio di morte, con la sorpresa di spostare l’attenzione appena una riga più sotto, sulle “belle fanciulle”, e sul consiglio che un uomo – il protagonista, la loro vittima – si preoccupava di dar loro attraverso le parole di una donna. Il titolo originale del film non per niente è The Beguiled, l’ingannato, così come del romanzo di Thomas Cullinan da cui è tratto. 

“Francesca da Rimini” tra Alessandro Blasetti e Raffaello Matarazzo

In occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, si moltiplicano le celebrazioni a livello nazionale e internazionale e l’Università di Bologna in particolare – città dove il poeta soggiornò più volte – lo ricorda con un progetto dal titolo ‘Amor gentile, Dante e il parlar d’amore’ perché il capoluogo emiliano è stato un crocevia fondamentale nel concepimento ed elaborazione dell’amor cortese. E l’amore in tutte le sue declinazioni è il filo rosso che attraversa la Divina Commedia e che collega uno degli episodi universalmente conosciuti del V canto dell’Inferno – la vicenda di Paolo e Francesca – al cinema e in particolare a un progetto mai realizzato di Alessandro Blasetti per la Cines.

Monte Hellman e l’illusione del mito americano in “Cockfighter”

Per ricordare Monte Hellman, scomparso il 20 aprile 2021, ricordiamo il suo Cockfighter. L’autore di Greenpoint debutta con Roger Corman nel 1959. Guardando i suoi lavori (Le colline blu, Ride in the Whirlwind, 1966; La sparatoria, The Shooting, 1966; Strada a doppia corsia, Two-Lane Blacktop, 1971 o Iguana, 1988) è riscontrabile il metodo produttivo del maestro – film a basso costo, ma ricchi di un acuto sottotesto – rielaborato secondo la propria sensibilità e idea di cinema. Ne risulta così uno stile caratterizzato da un’astrazione tendente all’onirismo, con tempi dilatati, staticità della macchina da presa, personaggi enigmatici e un forte simbolismo che carica di significati “altri” le immagini sullo schermo.

Bertrand Tavernier. Il cinema e molto altro

L’interesse per la cultura americana permea l’opera di Tavernier anche come critico cinematografico, oltre che nell’ispirazione e negli stilemi narrativi del regista. Nato nel 1941, prima del suo debutto ufficiale a 33 anni con L’orologiaio di Saint Paul (1974) da Simenon, Tavernier è stato addetto stampa e critico cinematografico, attività quest’ultima che ha portato avanti parallelamente alla sua lunga carriera di regista. Tavernier condivide lo sforzo dei Cahiers per recuperare gli autori americani sottovalutati o considerati di serie B, come Ford, Daves, Walsh, ma rifiuta di farlo svalutando cineasti francesi di derivazione più letteraria come Autant-Lara, Sautet e Jean Aurenche.

“Les Enfants du Paradis” opera cinematografica totalizzante

Un kolossal da oltre centonovanta minuti che, diviso in due parti, abbraccia un periodo di diversi anni e si muove con disinvoltura tra una varietà di generi che spaziano dal melodramma alla commedia, arrivando finanche a contaminarsi con delle sporadiche incursioni nel thriller. Una natura multiforme che riflette le sfaccettature dei protagonisti, figure archetipiche cariche di valori contrastanti e in perenno conflitto. L’eroe romantico che si lancia al disperato inseguimento dell’amata è costretto a soccombere al muro di folla festante, un carnevale di volti deformati, ira, disperazione e giubilo; stati d’animo parossistici che soffocano il fioco grido di un amore interrotto. Come a sottolineare che le passioni più intense sono anche quelle meno rumorose.

Il west straniante di Robert Altman. “I compari” e la revisione del mito

Il western è sempre stato lo specchio degli Stati Uniti, il genere epico per eccellenza, celebrativo della storia nazionale e spesso investito dell’onere di rispecchiarne i valori. Era già da diversi anni, quando usciva nelle sale I compari, che la cultura e il cinema statunitensi venivano revisionati sotto uno sguardo critico e disilluso. Complice anche la guerra in Vietnam, già bersaglio della satira altmaniana, si viene a creare un clima culturale di ripensamento sul ruolo della nazione nel mondo. Il western, di conseguenza, in quegli anni viene posto sul tavolo operatorio e dissezionato, smembrato e ricomposto tanto da esordienti quanto da veterani, talvolta con nostalgia e altre con spregio.

Paradžanov Pop

il protagonista del film di Paradzanov poteva essere il simbolo di quella fraternità tra i popoli e di coesistenza culturale tra le diverse repubbliche sovietiche care alla retorica autorizzata dal Politburo. In mano a Paradzanov, tuttavia, il progetto diventa una celebrazione surrealista della libertà artistica, in cui diversi registri espressivi come il cinematografico, il fotografico, il pittorico, si confondono per narrare immagini senza parole. Un collage di miniature, immagini bidimensionali, oggetti di riti liturgici e del folklore locale che ha ispirato i pastiche pop di Madonna e Lady Gaga, rispettivamente per i video di Bedtime Stories (1994) e 911 (2020).

“Pandora” e lo splendore cromatico del melodramma

Negli anni Cinquanta l’industria hollywoodiana esonda dalla propria zona di comfort e si espande con decisione verso i territori del fantastico. Pandora figura tra i titoli che, agli albori del decennio, impostano la rotta verso generi segnati da mondi immaginari e figure ammantate di mistero, affermandosi però come un esperimento ancora parte di un sistema in trasformazione, più che un manifesto del nuovo corso della cinematografia d’oltreoceano. Diretto e prodotto da Albert Lewin, il film è una rivisitazione in chiave contemporanea della leggenda nordeuropea dell’Olandese Volante, diluita in un melodramma canonica in cui la protagonista interpretata da Ava Gardner viene travolta da una burrasca di impulsi amorosi.

Quando Caetano Veloso dedicò un concerto a Giulietta e Federico

Un caloroso applauso di benvenuto subito interrotto dalle note di un violoncello: il pubblico precipita in un silenzio incantato, sembra piombare in un’atmosfera metafisica lontanissima. Il tema accennato è lo stesso de La dolce vita, stavolta cucito su misura dall’arrangiamento di Jacques Morelenbaum e dai versi in portoghese composti da Caetano stesso. È il 30 ottobre 1997 e la sua voce riempie il modesto Teatro Nuovo di Dogana nella Repubblica di San Marino. E non è un caso che la data del concerto coincida con l’anniversario di matrimonio di Giulietta Masina e Federico Fellini.

Giulietta vista da Giulietta

Per celebrare Giulietta Masina – di cui si ricorda in questi giorni il centenario della nascita (San Giorgio di Piano, 22 febbraio 1921) e la sua scomparsa (Roma, 23 marzo 1994), avvenuta esattamente 27 anni fa – proponiamo una selezione di articoli, alcuni firmati dall’attrice stessa, al culmine della sua popolarità. Con l’interpretazione di Gelsomina (La Strada, 1954), Cabiria (Le notti di Cabiria, 1957), Giulietta entra trionfalmente nell’olimpo divistico internazionale. Pur opponendosi al processo di fusione tra la sua personalità e le vittime sacrificali che interpreta, la Masina non riuscì più a liberarsi di loro, né del mito di Charlot a cui venne ripetutamente paragonata. Agli americani l’attrice ricordava un po’ Topolino e un po’ Santa Rita.

La comicità e la fame. 100 anni di Nino Manfredi

C’è qualcosa che rende Nino Manfredi davvero unico nel novero degli interpreti della sua generazione: Manfredi ha fame. Anche quando lo troviamo borghese appagato, percepiamo sempre il bisogno fisiologico di mangiare, lo spettro della denutrizione, la forza d’animo di chi ha fatto della rinuncia un mezzo per emanciparsi. È una caratteristica che lo colloca in continuità con Totò ed Eduardo vedeva in lui una sorta di erede ideale. E crediamo assolutamente alla sua identificazione con il poverissimo, umanissimo Geppetto in quello che a tutt’oggi resta il più bello degli adattamenti de Le avventure di Pinocchio e, in parallelo, alla precisione con cui calibra l’iperrealismo nei panni del terribile, dispotico borgataro di Brutti, sporchi e cattivi: due morti di fame, sì, ma opposti.

I ragazzi della miniera. Per una lettura queer di “La ragazza in vetrina”

La ragazza in vetrina ha un forte sottotesto omoerotico, silenziato anche dalla critica più progressista che difese il film contro, per usare le parole di Lorenzo Pellizzari su Cinema Nuovo, “le adirate proteste dei benpensanti . . . e della loro gesuitica morale”. La decisione di Vincenzo di rimanere nella miniera, in verità, è dovuta alla presenza di Federico. Centrale in questa lettura del film è la scena all’interno del bar gay in cui Federico entra involontariamente, nel suo vagare ubriaco per i locali di Amsterdam, e dove rimane per diverso tempo, diventando non solo oggetto del desiderio degli avventori ma anche della stessa macchina da presa che lo inquadra con un lungo, voyeuristico, carrello laterale. 

Il “Soffio al cuore” dell’ambiguo Edipo di Louis Malle

È straniante leggere oggi come si espresse cinquant’anni fa la critica a proposito di Soffio al cuore di Louis Malle. Il film fu presentato in concorso a Cannes nel 1971 e il regista fu nominato all’Oscar l’anno dopo per la migliore sceneggiatura originale, ma nel complesso l’incesto fra madre e figlio che lo risolve non destò eccessivo scalpore. La stampa europea e quella statunitense, anzi, accolsero con atteggiamento per lo più indulgente la violazione di quel tabù, ricevendola come Malle la diresse: un rito di passaggio giocoso e indolore. Ma un incesto può davvero essere rappresentato e preso così? Molto del cinema di Malle sembra risiedere proprio in queste cesure occultate, di cui forse Soffio al cuore è il vessillo.

Giuseppe Rotunno inventore della luce

“Per me il cinema è luce, non può esistere senza luce. Rotunno rappresenta la luce, la salvezza del film”. Sono queste le parole con cui Federico Fellini descriveva l’apparizione salvifica di Giuseppe Rotunno in uno dei sogni fatto durante la travagliata lavorazione di La città delle donne. Quello del direttore della fotografia da poco scomparso è stato un cinema che ha lasciato un segno nella storia, un cinema “carnale” come lo definiva lui rispetto ad una televisione più “robotica”, un tipo di cinema che non potrà mai essere sostituito da mezzi più moderni perché, come gli piaceva dire, “la cinematografia rispetto alla televisione è come il vino con l’acqua: si bevono tutti e due ma sono completamente diversi e uno non può sostituire l’altra”.

“L’ultimo spettacolo” e il distacco malinconico da Hollywood

Due date, 1951 e 1971. Una, l’anno di ambientazione di L’ultimo spettacolo, l’altra, l’anno di uscita nelle sale. Nel mezzo, uno dei più grandi cambiamenti nella storia dell’industria cinematografica americana, la fine della Hollywood classica e l’inizio della New Hollywood. Una crisi e poi una reazione. Una rivoluzione. Certo, come ricordava Franco La Polla in Stili americani, si diceva che la New Hollywood “durò lo spazio di un mattino”, anche perché ci volle poco perché nuovi assetti produttivi si consolidassero, ma senza dubbio fu un periodo prolifico e rivoluzionario, pieno di grandi, seppur piccoli, film; e L’ultimo spettacolo, secondo lungo diretto da Peter Bogdanovich, non può che essere annoverato tra questi.

“Voglio solo che voi mi amiate”. Fassbinder e il ritorno del represso

Girato per la televisione tedesca a metà degli anni 70, Voglio solo che voi mi amiate (1976) è una parabola laica e psicoanalitica ancora molto attuale che sovverte l’etica alla base della società dei consumi e le istituzioni che la legittimano, a partire dalla famiglia tradizionale e dal patriarcato. Ispirandosi ad una storia vera documentata in un libro di interviste a condannati all’ergastolo, Rainer Werner Fassbinder mette in scena il destino amaro di un figliol prodigo rifiutato, con l’unica colpa di aver assimilato il linguaggio del consumo e del denaro per esprimere e per ricevere prima il proprio affetto di figlio e successivamente il proprio amore di marito.

“Anni difficili” e le origini del trasformismo italiano

Il fulcro dell’opera sembra essere dunque l’impotenza della gente comune di fronte agli oscuri ribaltoni del potere; quella delle persone semplici è presentata come una massa informe incapace di ribellarsi al proprio destino se non quando ormai è troppo tardi. Impossibile non interpretare questo messaggio come una forte critica al qualunquismo, al trasformismo tutto nostrano, quel senso di movimento del “gregge”, a cervelli spenti, che tanto sarà sbeffeggiato nella successiva commedia all’italiana. “Non mi riesce di trovare uno che abbia il coraggio di dire ‘Io sono stato fascista’: ma da chi era fatto questo fascismo?”, domanda al podestà il sarcastico ufficiale inglese in una scena del finale, incredulo davanti alla meschinità degli sconfitti.

“Il braccio violento della legge” e l’orrore dentro di noi

Friedkin parte da un fatto realmente accaduto e inizia a raccontarlo attraverso una narrazione realistica, fatta di routine lavorative, tensioni fra colleghi, lunghi appostamenti che sembrano condurre a nulla. La New York di questa quotidianità è una protagonista livida e violenta, ripresa soprattutto nella sua vita di strada, dove anonime vetrine fanno da collegamento fra bar frequentati da sbandati e alberghi per malviventi di buon rango. Un teatro urbano in cui si muovono i due poliziotti, assuefatti ai loro comportamenti aggressivi, come se la violenza fosse l’unico modo di sopravvivere alla criminalità in cui sono immersi. Friedkin incrocia vizi e virtù in uno sfacciato chiasmo di etichette sociali, per mostraci non solo la loro inconsistenza ma anche la loro pericolosità.

“Cane di paglia” o dell’ambiguità nel cinema

Cane di paglia è un ritratto umano aggressivo e spietato, che poteva essere realizzato solamente da un autore che utilizza l’ambiguità come materia prima. La stessa foga irrefrenabile che ha ridisegnato il western con tinte accese e quanto mai dissacranti; la mano che ha calcato le aspre pieghe del cinema bellico, insinuandosi tra le fila reiette dell’esercito tedesco rinvenendovi un’inedita umanità; o ancora la capacità di delineare degli eroi action fuorilegge tanto rudi quanto intimamente fedeli alla propria etica. Per Sam Peckinpah verità e giustizia sono principi delicati che vanno scandagliati attraverso un cinema potente, tanto cristallino nella sua giocosa patina quanto imperscrutabile nelle implicazioni tematiche.