Listen up and I'll tell a story
About an artist growing old
Some would try for fame and glory
Others just like to watch the world
Daniel Johnston, Story of an Artist
Immaginando i gemiti dell’amante bruciargli la nuca pervasa dal soffio del desiderio, un uomo senza passato, in balia di sogni senza controllo, senza sapere come fare a trattenersi o misurarsi, digrigna gli occhi, diviso tra pura estasi e agonia totale. Al di fuori, la ritrosia in persona, calmo e composto in apparenza, dopo aver cominciato ad abbandonarsi a strane divagazioni anche durante il giorno, la serenità dell’uomo si tramuta in sconforto e malinconia, come se il pericolo maggiore consistesse nel restare solo, invaso da una tempesta florida di ricordi e stimoli.
Con il passar del tempo, l’ingenuità lascia il posto alla malizia. Il vigore del sesso subentra al sentimentalismo. La riservatezza si corrompe, trasformandosi in brutalità. Così, raggiunto il giusto accordo tra anima e materia, il corpo e lo spirito in perfetto equilibrio, l’uomo senza nome, al riparo dalle sue noiose occupazioni e distratto da un incendio che arde e consuma impunemente, viene con grande sforzo, soffocando il grido del suo cuore. Assaporando, nudo e contorto, un meritato orgasmo.
Orgasmic Man è il titolo dato a una fotografia in bianco e nero. Scattata nel 1969, negli ultimi dieci anni è ritornata in auge grazie alla traduzione e pubblicazione per i tipi di Sellerio del romanzo Una vita come tante, imponente opera seconda di Hanya Yanagihara il centro nevralgico della cui disanima sulla crudeltà umana è la lunga amicizia tra quattro ex compagni di college trasferitisi in una febbrile e sontuosa New York. In copertina, oscillando tra la luce di una possibile resurrezione e il baratro dell’autodistruzione, si impone la presenza della fotografia poc’anzi citata.
Il suo autore è un giovane e ancora semisconosciuto Peter Hujar (1934-1987), definito il Nadar di Downtown New York e in grado di ispirare con il suo distinto gusto per la vita nei suoi attimi di maggiore vulnerabilità e visceralità figure quali Nan Goldin e David Wojnarowicz. Oggi accostato a Diane Arbus e Robert Mapplethorpe, Hujar non conobbe lungo la sua breve e tormentata esistenza la fama ora attribuitagli. Salvo poi essere riscoperto dopo la sua morte, giunta a causa di complicazioni dovute all’AIDS.
Destino amaramente condiviso insieme a molti tra i soggetti da lui stesso ritratti, come Cookie Mueller – apparsa in numerose pellicole del famigerato Pope of Trash John Waters, da Multiple Maniacs (1970) a Polyester (1981) – e Larry Ree, fondatore nel 1972 della compagnia di danza drag Gloxinia Trockadero Ballet, dalla quale sarebbe in seguito nata l’ancor più celebre Les Ballets Trockadero de Monte Carlo.
Sulla solitudine che accompagnò fino ai suoi ultimi giorni il fotografo, inviso ai galleristi, secondo quanto tramandatoci da Fran Lebowitz, lo storico Stephen Koch – il quale conobbe Hujar attraverso la filosofa Susan Sontag, da sempre una sua sincera sostenitrice, e che ne divenne successivamente alla sua scomparsa il curatore dell’archivio – così si espresse: “Peter era probabilmente la persona più sola che abbia mai incontrato. Viveva in isolamento, ma era un isolamento molto affollato. Intorno a lui c’era un cerchio che nessuno attraversava.”
Mentre il concorso dell’appena terminato concorso del Festival di Cannes è sembrato brulicare di ritratti d’artisti – dalla drammaturga in fin di vita Mari Morisaki (Tao Okamoto) in Soudain di Ryūsuke Hamaguchi al regista Esteban Martínez (Javier Bardem) in El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, dalla pianista decostruzionista Lucy Weiss (Léa Seydoux) in Gentle Monster di Marie Kreutzer allo scrittore rifugiatosi nell’autofiction Raúl (Leonardo Sbaraglia) in Amarga navidad di Pedro Almodóvar –, contemporaneamente alla prima mondiale di The Man I Love, arriviamo a Peter Hujar’s Day, penultimo film di Ira Sachs, disponibile su Mubi.
Il 19 dicembre 1974 la scrittrice pioniera del reality novel Linda Rosenkratz registrò un’intervista con Hujar in cui gli chiese di raccontare nel dettaglio cosa aveva fatto il giorno precedente. Rosenkratz aveva in mente di scrivere una raccolta di conversazioni sulla vita quotidiana dei suoi amici artisti – a Hujar, nel novero dei primi intervistati, si aggiunse il pittore Chuck Close. Il libro non venne portato a termine e si ritennero perduti i nastri delle registrazioni. Tuttavia, nel 2019 venne rinvenuta una trascrizione dattilografata di detta intervista tra i documenti di Hujar, conservati presso la Morgan Library di New York.
Rinnovando il sodalizio inaugurato con il precedente Passages (2023), Ira Sachs dirige nuovamente Ben Whishaw, affiancato dalla sola Rebecca Hall (Rosenkratz, compagna di scena in grado di trasmettere al protagonista con la sua sola presenza una tangibile amorevolezza, seppur semisilenziosa). Appena ingaggiato dal New York Times per ritrarre il poeta beat Allen Ginsberg, quello di Whishaw è un Hujar crepuscolare e commovente. Ghermito dai discreti rumori offerti dal traffico sottostante,
Whishaw ridà lentamente nuova linfa alle aspirazioni, alle idee, alle bugie minuscole, alle delusioni provocate dalla rozzezza delle celebrità locali incontrate, al timore di andare incontro alla precarietà finanziaria a causa dei committenti non sempre in grado di rispettare il compenso pattuito inizialmente, all’incedere della presbiopia del fotografo, muovendosi in un appartamento très chic – immortalato in pellicola 16mm, restituendoci un ricordo tratto da un abisso logoro di decenni –, eppure limitato. Un appartamento mai abbastanza in ordine, simile a una prigione senza sbarre eretta per proteggersi dal giudizio degli altri, inclini a pronunciare spesso e volentieri la parola “fixed”, che pare suggerire una malcelata superficialità in luogo del più raffinato “neat”, preferito con puntiglio da Hujar.
Quello di Whishaw è un Hujar alla ricerca di profonde connessioni finallora, forse, prerogativa della galassia di artisti, drag queen e scrittrici che alimentarono la scena creativa dell’East Village negli anni '70. È un Hujar che si rifugia nel lavoro e nella sua camera oscura, quando riesce a evitare prolisse conversazioni telefoniche. È un Hujar, in particolare, consapevole testimone della mortalità e mutevolezza dei suoi soggetti, attento più a tramandarne con precisione la memoria che a documentarne i singoli gesti – difficile dimenticare l’immagine di una Candy Darling impeccabilmente truccata, benché ritratta sul letto di morte.
Un Hujar memore della sua medesima fine. Mentre rivolge lo sguardo al tramonto slavato. Mentre accavalla le gambe. Mentre si accende l’ennesima sigaretta. Mentre seguita a dirsi di non aver combinato niente che potesse definirsi degno di essere registrato. Dettagli sottolineati peraltro da pochi, ma incisivi estratti dal Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart.
Nonostante il ristretto minutaggio, Peter Hujar’s Day non è esente da difetti, che emergono con la complicità di scelte stilistiche che destano non poca perplessità. Per esempio, la rivelazione del dispositivo cinematografico, evidenziata ora dall’ombra di un tecnico del suono all’interno dell’inquadratura, di un ciak nel prologo, di un paio di quadri che saltano, sfociando in un bianco annichilente. Deviazioni che stonano con l’eleganza della ricostruzione dell’epoca. Oppure, non rifugge neppure da una quota di inevitabile noia colpa di una sceneggiatura sfavorevole al personaggio affidato a Rebecca Hall, in diverse occasioni più spettatrice passiva che contraltare.
Nondimeno, al di là della natura di esperimento verbatim, resta la sensazione di assistere a una preghiera sussurrata con la massima delicatezza, simultaneamente eterea e concreta. Appartenente a un tempo svanito in un lampo, imitando il clic scaturito dalla camera in azione.