Dopo le pulsioni cannibali del brillante esordio Raw (2016) e i violenti amplessi con macchine infernali del transgender Titane – premiato a Cannes 2021 – Julia Ducournau continua a indagare, attraverso il corpo e le sue mutazioni, gli anfratti più reconditi dell’animo umano. Un morbo dilagante, trasmesso attraverso il sangue, trasforma gradualmente le persone in marmo, fino a renderle vere e proprie statue inanimate. Se la storia dell’arte ci ha abituati alla bellezza statuaria di corpi la cui carne, grazie alla maestria umana, sembrava quasi viva, qui ci ritroviamo in un inferno terrestre dove il dolore viene scolpito su pietra.

Metafora o meno dell’epidemia AIDS che ha sconvolto gli anni Novanta, o del più recente COVID-19, il virus, di cui non si conosce l’entità, diventa un MacGuffin per raccontare le fragilità dell’essere umano e la lotta perpetua dello stare al mondo. Sballottati tra un passato fotografato a colori e un presente sempre più grigio, freddo e marmoreo, come le salme incastonate sui letti ospedalieri, Ducournau elimina ogni didascalismo, lasciando la parola alla pura potenza visiva e sonora: in poche parole, al cinema. Il rischio di scivolare in eccessi simbolici e diventare criptico è alto, ma la potenza interpretativa dei tre attori protagonisti fa pulsare Alpha di una disperazione vitale.

È proprio la forte componente mélo della recitazione - come anche della colonna sonora - a rendere credibile e coinvolgente ogni azione, scelta, decisione, presa dai personaggi, nonostante l’indeterminatezza di un racconto che intreccia passato e presente, sogno e realtà e che non intende fornire risposte. La regista francese ci accompagna sottopelle, come l’ago che marchia la carne di Alpha, tra le ferite e le viscere più intime dei suoi personaggi, per scoperchiarne i demoni interiori.

La dottoressa interpretata da Golshiteh Farahani è il cuore emotivo del film, una donna dalla forza titanica, divisa tra la figlia Alpha (Mélissa Boros) e il fratello tossicodipendente Amin (un intenso Tahar Rahim), incarnazione della sofferenza umana. Tra schiene che si sgretolano, botte di adrenalina, massaggi cardiaci e abbracci appassionati, questa Madonna Nera, intrisa di una pietà sacrale, combatte con ferocia, da vera supereroina, per tenere in vita un barlume di umanità.

In un mondo che cade a pezzi, tra venti indomabili e le sabbie rosse di Mad Max, il vero morbo sembra essere la paura dell’altro, del sangue, del fluido corporeo, del contatto e della contaminazione, che ci portano ad essere sempre più divisi e ostili; involucri vuoti, statue di sale “belle come Apollo” ma dal cuore di pietra.

Come l’amore aveva decostruito il machismo di Vincent Lindon ed era riuscito a sciogliere il cuore di titanio di Alexia, così, nel mondo apocalittico di Alpha, sembra essere l’unico vero vaccino per non rimanere pietrificati. Body horror o no, Julia Ducournau porta avanti con forza un’idea di cinema radicale, che passa attraverso i corpi per farli vibrare di vita.