Figliato dal fervido estro di Larry Cohen (1936-2019), tra i più coriacei baluardi dei B movies yankee, il trittico Maniac Cop (1988-1993), diretto in toto da William Lustig, indica tanto i pregi quanto i limiti creativi del suo artefice. Come molte idee di Cohen, anche Maniac Cop parte dall’assunto di sovvertire un consolidato e pacifico topoi per traslarlo in un incubo calato nell’ambito quotidiano. Baby Killer (It’s Alive, 1973) ne è il più fulgido esempio, ove s’ipotizza che un neonato appena partorito sia in realtà un cruento essere deforme che gattonando semina terrore spargendo una lunga scia di sangue.

O Stuff – Il gelato che uccide (The Stuff, 1984), in cui non è il mostro a mangiare te, ma sei tu a mangiare la temibile creatura… sotto forma di dolce leccornia. Oppure finanche L’ambulanza (The Ambulance, 1990), nel quale l’usuale salvifica Croce Rossa diviene una misteriosa e temibile vettura della morte. Il plot di Maniac Cop verte sulla supposizione che la rassicurante figura del poliziotto al servizio del cittadino sia invece quella di uno spietato assassino tornato per vendicarsi, generando in tal modo il panico nella popolazione che, vedendo improvvisamente una divisa dell’ordine, pensa sia l’oscuro massacratore.

Da questo spunto Cohen elabora uno slasher frammischiato, nella parte iniziale del primo capitolo, con la detection e per tutto lo svolgimento della trilogia con il mito di Frankenstein. Nelle pieghe della trama, inoltre, Cohen, come di consuetudine, inserisce un sagace discorso politico alla stregua di Romero, scoccando frecciatine verso gli alti papaveri delle forze dell’ordine, interessati soltanto a non perdere la loro credibilità inquinata dalla corruzione.

A dare una certa concretezza a questo trittico horror c’è l’empirica messinscena di William Lustig, già autore di due film d’estrazione crudamente urbana come Maniac (1980) e Vigilante (1983), epigoni perturbanti di Cruising (1980) di William Friedkin. Nei Maniac Cop quel clima malsano di una New York ancora non bonificata permane in alcune contingenze narrative, in particolare nel primo capitolo – più adeso alla realtà – mentre nei successivi episodi subentrerà un sostrato quasi proclive al fumettistico. In questi tre film ci sono gli ultimi bagliori della lercia Grande mela, che soccomberà con la Tolleranza zero di Rudolph Giuliani, lo stesso ferreo repulisti che attua, in forma di livorosa vendetta, il resistente e integerrimo poliziotto Matthew Cordell (Robert Z’Dar), eticamente contiguo a Serpico ma dai modi spiccatamente violenti.

Un trilogia, appunto, che nell’arco di tre capitoli transita da discrete fattezze di B movie metropolitano – sebbene lo zampino fracassone del produttore James Glickenhaus deflagri nel finale – a un’estensione, narrativa e spettacolare, tendente ai blockbuster hollywoodiani. La – tenue – plausibilità del massiccio poliziotto redivivo dal secondo episodio diviene maggiormente paradossale, trasformandolo in un “Terminator/zombi” impossibile da accoppare… e sempre pronto a risorgere per un eventuale nuovo capitolo.

Anzi, aleggia in tutta la trilogia una marcata contraffazione di Terminator (1984) e Terminator 2 – Il giorno del giudizio (Terminator 2: Judgement Day, 1992) di James Cameron, con questo imperturbabile membruto, tornato in vita con un solo obiettivo, che stermina alacremente ogni persona a tiro con un armamentario sempre più ingente. In aggiunta nel terzo capitolo, con un breve citazionismo carpentiano (la chiesa de Il signore del male con tanto di carrellata), si lambisce, nel pre-finale, finanche un rimando a La sposa di Frankenstein (The Bride of Frankenstein, 1935) di James Whale.

Pertanto la solidità del primo film – e la godibilità dei seguiti – si stabilizza per merito della regia di William Lustig, che fornisce diversi pregevoli e dilettevoli momenti, come ad esempio i tensivi titoli di testa del primo capitolo, che mostrano la metodica vestizione del poliziotto killer, ben prima di Blue Steel – Bersaglio mortale (Blue Steel, 1990) di Kathryn Bigelow, oppure la sottile citazione dello scarico della doccia di Psyco (Psycho, 1960) nel flashback che rievoca il massacro subito da Cordel a Sing Sing.

In Maniac Cop 2 (1990) e nel capitolo terminale, invece, dovendo conservare lo storytelling iniziale, le variazione ruotano su quei motivi ricorrenti corroborandoli, però, con soluzioni più pompose, accentuando lo humour di alcune situazioni (l’incontro tra lo stupratore e Cordell, che rievoca, traslandolo, quello tra Frankenstein e il cieco), le sagaci battute del tenente Sean McKinney (Robert Davi), o i finali sempre più pirotecnici e d’ascendenza cameroniana.

Ma il sollazzo di questa trilogia erompe anche dallo stuolo di volti e corpi che donano efficacia ai personaggi e preponderante sostanza ai B Movie. Nel primo un idoneo Bruce Campbell come innocente, sulla scorta di un Cary Grant hitchcockiano, e un Tom Atkins tenace e paternalistico detective; oltre a Richard Roundtree che rievoca gran parte della blaxploitation, genere che lo stesso Cohen bazzicò. Di ugual funzionalità Robert Davi, coriaceo e bogartiano detective che sostituisce e condensa le dipartite di Campbell e Atkins, e Michael Lerner, con quel volto laido e fumettistico, perfetto come vice commissario di polizia corrotto. Oltre a Paul Gleason come “Mr. Wolf” carogna prodigo nel voler silenziare celermente la probabile testimonianza della poliziotta vittima Katie Sullivan (Gretchen Becker).

A ciò si aggiungono gli inaspettati camei dallo stesso Lustig (portiere del motel), di Sam Raimi (il reporter della Tv), di Danny Trejo (carcerato) e dell’ex pugile Jake LaMotta, come detective.Però il perno attoriale di tutta la trilogia resta il mascellone Robert Z’Dar (1950-2015), crasi fisica tra Frankestein (il cherubismo) e Arnold Schwarzenegger (l’imponente massa corporea). Creatura filmica di cui non importa la caratura recitativa, ma l’iconicità del volto.

La parabola produttiva/distributiva di Maniac Cop segna anche il tramonto di un certo cinema di facile consumo e artigianato. B Movies concepiti per il grande schermo, ma che dagli anni Novanta saranno proponibili soltanto nei videonoleggi per visioni casalinghe. Infatti Maniac Cop 3 – Il distintivo del silenzio (Maniac Cop III – Badge of Silence, 1993) fu rilasciato soltanto come straight to video e il figurato quarto capitolo non sarà mai realizzato. Come ugualmente un’ipotetica serie TV con Nicolas Winding Refn come produttore esecutivo.

Però i coriacei Cohen e Lustig riadottarono l’idea di base per Uncle Sam (1996), un horror dalla sfondo patriottico, nel qual un ex veterano ucciso durante l’operazione militare Desert Storm, ritorna in vita, travestito da zio Sam, per sterminare tutti i cittadini perché non abbastanza devoti alla Patria.