È difficile capire da dove iniziare per parlare delle backrooms: si potrebbero scomodare il perturbante freudiano, gli spazi liminali, la costruzione collettiva e a tratti mitologica delle creepypasta internettiane, la tradizione analog horror e i glitch nel Matrix. Si potrebbe partire, forse, dal minimo comune denominatore di questo elenco: la strisciante sensazione che dietro al nostro quotidiano, dietro agli spazi che frequentiamo tutti i giorni, si nasconda qualcosa di familiare eppure terribile e sinistro.

L’idea delle backrooms (letteralmente i “retrobottega”) nasce nel 2019. È una creepypasta, appunto, ovvero una sorta di leggenda metropolitana nata su Internet dalla foto di un stanza gialla completamente vuota, correlata da un testo: “Se non stai attento e ti ritrovi fuori dalla realtà nelle zone sbagliate, finirai nelle Backrooms, dove non c’è altro che […] la follia del giallo uniforme […] e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate a caso in cui rimanere intrappolato. Che Dio ti salvi se senti qualcosa che si aggira nelle vicinanze, perché di sicuro ti ha sentito”.

“Ritrovarsi fuori dalla realtà” è reso nel testo originale con il verbo “noclip”; il termine, derivato dal gergo videoludico, indica un comando che permette di disattivare la collisione con oggetti solidi all’interno di un videogioco, permettendo per esempio al giocatore di attraversare i muri. In sostanza, quindi, le backrooms sono una sorta di spazio labirintico e sterminato, nascosto dietro i confini della realtà, a cui si può accedere solo casualmente, infestato da entità maligne.

Questa premessa è importante per poter parlare dell’omonimo film d’esordio del regista Kane Parsons, diventato famoso per aver realizzato su YouTube una serie di cortometraggi analog horror ispirata proprio a quella creepypasta. Parsons – che pure ha ribadito a più riprese di non avere la paternità dell’idea originaria, sottolineando l’aspetto insieme anonimo e collettivo della costruzione del folklore internettiano – ha il merito di avere popolarizzato quella suggestione, diventandone una sorta di genitore putativo.

Backrooms è ambientato nel 1990 e vede come protagonisti Clark (Chiwetel Ejiofor), proprietario di un negozio di mobili, e la sua psicologa Mary Kline (Renate Reinsve), da cui l’uomo si reca per elaborare il recente divorzio con la moglie causato dal suo alcolismo. Clark, in effetti, oscilla tra la convinzione di essere esente da colpe e la sensazione di essere un elemento distruttivo nella vita delle persone, e di essere pertanto destinato a restare solo.

Cacciato di casa dall’ex moglie, Clark vive all’interno del suo negozio; proprio lì, una sera, scopre casualmente un accesso attraverso il muro a quello sterminato spazio liminale, e decide di iniziare ad esplorarlo. L’esplorazione e la mappatura di quel labirinto infestato e ostile diventano presto un’ossessione per l’uomo, che arriva non solo a considerarlo un ambiente più familiare della realtà stessa, ma addirittura a scegliere di non uscirne mai, smettendo di andare alle sedute con Mary.

La trama, in fin dei conti, è tutta qui. La vera novità del film rispetto ai corti originari di Parsons sta nell’intuizione di rendere letterale la definizione psicologica di spazio liminale: “il periodo che intercorre tra la fine di una fase della vita di una persona e l’inizio di quella successiva, come un divorzio, una gravidanza o la morte di una persona cara”.

Le backrooms cinematografiche, in sostanza, diventano la rappresentazione dello stato emotivo in cui ci si ritrova dopo un evento capitale nella propria vita: Clark, decidendo di abitarvi e di rinunciare a un percorso psicologico che lo aiuti a traghettarsene fuori, sceglie di restare bloccato in una fase che dovrebbe essere transitoria per definizione, e che diventa così una prigione autodistruttiva.

L’intuizione – messa in scena in modo più didascalico di quanto ci si aspetterebbe, dato il materiale di partenza – colloca così Backrooms nel solco di quella tradizione cinematografica horror che impiega gli spazi liminali per raccontare storie di persone bloccate in una fase della loro esistenza, che sia per paura, inadeguatezza o contesto storico.

Si pensi a Vivarium di Lorcan Finnegan (2019), che sfruttava la liminalità di un sobborgo americano per raccontare il terrore di una coppia di restare intrappolata nello stereotipo della famiglia tradizionale, tra ruoli di genere e lavoro di cura sui figli. Oppure a film come Eraserhead di David Lynch (1977) e Exit 8 di Hachiban Deguchi (2025) che, seppur con linguaggi totalmente differenti e risultati altrettanto discordanti, raccontano una simile angoscia nei confronti della paternità.

Lynch ambienta la storia di Henry in un paesaggio industriale e semi-deserto, evidenziando il senso di inadeguatezza e alienazione dell’uomo, mentre Deguchi preferisce rendere letterale il loop mentale del suo protagonista (che non si sente pronto a diventare genitore) intrappolandolo in un corridoio della metropolitana senza uscita.

Ciò che distingue Backrooms da questi esempi non è tanto l’originalità del discorso, quanto la scelta di innestarlo su un immaginario già fortissimo e popolarizzato come quello della creepypasta da cui prende il nome. Parsons, insomma, prende una delle mitologie più fertili nate su Internet negli ultimi anni e la piega a una riflessione sorprendentemente sincera sulla stagnazione emotiva e sull’incapacità di attraversare il cambiamento, invece di limitarsi al credito di cui già gode.

Il risultato è un film forse troppo esplicito per essere davvero inquietante – o, meglio, inquietante soltanto quando smette di spiegarsi – ma comunque capace di ribaltare la suggestione originaria: il vero orrore non è che si nasconda qualcosa di terribile dietro al quotidiano, bensì che quel luogo terribile possa finire per sembrarci casa.