And you say,
"Oh, when love is gone
Where does it go?"
And where do we go?

Arcade Fire, Afterlife

È vero, gli sono occorsi ben cinquant’anni prima di comprendere un dato di fatto in tutta la sua cristallina e sconcertante chiarezza, eppur infine anche l’eternamente giovane Mochizuki – reduce dalla Campagna delle Filippine e spentosi in un ospedale di Tokyo nel maggio 1945 – dichiara, confessandosi alla collega Shiori non senza una minuscola dose di imbarazzo, di esser stato davvero parte della felicità di un’altra persona. Dunque, dopo essersi rivisto nel ricordo più lieto di Kyoko, sua fidanzata prima d’arruolarsi, conclude il suo discorso sussurrando, in un sospiro sospeso tra il rimpianto e il sollievo, le seguenti parole: “Che scoperta meravigliosa!”

Nelle parole di Jean-Luc Godard, riprendendo una testimonianza inclusa nel documentario di Ruben Gevorkyants e Krikor Hamel Paradjanov, Le Dernier Collage, “il linguaggio cinematografico esiste di per sé e chi crea cinema è al suo servizio”. Pertanto, non siamo noi a creare il nostro linguaggio artistico, limitandosi l’artista a scoprire in itinere la cifra della propria opera. In breve, secondo l’autore di Fino all’ultimo respiro e Il bandito delle 11, è il lavoro dell’artista a precederne la personalità.

Qui, nel caso di After Life – nell’ambivalenza del cui titolo internazionale rischia di perdersi il suddetto senso di meraviglia descritto dal suo protagonista, presente al contrario nell’originale Wandafuru raifu (letteralmente, “vita meravigliosa”) –, non appare illogico affermare che anche Hirokazu Kore-eda stesso è un prodotto del linguaggio cinematografico, in un modo tutto suo.

Se nel tempio del cinema ci sono immagini, luce e realtà, anche Koreeda, appena al suo secondo film – prosecuzione ideale in termini sia tematici sia spirituali del precedente Maborosi (1995), che ne sancisce l’esordio alla regia, ugualmente distribuito di recente nelle nostre sale –, si dimostra esserne sia il servitore fedele e talentuoso sia il pieno sovrano e proprietario. A questo punto, è legittimo porsi due domande. Come si giunge a quest’affermazione? Qual è l’origine di After Life?

Una possibile risposta a entrambe le questioni in oggetto potrebbe riscontrarsi in un passaggio tratto da un’intervista concessa al magazine Flavorwire in occasione dell’uscita nelle sale statunitensi di Still Walking (2008). Quando gli venne chiesto quale genere di ricordo si sarebbe maggiormente volentieri portato prima di varcare le soglie dell’eternità, Koreeda scelse un’esperienza vissuta durante gli studi dal sé diciannovenne.

All’epoca assiduo frequentatore di un cinema d’essai situato nel distretto di Ginza, un giorno, terminata la proiezione di Vivere di Akira Kurosawa (1952), altro capolavoro del cinema giapponese, ogni spettatore presente si alzò e applaudì. Kore-eda racconta: “In quel momento, non c’erano né attori né registi a cui rivolgere quegli applausi. Solitamente, vien spontaneo applaudire al termine di pièce teatrali o spettacoli dal vivo. Ma che avvenisse la stessa cosa per una pellicola, quella fu personalmente un’esperienza completamente nuova. Nessuno tra i presenti se l’aspettava. Ognuno era come in cerca di una dimensione in grado di fargli dimenticare le proprie responsabilità. Credo che abbiano amato il film dal più profondo del cuore. In quel momento, ho capito quanto fosse potente e straordinario il cinema. Sono certo che quell’esperienza mi indusse ad abbandonare il mio iniziale proposito (diventare un romanziere, ndr). Volevo dunque diventare un regista”.

Ora, col senno di poi, non è una coincidenza che uno dei personaggi più importanti all’interno di After Life, pur sembrando all’apparenza poco più che marginale, condivida il medesimo nome dell’impiegato comunale in fin di vita interpretato dall’indimenticabile Takashi Shimura – cioè Watanabe. E allora di cosa parla mai After Life?

Dove la vita è ancora immersa nella natura e la realtà può apparire favola e la favola a sua volta farsi realtà, ventidue defunti vengono ospitati, in un edificio sperduto troppo anonimo per assomigliare a un albergo e troppo accogliente per assomigliare a una prigione, da quattro anime, supervisionate da un amministratore, rimaste bloccate in un Limbo che precede l’accesso al Paradiso. Quattro volti a cui è stato conferito un compito specifico. Chiedere a chi è appena deceduto di selezionare, tra innumerevoli, un unico ricordo da custodire per l’eternità, abbandonando in tal senso qualsiasi altro istante doloroso finallora sperimentato. Poi, scelto tale souvenir, i quattro s’incaricheranno di riprodurlo su pellicola e proiettarlo al termine della settimana di permanenza concessa agli ultimi arrivati.

Per esempio, un uomo opterà per l’attimo fuggente in cui, scacciato il pensiero del suicidio, vide scintillare non soltanto il tenue bagliore bluastro di uno spicchio di luna riflesso lungo i binari del treno, ma anche i volti della madre e della compagna – condividendo alcuni tratti con il tassidermista Bagheri, la cui apparizione risulterà cruciale nella seconda metà del vincitore della Palma d’oro Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami (1997). Per esempio, una donna, il cui sguardo dietro le lunghe ciglia si spalanca profondo come un orizzonte, si cullerà con il ricordo della notte d’amore trascorsa con l’unico cliente sinceramente in grado di amarla senza considerarla solo una prostituta, affrancandosi così dai margini cui la società l’aveva relegata.

Altri tre, al contrario, vireranno sulle sensazioni offertegli dai suoni. Rispettivamente, il tintinnio di una campanella che annunciava l’arrivo di una persona speciale; il ritmico e abitudinario incedere di un tram capace di restituire le sicurezze garantite da un’infanzia priva di ostacoli; il soffice avvicendarsi tra nuvole morbide come zucchero filato nonostante il transito di un velivolo lanciato a tutta velocità. E così via, senza rivelare ulteriori dettagli.

After Life, a distanza di quasi trent’anni, non si rivela però soltanto il variopinto arazzo in cui storie e personaggi si intrecciano in avventure ora epiche ora sentimentali, in cui i racconti dei protagonisti si prospettano in una misura doppiamente fiabesca, sia come appartenenti a un mondo che va scomparendo sia perché rivisitati nell’alone magico della fantasia. After Life è un’originalissima riflessione dedicata all’abilità del cinema d’ispirare chiunque vi si avvicini con curiosità, ai suoi strumenti in grado di cristallizzare la nostra memoria, rendendo così l’umanità immortale, una volta elevata dalla terraferma.

Non solo. Più avanti, si giungerà a un piccolo miracolo che non si può non citare in questa sede, tale da rendere il film un capolavoro e Koreeda stesso un totem nel panorama contemporaneo. Cioè, l'inserimento graduale del passato dei guardiani posti ai cancelli del cielo (i precedentemente nominati Mochizuki e Shiori, Kawashima e Sugie), ripercorso attraverso vari episodi e un sottile gioco di sentimenti tutt’altro che ornamentali, nonché tracciati con grande intuizione psicologica.

Qui, ogni raccordo contribuisce ad affiancare a ogni scelta la sua relativa assunzione di responsabilità, soprattutto in chi suole evitare di crescere e maturare. Segno di un intenso impegno umano, fatto di consapevolezza sociale, di fede nella comprensione e in una redenzione puramente aconfessionale, con amore e simpatia soprattutto verso le creature più umili, la cui ricchezza interiore emergerà distintamente ora in un gesto, ora in un’occhiata, ora in una frase illuminante, ora in una canzone.

Quindi, tra un lievitare soprannaturale solo suggerito e uno stupore continuamente rinnovato, in After Life resiste ancora oggi un bisogno di legami affettivi che dà un tocco di sorprendente attualità a questa storia, tanto lontana e tanto amena. Potrebbe benissimo apparire naif a chi pratica il cinismo. Eppure, lo stile con il quale viene condotta è concreto e addirittura puntiglioso nel sottolineare certi particolari realistici o certi stati d’animo mediante la riproposizione di situazioni apparentemente pleonastiche. Se lo stile è assai meno ingenuo di quanto possa apparire a una prima visione, risaltando così per sapienza, allora siamo di fronte a un grande film.

Questo è cinema, a dir poco emozionante e indelebile.