"Gli uomini sono proprio tutti uguali!"
Jane
Con il termine mockbuster, agevole crasi tra Mock (falso o parodia) e Blockbuster (campione d’incassi), s’intende una pellicola low budget che vorrebbe cavalcare l’onda del successo del kolossal originale, scopiazzandone le idee cardine. Un pregevole esempio è Piraña (1978) di Joe Dante, una furberia cormaniana realizzata parsimoniosamente per solcare lo sciabordio acquatico generato da Lo squalo (Jaws, 1975) di Steven Spielberg.
Proprio Roger Corman è stato uno tra i più scaltri produttori di queste mercenarie trovate, come ad esempio attestano alcuni scult: I magnifici sette nello spazio (Battle Beyond the Stars, 1980) di Jimmy T. Murakami, derivativo di Star Wars (1977) di George Lucas; La regina dei barbari (Barbarian Queen, 1985) di Héctor Olivera, declinazione femminile di Conan il barbaro (Conan the Barbarian, 1982) di John Milius e Conan il distruttore (Conan the Destroyer, 1984) di Richard Fleischer; oppure Carnosaur – La distruzione (Carnosaur, 1993) di Adam Simon e Darren Moloney, pauperistico clone di Jurassic Park (1993) di Spielberg.
Anche in ambito italiano ha proliferato diffusamente questa tipologia di prodotti filmici, che dimostrano tanto il geniaccio italico quanto la “cialtronesca” capacità produttiva. Qualche dilettevole esempio: Lo squalo ha generato la produzione del loffio Tentacoli (1977) di Ovidio G. Assonitis e più tardi lo stinto Shark – Rosso nell’oceano (1984) di Lamberto Bava; Star Wars ha stimolato l’artigianale realizzazione di Star Crash – Scontri stellari oltre la Terza Dimensione (1978) di Luigi Cozzi; Grease – Brillantina (Grease, 1978) di Randal Kleiser “ispirò” il provinciale Brillantina Rock (1979) di Michele Massimo Tarantini; Alien (1979) di Ridley Scott l’apocrifo sequel grottesco (in riferimento all’ambientazione nelle grotte) Alien 2 – Sulla terra (1980) di Ciro Ippolito.
Ancora, il già citato Conan il barbaro fu preso a modello per gli autoctoni Ator l’invincibile (1982) di David Hills (Aristide Massaccesi) e Hercules (1983) di Luigi Cozzi. Però in questa espansa produzione parallela merita una degna citazione Yeti – Il gigante del 20º secolo (1977) di Frank Kramer, alias Gianfranco Parolini. Probabilmente tra tutti i Mockbuster nostrani quello più ambizioso e… fallimentare.
Un titolo pubblicitario primaverile a caratteri cubitali riferiva: “Yeti il gigante del 20º secolo è il kolossal Natale ’77”. Nell’articolo, poi, si metteva in risalto la laboriosa lavorazione di circa un anno e un costo produttivo attorno ai quattro miliardi di lire, di cui 700 milioni spesi per il peloso mostro, alto 8 metri e i cui movimenti (testa e arti) erano con funzionamento meccanico, realizzati in Giappone. Elevato hype artistico in particolare di un gongolante Parolini, come conferma il backstage inserito nella terza puntata della sferzante inchiesta La macchina cinema (1978) realizzato collettivamente da Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia.
Il regista romano illustra entusiasticamente il suo imminente kolossal, che non sarà semplicemente uno spettacolone effettistico, ma conterrà anche un importante messaggio edificante, di valore ecumenico. Ma questo lacerto del dietro le quinte, al netto delle esaltanti dichiarazioni di Parolini (e il folklore dialettale dei macchinisti), fa comprendere celermente la pochezza tecnica e artistica del temerario film.
Un fervore realizzativo che nacque per sfruttare il positivo esito commerciale di King Kong (1976), diretto da John Guillermin ma creatura filmica fortemente voluta da Dino de Laurentiis. Ma è necessaria una precisazione: è vero che il remake di King Kong fu un blockbuster però, ripartendo gli incassi mondiali, solamente in Italia fu un concreto trionfo. Negli Stati Uniti l’accoglienza fu alquanto tiepida e soltanto gli effetti visivi, curati da Carlo Rambaldi, furono apprezzati (Premio Special Achievement agli Oscar 1977).
Per ricalcare quel successo, Parolini scrisse un soggetto in cui un gigantesco Yeti, rinvenuto ibernato tra i ghiacciai, veniva scongelato e strappato dal suo habitat naturale, per essere sfruttato economicamente esibendolo pubblicamente a Toronto. Dopo una serie di capovolgimenti narrativi, sarà salvato e lasciato libero dai due giovani protagonisti. Già questa scarna sinossi indica palesemente che di originale c’è ben poco, se non la sostituzione della gigantesca creatura e una narrazione mirata a un pubblico di bambini e/o adolescenti.
Altri capovolgimenti, però, accaddero in fase di pre-produzione. La smaccata imitazione originariamente doveva intitolarsi Yeti – The Big Foot e l’intento era quello di finalizzare rapidamente il film prima della realizzazione di un progetto simile che De Laurentiis avrebbe prodotto, e alla cui sceneggiatura stava lavorando Luciano Vincenzoni. Una competizione che terminò in tribunale per l’utilizzo del titolo, poi divenuto quello definitivo. Questa disfatta fu comunque per De Laurentiis una salvezza da un probabile flop, visti i disastrosi risultati del film di Parolini. Per un ironico gioco di rimandi nell’ambito del mockbuster, De Laurentiis produsse (non accreditato) L’orca assassina (Orca, 1977) di Michael Anderson, ulteriore succedaneo killer marino, scritto da Vincenzoni, filiazione de Lo squalo.
La pochezza di Yeti, intravista nel citato backstage, deriva soprattutto per la mancanza di un lungimirante produttore come De Laurentiis, utile non soltanto a mettere i soldi necessari per confezionare un buon prodotto, ma anche capace supervisore nel seguire con dovizia la lavorazione ed evitare approssimativi lavori. Gli ostentati 4 miliardi per mezzo stampa non appaiono assolutamente nel risultato finale. La volenterosa pellicola di Parolini pecca d’incapacità, a livello di storytelling e di messinscena. La storia, che come si è accennato brevemente è una scimmiottatura del Kinge Konge yankee, mischia dramma (lo sfruttamento dello sventurato mostro), Disaster Movie (l’affollato ascensore in bilico), fiaba (buoni e cattivi, ambiente naturale e metropoli cinica) e umorismo para-disneyano (personaggi buffi, battute o schermaglie amene).
Una comicità che, però, sovente diviene involontaria, ad esempio nella gag dell’inturgidimento del capezzolo dello Yeti quando Jane lo accarezza, del fantasioso scongelamento scientifico per via aerea, dell’evidente inerte pupazzetto (in sostituzione di Jane) che tiene in mano il mostro nei totali, oppure la creatura tenuta in vita con le bombole d’ossigeno.
All’implacabile bersaglio critico non sfugge altresì la consistenza qualitativa degli effetti speciali. Tra modellini dalle misure sballate (la grandezza della cabina rispetto al modellino dell’elicottero), di edifici di frettoloso e pacchiano polistirolo, trasparenti dai colori slavati rispetto all’incollato Yeti e il deficit meccanico del gigantesco braccio peloso, utilizzato con parsimonia proprio per la scarsa praticità degli effetti speciali.
Perfettamente concordanti con il concetto di Mockbuster anche il cast, ampiamente italiano ma celato dietro AKA americani, e le musiche. Il solenne leitmotiv, arrangiato da Sante Maria Romitelli, è una “piccolissima” variazione di O fortuna dei Carmina Burana di Carl Orff. Ma per rendere il package produttivo più grandioso e griffato, fu creato ad hoc un gruppo denominato The Yetians, che firma un accattivante 45 giri contenente Yeti, allettante pezzo rock, e, come B-side, Funky Disco Sound, per i giovani che vanno in discoteca.
Un mastodontico pasticcio nostrano che non soltanto precluse la carriera di Parolini (tornò alla regia dieci anni dopo) ma troncò definitivamente la professione di Mimmo Crao, giovane attore calabrese dagli splendidi occhi che fu in precedenza Taddeo nel Gesù di Nazareth (1977) di Franco Zeffirelli. Infatti guardando Yeti – Il gigante del 20º secolo dispiace non tanto per i patimenti esistenziali e sentimentali dell’innocente mostro, ma per Crao che ne veste la scalcinata pelliccia. I primi piani sul mesto sguardo della creatura paiono più una richiesta di aiuto dell’attore calabro.
In esergo c’è una delle battute (s)cult del film, pronunciata dalla protagonista Jane (scopiazzatura anche del mondo di Tarzan), interpretata da una giovanissima Antonella Interlenghi sotto l’AKA Phoenix Grant. La battuta si potrebbe parafrasare in “I mockbuster italiani sono proprio tutti – pauperisticamente – uguali!”.