Dopo Arancia Meccanica, Kubrick – che non si è mai accodato a un singolo genere – decise fosse giunto il momento di girare un film storico. Interessatosi alle opere di William Makepeace Thackeray, si avvicinò inizialmente al romanzo La fiera della vanità, per poi rendersi conto che la trama fosse troppo intricata per essere adattata in una pellicola. Fu allora che incontrò Le memorie di Barry Lyndon e, approfondendolo, cominciò a stenderne una prima versione.

La storia narra l’avventurosa e rocambolesca evoluzione del protagonista, interpretato dal giovane Ryan O'Neal, reduce dal trionfo melodrammatico di Love Story. Suddivisa in due momenti chiave, la vicenda prende avvio con l’ascesa del personaggio, seguita da una seconda parte che ne dimostra l’inevitabile rovina. Inevitabile perché l’epilogo sembra essere chiaro allo spettatore fin dalle scene iniziali. Un epilogo che si conferma lungo la visione e il susseguirsi delle ambientazioni, che si modificano e si alternano dando vita a qualcosa che appare già conosciuto. Già scritto.

Ma partiamo dall’inizio. Chi è Barry Lyndon? O forse dovremmo chiederci chi fosse prima di diventarlo. Nella prima parte del film, denominata Con quali mezzi Redmond Barry acquisì il titolo e lo stile di Barry Lyndon, ambientata dapprima nell’Irlanda settecentesca, ci viene presentata la genesi del personaggio: un giovanotto di bell’aspetto, Redmond Barry. Figlio di una vedova di modeste origini, affascinato dall’amore e dall’idea di ottenere ciò che desidera, lascia intravedere fin da subito quelle peculiarità che si struttureranno in modo sempre più vivido e indelebile.

Le immagini iniziali ci mostrano un Redmond infatuato della cugina Nora (Gay Hamilton). Egli non accetterà che ella possa scegliere di sposare il Capitano John Quin, ufficiale inglese benestante capace di sollevare le sorti della famiglia di lei. Questo è un primo dettaglio importante per comprendere la costruzione degli ideali di Redmond: l’ascesa sociale è un’aspirazione e il matrimonio può rappresentarne la chiave d’accesso.

Ma Redmond è ancora impulsivo e passionale nelle sue azioni e ciò gli costerà una sfida a duello dall’esito ingannevole che lo vedrà costretto all’esilio. Queste immagini iniziali sono preziose per sintonizzarsi con il protagonista e, in un certo senso, si ripeteranno lungo la narrazione in forme diverse. Il duello - che vedremo riproposto più volte come strumento che regolamenta, rivendica e giudica - rappresenterà la metafora della sua esistenza: per ascendere occorre lottare. Che venga fatto per amore, per denaro, per vanità o per libidine, la lotta diventa al tempo stesso liberazione e morte, un mezzo per validare sé stessi, rivendicare le proprie origini e trasformarsi in qualcos’altro.

Kubrick ce lo suggerisce fin da subito con quella che appare quasi come un dipinto: il duello del padre di Barry, un aspirante avvocato - ritorna l’elevazione sociale come oggetto identificatore - che perde la vita e, con essa, la propria ambizione. Redmond eredita questo meccanismo: l’onore è un sistema sociale da cui dipendono reputazione e status.

Ma questa costante fame di accrescimento, guidata da pulsioni lussuriose e goderecce, conduce il giovane scapestrato a dover rinunciare temporaneamente ai propri intenti. Durante il viaggio che lo condurrà lontano da casa verrà derubato da un bandito gentiluomo, il Capitano Feeney (Arthur O'Sullivan).

Questo incontro è quasi formativo: nello scambio con Feeney sembra che Redmond incontri una parte di sé. Nel brigante si intravedono i primi segni anticipatori di ciò che Redmond diventerà. In questa scena Kubrick sembra suggerire che aristocrazia e povertà - incarnata dal fuorilegge che si appropria dei beni altrui per sopravvivere - non siano poi così diverse nella sostanza: differiscono piuttosto nella forma e nella legittimazione sociale.

Non privo di speranze, Redmond troverà rifugio nel contesto militare, fatto di regole e sevizie, da cui cercherà di fuggire disperatamente, arrivando anche a mentire fingendosi qualcun altro. Anche qui la sua astuzia e adattabilità si mostreranno armi utili, come in un duello, per conquistare un nuovo tassello. Riuscirà infine, sotto forma di spia, ad accaparrarsi la fiducia dello Chevalier de Balibari (Patrick Magee), aristocratico irlandese esiliato e controllato dalla polizia prussiana. I due diverranno presto complici e, dopo aver truffato l’esercito prussiano, gireranno l’Europa imbrogliando galantuomini al gioco d’azzardo.

È in questa cornice che Redmond farà la conoscenza della bellissima Lady Lyndon (Marisa Berenson), dalla quale prenderà il titolo che consacrerà la sua entrata nel mondo blasonato. Tuttavia, come anticipato fin dall’inizio, le sue sorti sembrano già molto chiare.

Resoconto delle sventure e dei disastri che accaddero a Barry Lyndon è il titolo della seconda parte del film, in cui il regista si sofferma nella sfera più intimistica del protagonista. Le vicende sono scandite da immagini lente e simboliche, come quadri che richiamano l’epoca storica in cui la vicenda si consuma, accompagnate da una colonna sonora austera - come la Sarabande di George Frideric Handel -che diventa quasi un leitmotiv tragico, anticipando il destino del protagonista.

Le sue inclinazioni e spudoratezze non cessano neppure quando nasce tra i due un figlio amatissimo, Bryan (David Morley), figura che si contrappone a quella del figliastro, Lord Bullingdon (Leonard Rossiter), figlio del precedente matrimonio di Lady Lyndon e dunque erede legittimo dei beni familiari.

Kubrick rappresenta i due bambini come due specchi morali per Barry. Attraverso Bryan, Barry spera di radicarsi davvero nell’aristocrazia. Il bambino diventa anche il suo unico legame affettivo autentico - come non manca di ricordargli la madre - sebbene anch’esso venga inevitabilmente investito delle aspirazioni sociali del padre. Sembra quasi che Barry non sappia davvero amare, ma che nella relazione con l’altro cerchi sempre, consapevolmente o meno, una forma di affermazione personale. Sarà invece il rapporto con Lord Bullingdon a esacerbare la sua frustrazione. Barry non odia tanto il ragazzo per ciò che è, quanto per ciò che rappresenta: quella coscienza aristocratica che non lo reputa all’altezza e che continua a ricordargli la sua origine.

Dalla scena iniziale, in cui il duello mortale porta via il padre e le sue ambizioni, Barry sembra ereditare un destino simile, in un continuo atto di sabotaggio. Per tutta la durata del film non farà che ambire all’aristocrazia, finendo per imitarla senza mai appropriarsene davvero, assumendo una versione quasi parossistica di sé stesso. Con formalità e taglio ironico, la voce narrante ci preannuncia le sorti del protagonista e del suo infausto declino. Kubrick sceglie di concludere con una sorta di epitaffio che tira le somme: “It was in the reign of George III that the aforesaid personages lived and quarrelled; good or bad, handsome or ugly, rich or poor, they are all equal now.”

Una frase che ci sottopone a una verità tanto semplice quanto crudele: solo la morte ci rende davvero uguali. Dopo lotte arbitrarie e sogni di potere, Kubrick ci riporta a una realtà elementare: ogni storia può essere grande quanto effimera, proprio come le gerarchie che gli uomini, illusoriamente, costruiscono.