A distanza di 94 anni dalla prima trasposizione cinematografica e un intervallo di 4 anni dall’ultima apparizione, con nel mezzo svariati serial televisivi, “le raccommodeur de destinée” torna al cinema. In una nuova forma ma preservando le sue celebri peculiarità caratteriali e di vestiario, Maigret, l’amore e la morte (Maigret et le mort amoureux, 2026) di Pascal Bonitzer è un adattamento aggiornato del noto commissario creato da Georges Simenon. Tratto dal romanzo Maigret e gli aristocratici, già trasposto precedentemente altre tre volte in forma di episodio per tre distinte serie, questo lungometraggio, benché impeccabile nella foggia narrativa e di mise en scène, non si discosta molto dal formato televisivo.
Un episodio allungato, o un elegante Tv-movie, che poco aggiunge al noto personaggio e nulla al genere della detective story. Però, questo ordinario adattamento presenta alcuni interessanti spunti d’analisi sulle scelte adottate da Bonitzer, anche autore della sceneggiatura. Il coriaceo e compassato commissario Maigret è incarnato questa volta dal mingherlino Denis Podalydès, confermando come il personaggio possa essere proteiforme.
Iconizzato da attori robusti e ruvidi come Jean Gabin, Gino Cervi o per ultimo – en passant – da Gérard Depardieu, come a porre in evidenza l’imponenza della figura poliziale, il personaggio ha avuto esiti positivi anche attraverso attori di altra stazza e di provenienza avulsa dal mondo francese, come Rowan Atkinson o Sergio Castellitto.
Scegliere Podalydès significa calare il noto Maigret tra gli uomini comuni, quasi fosse un semplice travet, sebbene abile a svolgere le indagini. Un uomo il cui corso della vita si suddivide tra il lavoro e il focolare domestico. In quest’ultimo ambiente, di cui vediamo tranches de vie con la moglie (Irène Jacob), è un innocuo maritino che pensa a sorseggiare vino e a conversare con la consorte oppure a dedicarsi alacremente alla nouvelle cuisine.
L’attore diviene soltanto un contenitore della particolare personalità del commissario. Quello che maggiormente interessa allo spettatore – e prima al lettore dei romanzi di Simenon – è come Maigret condurrà le indagini e in quali tipologie di figure collaterali s’imbatterà prima di risolvere il caso. Un girotondo investigativo che, ogni volta, lo mette a confronto con disparati caratteri, maschili e femminili, che fungono da specchio descrittivo della società francese, usualmente di provincia.
Maigret, l’amore e la morte prosegue con i cliché funzionalmente vergati da Simenon, però spostando la vicenda ai giorni nostri. Non più una Francia tra gli anni Trenta e Sessanta, ma quella attuale. Un cambio inedito, ma soltanto in ambito temporale, perché non varia il rinomato schema giallo. Maigret permane un personaggio retrò che, sebbene circondato da nuovi mezzi tecnologici, non possiede un cellulare e né un Pc (usa ancora il formato cartaceo per verificare le informazioni).
E nemmeno il mondo circostante è sostanzialmente mutato. Parigi è trattata come se fosse uno spicchio di provincia e i personaggi di contorno, gli indagati, non si discostano da quelli tratteggiati qualche decennio prima. Soltanto i giovani collaboratori di Maigret sono attuali, nel vestiario e per la già citata tecnologia.
D’antan è proprio la detection che si dipana in ambito borghese: un ambasciatore ucciso, una governante vecchia maniera, un’aristocratica fascinosa e un giovane antiquario ma dai modi senili. Pertanto la trasposizione attuata da Bonitzer, che in passato adottò il romanzo Poirot e la salma, aggiornando Agatha Christie ed eliminando dalla trama il noto investigatore, con Alibi e sospetti (Le grand alibi, 2008), diviene un cinefilo omaggio – fine a se stesso – al genere e alla medesima imbastitura intessuta da Simenon.
La consistenza di Maigret, l’amore e la morte è la stessa di quella del dittico di Claude Chabrol incentrata sull’Ispettore Lavardin. Sono opere medie in cui quello che conta è il lavoro di abbozzo dei vari personaggi e uno sviluppo narrativo lineare, senza increspature.