Marina Pleasure Serial altro non è che un consistente cofanetto distribuito dalla U.Mida Film (nomen omen!) sul finire del 1985. Ormai preziosa memorabilia per collezionisti nostalgici, oggi si rivela un valido reperto (video)archeologico per comprendere la rilevanza di Marina Hedman Bellis, meglio nota come Marina Frajese, nel porno italico. Il cofanetto, che consta di 19 “perle” filmiche con numerazione 401-419, nelle riviste di settore era reclamizzato come COLLANA AZZURRA. La pagina pubblicitaria, con tutte le VHS disposte quasi come il colonnato di San Pietro, erano accompagnate da questa accattivante descrizione:
"La U.MIDA FILM è orgogliosa di presentare nella sua nuovissima «collana azzurra» la fantastica Marina Frajese; l’unica, vera, grande pornostar in una straordinaria collezione di 19 videocassette indimenticabili. La nostra Marina (quella con le tette, non quella con le navi da guerra), vi farà letteralmente esplodere lo slip dall’eccitazione con questa fantastica, irripetibile «collana azzurra». Il più bel regalo U.MIDA Film per i suoi spettatori più esigenti".
Queste 19 Vhs hanno tutte la medesima composizione grafica. Custodia rigida con copertina a sfondo blu e un – mortificante – arcobaleno che solca, nella parte superiore, il retro e il fronte della copertina. La piccola foto di una radiante – e giovane – Marina, sulla già menzionata iride, funge da “sigillo” di garanzia. Sul fronte uno stimolante fotogramma estrapolato – si suppone – dal film in questione, sul retro un riquadro con la lista dei titoli che compongono la collezione. Un voluminoso “The Best”, sebbene la preponderanza della cernita sia composta di titoli scadenti, che copre il primo lustro del porno nostrano (1980-1985) e che fu messo in commercio quando Marina era all’apice della carriera, un paio d’anni prima di essere scalzata dalle nuove e più mediatiche pornodive Cicciolina (1951) e Moana (1961-1994).
Breve biografia di Marina
Le schede biografiche riferiscono che Marina Hedman Bellis è nata a Göteborg il 29 settembre 1944. I documenti presso l’anagrafe italiana, però, svelano che il reale genetliaco è l’11 giugno 1941. Tre anni in più che nell’hard fanno una sostanziale differenza. La sua primissima professione, svolta durante gli anni Sessanta, fu di hostess sugli aerei di linea svedesi. Smise quando si sposò, in Svezia, con il giornalista italiano Paolo Frajese (1939-2000), con cui ebbe due figli: Paolo Attilio e Liselotte.
Marina Hedman è stata espressione esemplare della bellezza scandinava: fluenti capelli biondi, pelle lattea e fisico giunonico. Il desiderio erotico svedese rappresentato prepotentemente da Anita Ekberg nell’episodio Le tentazioni del Dottor Antonio (1963) di Federico Fellini, con la Hedman giungeva a definitivo compimento, diventando completamente pornografico. Da sempre intenzionata a diventare una star del cinema, iniziò come fotomodella e, dopo il divorzio dal marito avvenuto nel 1975, a muovere i primi passi nel cinema. L’anno d’esordio (1976) già caratterizza la sua futura doppia carriera artistica: comparsa – propensa al nudo – in pellicole mainstream, protagonista indiscussa nei film hard.
In quell’A.D. 1976 Marina esordisce nella commedia Donna…cosa si fa per te di Giuliano Biagetti, per poi apparire in La pretora di Lucio Fulci e con protagonista – in un doppio ruolo – Edwige Fenech, altro sogno erotico – soft – di molti maschi. Nel film Marina recita la piccola parte di un’attrice di clandestini filmini hard: è la Regina in una versione porno casereccia di Biancaneve e i sette nani. Però molto più interessante la sua apparizione nell’erotico Emanuelle in America (1976) di Joe D’Amato, terzo capitolo apocrifo ricavato dal personaggio creato dalla scrittrice Emmanuelle Arsan. In questo cult del cinemabis la Hedman appare in una scena hard girata ad hoc per il mercato estero: una fellatio con coito – in primo piano – all’aitante Rick Martino.
L’inserto pornografico era un rafforzativo espediente distributivo frequentemente utilizzato nelle pellicole erotiche italiane degli anni Settanta per il mercato estero ma anche per ardimentosi cinemini che ne facevano richiesta. Uno stratagemma non dissimile da quello usato durante gli anni Cinquanta e Sessanta per determinati mercati stranieri, che erano molto più permissivi sul quantitativo di epidermide femminile da ostentare.
Celebri le sequenze “osé” de La nave delle donne maledette (1953) di Raffaele Matarazzo, de Il mulino delle donne di pietra (1960) di Giorgio Ferroni oppure la scena hot di Danza macabra (1964) di Anthony M. Dawson, in cui Sylvia Sorrente, in penombra ma con birichina luce ben mirata, ha i prosperosi seni discinti. O la versione estera di Top Sensation (1969) di Ottavio Alessi con una sequenza “zoofila” tra Edwige Fenech e una capretta, ma fuori campo.
Nel volenteroso prosieguo della carriera cinematografica tradizionale Marina fu poi figurante nelle pellicole d’autore Primo amore (1978) di Dino Risi e La città delle donne (1980) di Federico Fellini; e comparsa in Fantozzi subisce ancora (1983) di Neri Parenti, nel ruolo della “Contessa”, amante (in verità peripatetica assoldata per la villeggiatura) di Calboni (Riccardo Garrone). Però tra le diverse pellicole mainstream una menzione a parte merita il dramma psicologico/erotico Le mani di una donna sola (1979) di Nello Rosati. Marina è per una volta protagonista, nel ruolo – impegnato – della contessa Eugenia Fabiani. Lesbica e immorale, sarà punita crudelmente.
È apparsa anche in alcune avventure dell’Ispettore Giraldi, nella serie dei delitti. Tra queste pellicole è opportuno citare la simpatica (parodica?) comparsata in Delitto sull’autostrada (1982) di Bruno Corbucci. Nico Giraldi (Tomas Milian) è nascosto dentro un confessionale per riferire al Commissario Trentini (Marcello Martana) l’indagine che sta conducendo. Successivamente ascolta il pentimento di una moglie fedifraga (Marina Hedman) che gli confessa, pensando che dietro la grata ci sia un prete, gli incessanti tradimenti con chiunque gli capiti a tiro. Di tutta risposta Giraldi l’invita ad andare con il marito a Bologna, dove c’è la fiera delle vacche e dei bovini. E chiude il suggerimento con un sentito: “A zozza!”.
Infine, non va dimenticato che Ciprì e Maresco l’avrebbero voluta in Totò che visse due volte (1998), per ricoprire il ruolo della Madonna. Al di là del loro atto provocatorio, tale scelta era per sottolineare come l’attrice sia a tutt’oggi un’icona sacra da venerare. Da quando ha abbandonato il cinema, chiudendo la professione come l’aveva iniziata, con una minuscola parte nel porno soft Appuntamento in nero (1990) di Antonio Bonificio, nelle vesti di una morigerata – ma piacente – cassiera di un cinemino porno, e nel “biopic cumulativo” porno semi amatoriale Finalmente Marina (1991), la Hedman si è completamente eclissata nella sua villa nei dintorni di Roma, negandosi anche a qualsiasi intervista.
Marina: zia, mamma, moglie, dottoressa…
In Marina Pleasure Serial, lacerto di una proficua carriera di pornostar, si evince come i ruoli più congeniali dell’attrice siano stati quelli di signora quarantenne – borghese – avvezza al sesso. Personaggi funzionali alla sua età ormai di donna matura, tenendo in conto la reale data di nascita (1941). Ma anche del suo fisico, che lentamente diveniva meno slanciato e più cascante. La zia svedese (1980) di Mario Siciliano è il più fulgido esempio, nonché un vero e proprio classico nella vasta filmografia di Marina. Il titolo condensa due sogni sessuali: il desiderio incestuoso che può derivare dalla figura di una zia procace e l’immaginario erotico che comporta il Paese scandinavo.
Mentre la trama si riallaccia a quelle commedie erotiche degli anni Settanta, che avevano come tema pruriginoso lo svezzamento sessuale in ambito familiare borghese, come ad esempio Grazie… nonna (1975) di Marino Girolami, con protagonista Edwige Fenech; Innocenza e turbamento (1974) di Massimo Dallamano, nuovamente con la Fenech. Oppure, per citare un titolo nobile e “seminale”, Grazie zia (1968) di Salvatore Samperi e con la “Milf” Lisa Gastoni. La zia svedese, come altri hard del periodo, avevano anche una versione “purificata”, ossia non contenente le scene porno, o comunque con l’eliminazione dei dettagli hard nelle scene di copula.
Però Marina è dedita zia, che vizia sessualmente con cura il nipote, anche in Sesso allo specchio (1984) di Lucky Faar Delly. In questo misero hard interpreta Gioia, una delle due procaci zie (l’altra è la mora Cecilia Paloma), che l’aitante nipote Giuliano (Giuliano Rosati) dovrà scegliere come tutrice per amministrare il patrimonio ereditato dal padre, perché ancora non maggiorenne. La decisione sarà molto dura: ambedue le ziette hanno argomentazioni molto convincenti. E anche la figlia adolescente di Gioia (Coralin) contribuisce a rendere complicata la scelta. Altresì in Jojami (1984) di Faar Delly riveste il ruolo di zia prodiga d’amore, questa volta verso due nipoti ospiti in casa: uno di indole studiosa, l’altro di tendenza sportiva.
Zia premurosa, però anche mamma amorevole. In queste 19 perle è madre nei già succitati Jojami e Sesso allo specchio, ma anche in Nido d’amore (1984), anch’esso diretto dall’indefesso Faar Delly. È un porno che punta su una tenera storia di giovani amanti fantasmi che cercano la liberazione eterna, che potrà avvenire soltanto se altri due giovani compiranno l’amplesso senza essere interrotti. In tutte e tre le pellicole Marina ha una figlia, tanto dolce quanto birboncella.
Un poco diverso I vizi della signora (Sueca bisexual necesita semental, 1982) di Ricard Reguant, pellicola girata in Spagna. Nel film Marina è sposata con un facoltoso anziano rimasto paralitico, che non può appagare i suoi pruriti sessuali. Quando ritorna il piacente figlio del marito, tra i due scocca la scintilla sessuale ma, soprattutto, una passione sentimentale (situazione già vista in La zia svedese). Nessun Happy-End, però, perché ci sono le convenzioni sociali (borghesi) da rispettare.
Per quanto concerne i ruoli di moglie si possono distinguere due caratteri agli antipodi: moglie frigida o consorte che si prodiga totalmente nell’appagare i desideri del marito. Nel primo caso da menzionare La chiave del piacere (1984) e Pin Pon (1984), ambedue diretti da Lucky Faar Delly, nei quali Marina interpreta un personaggio analogo: una donna con delle remore sessuali. In Pin Pon è una donna restia nel farsi toccare dal marito (Bruno Alias). Si masturba segretamente ma, nelle giuste situazioni, dimostra la sua spiccata libidine tanto con la giovane cameriera (Evelyn O’Keefe) quanto con il genero (Giuliano Rosati), di cui approfitta nel mentre anche il marito bisessuale. Mentre ne La chiave del piacere Marina va da una taumaturga – trans – per risolvere le sue titubanze verso il sesso anale, pratica ardentemente desiderata dal marito (Giuliano Rosati). La guaritrice saprà curarla seduta stante, con l’ausilio del suo prestante aiutante. E anche il marito scoprirà nuove esperienze.
Invece è moglie devota – e partecipe – ai desiderata del marito Oslavio (Erminio Bianchi Fasani) in Sesso allegro (1981) di Lee Castle, perché accondiscende alla sua perversione necrofila, ossia suo marito ama fingersi morto per poi essere risvegliato tramite pratiche sessuali. Moglie talmente acquiescente che ingaggia per appagare il coniuge tre prezzolate prefiche. Anche lei, però, approfitta delle tre ragazze assoldate. In Le due bocche (1985) di Lucky Faar Delly è Jasmine, un’ottima donna di casa che condivide con il marito (Bruno Alias) le gioie del sesso in tutte le sue varianti, intrattenendo con il consorte rapporti a tre o quattro: uomini, donne e perfino trans (Giuliano Rosati, Paolo Gramignano, Cecilia Paloma, Ashley Queen)
Infine, Marina è stimata sessuologa in Wendee (1984) di Faar Delly. Nelle rispettabili vesti di luminare della medicina attua come funzionale terapia il sesso in studio, con l’ausilio dell’abile assistente Alby (Giuliano Rosati). Anche questa pellicola è produttivamente misera e come tutte le altre è narrativamente tirata per lunghe solo per infarcirla di ogni tipo di perversione sessuale, tra cui una seconda parte che improvvisamente (e inopinatamente) sfocia in un sogno/incubo pervaso da insalubre sadomasochismo.
Marina e le altre
Marina Pleasure Serial consente anche una panoramica sulle prime attrici che hanno bazzicato il pioneristico hard italiano. Figure femminili molto differenti dalla carica sessuale che sapevano promanare Cicciolina, Moana, Selen o finanche Eva Henger, che possedevano un fisico molto simile a quelle delle Top Model. Le prime attrici hard erano archetipi delle successive pornostar, con un aspetto comune, da casalinghe insoddisfatte o da studentesse appena uscite dai licei. Molte di esse lo facevano per un rapido guadagno, per risolvere dei problemi occorsi nella vita privata, come debiti oppure droga. Altre per provare l’ebbrezza del proibito. Mentre alcune per una vera e propria passione esibizionista e/o una spiccata ninfomania. Tra quest’ultime proprio Marina, come differenti personalità del settore hanno affermato: "Marina? Era una ninfomane". (Luca Damiano, in “Moana e le altre”, p. 28)
Tra le attrici che si vedono in questa serie compare in cinque pellicole la nera Sonia Bennet, espressione sessuale dell’esotismo. Di origini giamaicane, viveva a Napoli e pare avesse una cospicua prole da mantenere. Dopo la parentesi porno si sono perse le sue tracce. In questi film sovente è relegata a ruoli di serva e le sue scene rappresentano il genere “interracial sex”… ma all’amatriciana. Ha un ruolo da protagonista in Orgasmo esotico (1981) di Lee Castle, in cui tramite magia nera rende zombi gli altri personaggi, non prima di un’inevitabile sequenza di sesso.
In sei film del cofanetto c’è Guia Lauri Filzi (1943-2016), in un certo qual modo versione mora della biondissima Marina. Spesso ha attuato ruoli similari: signora borghese, zia o mamma. Lauri Filzi fu una delle prime a fare da “controfigura” alle attrici che non accettavano di fare scene porno per il mercato estero. Ricordata come una stakanovista, dopo la carriera porno, terminata nel 1987, aprì un negozio a Roma. Tra i film proposti nel cofanetto è apprezzabile e auto-ironica in La zia svedese, in cui recita il ruolo della madre sicula e bigotta del giovane protagonista. Dopo la cura sessuale somministrata dal dottore (Erminio Bianchi Fasani) sarà una donna molto disponibile alle gioie del sesso.
Laura Levi (3 film) entrò nel porno per puri motivi economici: la laurea conseguita era valida come carta igienica ed era sposata con un uomo disabile. Sul set era super professionale e sebbene le sue scene siano altamente libidinose, il suo alacre fare era dettato soltanto dal rapido e necessario guadagno per appianare i problemi della vita privata. È notevole in Sesso allegro, nel quale interpreta una delle prefiche cooptate da Marina.
Sabrina Mastrolorenzi (4 film) fu un’altra stellina dell’hard pioneristico, con un aspetto molto comune. Non ha mai avuto ruoli da protagonista e la sua miglior performance è in Attenti a quelle due… ninfomani (1982) di Lee Castle. Interpreta Rosina, domestica burina (doppiata in ciociaro) gelosa del suo rozzo fidanzato Quinto (Giuseppe Curia), sempre in tiro con le altre ragazze.
Carolin (3 film), dalle forme acerbamente adolescenziali, ha interpretato soltanto ruoli di teenager, andando a creare il genere “teen”. In Fashion Love (1984) di Lucky Faar Delly è una delle due figlie di un facoltoso uomo d’affari (Bruno Alias), lasciata alle cure della istitutrice Marina, che in realtà è una truffatrice che con il complice (Giuliano Rosati) vuole ricattare il padre di queste due bambine, che saranno nel mentre svezzate carnalmente.
Altra bionda di quel periodo fu Sandy Samuel (5 film), alias Ornella Picozzi. Iniziò come stripteaseuse e cassiera del Teatrino di Milano, gettandosi anch’essa nell’hard per soldi. Tentò anche la carriera come cantante, pubblicando, senza successo, un 45 giri nel 1980: (I Like) Sado-Music. Ha (s)vestito differenti ruoli, però mai da vera protagonista. Film in cui si può gradire il suo modo di porsi al meglio è Sesso allegro, nel quale è una delle già citate prefiche… allegre.
C’è poi la meteora Mary Botle (1 film), alias Adriana Bonfanti, molti anni dopo apparsa in cronaca per una sordida storia di maltrattamento e sfruttamento di anziani. Il suo ruolo più consistente è in L’amante bisex (1984) di Lee Castle, che è la versione porno del precedente Carnalità morbosa (1981) di Mario Siciliano. La Bonfanti interpreta Nella, sorella giudiziosa e beghina dell’attempato Antonio (Enzo Andronico), che sta tirando le cuoia. Inizialmente è in lotta contro le tre giovani e piccanti amanti del fratello (Marina, Guia Lauri Filzi e Sonia Bennet) per l’eredità, ma alla fine non disdegnerà una pacifica e liberatoria orgia con loro. Già prima, però, si era concessa vogliosamente al notaio (Brunello Chiodetti). Un’attrice che per il suo aspetto âgée doveva rappresentare il genere Granny, ossia la donna anziana.
Marina e gli altri
Anche i pioneristici pornoattori nostrani erano lontani dalla generazione seguente. Non possedevano il magnetismo – e la dotazione – di Rocco Siffredi. E nemmeno l’esuberante presenza – con annessa prestanza – di Robert Malone, Franco Trentalance o Francesco Malcom. Erano normo-dotati e sovente villosi e con pancetta. A volte erano ex fotomodelli, finanche di fotoromanzi, ingaggiati soltanto per la capacità di riuscire a mantenere a lungo l’erezione, requisito basico per questa professione.
Anche nel loro caso discorso affine alle succitate attrici: entrati nel porno per motivi economici o libidinosi, quando hanno chiuso con l’hard molti hanno completamente archiviato quel periodo, svolgendo delle attività certamente anonime ma economicamente sicure. Soltanto un paio di loro (Bianchi Fasani e Rosati) hanno continuato a frequentare l’hard, ma come comparse, soprattutto perché impauriti dal dilagare dell’Aids nel settore.
Tra i primi porno attori ben visibili in Marina Pleasure Serial ci sono: Brunello Chiodetti, Paolo Gramignano, Giuseppe Curia, Erminio Bianchi Fasani, Bruno Romagnoli, Luigi Tripodi e Giuliano Rosati. Quest’ultimo (8 film), in un certo qual modo, è un proto Siffredi: fisico atletico, viso fascinoso e alacre performer. A differenza di Rocco, però, Rosati ha fatto spesso scene bisex (anche da passivo) con uomini e trans. Questa ambivalenza sessuale la si può comprovare in La chiave del piacere, JoJami, Pin Pon, Wendee e Le due bocche. E tra questi film, in Jojami si vede bene sia la sua prestanza fisica (l’allenamento ginnico), quanto la sua versatilità: sesso omosex con la trans e/o con il cugino.
Brunello Chiodetti (2 film), pseudo George Clooney de noantri, per i capelli brizzolati e un viso alquanto fascinoso, è altresì noto per una “rovente” scena di passione con Anita Ekberg nel Nun-Crime Suor omicidi (1979) di Giulio Berruti. Nella vita quotidiana lavorava in banca, fino a raggiungere una posizione abbastanza importante che lo costrinse a lasciare la professione – divertente – di attore hard. Nelle vesti di attraente notaio lo possiamo apprezzare in L’amante bisex.
Paolo Gramignano (7 film) è stato sicuramente uno degli attori più seducenti del primo hard nostrano. Aveva un fisico asciutto, era depilato e con un viso belloccio. Non proprio memorabile nelle scene porno, ma il suo dovere professionale lo ha sempre fatto. Smessa la carriera porno, ha professato quella di agopuntore e miniaturista. Tra i film che compongono questo cofanetto, in Orgasmo non stop (1981) di Lee Castle offre alcune delle sue migliori performance, non soltanto con Marina.
Giuseppe Curia (5), per il suo fisico villoso e in carne – oltre a vistosi baffi da zio – è in pratica un Ron Jeremy casereccio. Le cronache memorialistiche riportano che era legato alla mala e finì anche in galera per rapina. Le sue prestazioni non sono eccezionali, ma anche lui fu un attore devoto alla professione. Per il suo aspetto non proprio slanciato i ruoli congeniali erano quelli di personaggio buffo. Divertente come grossolano maggiordomo – sempre allupato – in Attenti a quelle due… ninfomani. Oppure – perennemente eccitato – come segretario personale del marito di Marina in La zia svedese.
Luigi Tripodi (3 film) è il corrispettivo (di corpo e baffi) di Giuseppe Curia. Si sono perse completamente le tracce di lui. Ha un ruolo divertente in Orgasmo non stop, come commesso viaggiatore sporcaccione che carica su Sonia Bennett (una truffatrice) e, dopo aver approfittato delle sue grazie, la deruba e la lascia appiedata.
Bruno Romagnoli (4 film) si situa tra Chiodetti e Gramignano. Ha avuto una carriera breve, non eccezionale e difficilmente si può scegliere un ruolo chiave. Si potrebbe menzionare il già citato Orgasmo non stop, nel quale è un bislacco ricco che assieme alla moglie decide d’imparare l’inglese. La maestra è Marina, quindi la coppia imparerà di tutto tranne che l’inglese.
Erminio Bianchi Fasani (4 film) merita una citazione a parte. Figurante o comparsa in tantissime pellicole mainstream, come ad esempio nella trilogia dedicata a Sergio Marazzi (Il trucido e lo sbirro, La banda del trucido e La banda del gobbo) di Umberto Lenzi, nel porno Fasani ha ruoli più consistenti. Non un divo, poiché ricoprì sempre ruoli di secondo piano, ma presenza costante nel cinema hard del primo lustro. Erano ruoli usualmente comici, come attestano Sesso allegro o Attenti a quelle due… ninfomani. In quest’ultimo, è un coreografo che si finge gay, però appena una delle due ballerine fa delle avances lui mostra le sue reali pulsioni carnali.
Nel porno delle origini recitavano anche rispettabili caratteristi della commedia all’italiana. Era presenti in questi film per puri motivi pecuniari e spesso non sapevano che il film che stavano girando fosse un porno, poiché di esso esistevano due versioni: quella hard e quella santificata. Chiaramente non avevano scene di sesso. Note le partecipazioni di Nino Terzo, Aldo Ralli, Enzo Garinei, Gino Pagnani o Enzo Andronico. Quest’ultimo è protagonista de L’amante bisex.
Oppure Carla Calò, presente in Orgasmo non stop solo perché moglie di Mario Siciliano. Solo un noto caratterista, apprezzato da Alberto Sordi che lo fece recitare in diversi suoi film, oltrepassò la linea del tabù. In Albergo a ore (1981) di George Curor, alias Roberto Bianchi Montero (1907-1986), Enzo Monteduro fa sesso non simulato con Sandy Samuel.
Gay, trans e bisex
Il cofanetto contiene anche performance con gay, trans o scene bisex. Queste scene a quel tempo erano una rarità. Una parentesi “depravata” offerta agli spettatori eterosessuali in cerca di qualcosa di completamente diverso e non “ortodosso”.
Fernando Arcangeli, intravisto nel ruolo della trav Debora in Amore tossico (1983) di Claudio Caligari, compare in tre film. E se in Orgasmo esotico si fa fare una – scadente – fellatio da Marina, in Orgasmo non stop ha una scena omosex da passivo durante una festosa, decadente – e ultima – orgia borghese.
Ashley Queen è stata una delle prime trans del porno nostrano. Risulta accreditata soltanto in 5 pellicole e tutte con Marina Frajese. Ruoli collaterali, incentrati sul suo corpo femminile completato da un obice maschile. Sempre passiva, le rarissime volte in cui doveva svolgere il ruolo di parte attiva utilizzava un evidente fallo posticcio. Spicca in Jojami, nel quale interpreta il personaggio del titolo. È una giovane cameriera da poco assunta da Marina e offre il suo doppio sesso sia alla figlia della padrona che ai due maschietti.
Bruno Alias, classe 1928, appare in 6 film. Ha una corposa carriera da comparsa, iniziata negli anni Sessanta. Ad esempio si può intravedere in Storie scellerate (1973) di Sergio Citti oppure in Acqua e sapone (1983) di Carlo Verdone. Uomo maturo, come attesta la sua data di nascita, ha prevalentemente attuato ruoli bisex. Sono memorabili le sue scene omo con Giuliano Rosati in Le due bocche e in Pin Pon. Da aggiungere ai già menzionati titoli anche Swoosie (1984) di Lucky Faar Delly, in cui è un facoltoso signore sposato con la giovane trans Ashley Queen.
Le performance di Marina
Marina Pleasure Serial è anche un’agevole “catalogo” delle performance dell’attrice svedese, che attestano come Marina si prodigasse in prestazioni estreme che le coeve attrici non svolgevano, trasformandola ipso facto in autorevole icona. Tale credito conquistato da Marina nel porno è anche comprovato dai titoli di alcuni film, che a partire dalla metà degli anni Ottanta sovente includono il suo nome, come ad esempio Marina Pin Pon, La voglia di Marina, Le due bocche di… Marina, Marina e la bestia N. 2 (1985) di Renato Polselli. Una consuetudine distributiva che rimanda alle produzioni – seriali – di Totò. Nel caso del Principe De Curtis garanzia di spassose risate, nel caso di Marina certezza di ampie zozzerie.
L’elenco delle performance di Marina è ricco e variegato. Non soltanto partecipò con slancio alle basiche scene di masturbazione, rapporti eterosessuali o a scene saffiche, ma fu una delle prime a girare scene anali, doppie penetrazioni (Le due bocche), rapporti con transessuali (Jojami, Le due bocche, Sesso allo specchio), orge (Le due bocche, Swoosie, L’amante bisex), pissing (La chiave del piacere) e zoofilia (I vizi della signora, Marina e la bestia N.2).
Da puntualizzare che la zooerastia in questi due film è artefatta, realizzata con falli palesemente posticci, come già scoprì a metà anni Ottanta il critico Sergio Grmek Germani “analizzando” la scena con protagonista il cavallo Principe in Marina e la sua bestia (1984) di Arduino Sacco. Ma quello che intrigava era vedere Marina sollecitamente indaffarata a dare piacere ai cavalli. Ed è conferma di come fosse un’attrice fuori dagli standard dell’epoca, perché accettava scene altamente “immorali”.
L’hard italiano delle origini
I 19 film selezionati per questo cofanetto mostrano palesemente come il porno italiano delle origini fosse raffazzonato, girato rapidamente alla bell’e meglio in poche giornate. Sovente c’è l’ombra dell’operatore ben visibile in campo. Ci sono scene estrapolate da un film precedente e riutilizzate (e ridoppiate con altri piccanti dialoghi). Oppure musica di commento riciclata da film mainstream, tipo l’allegro motivetto di Gianni Ferrio per Una vacanza del cactus (1981) di Mariano Laurenti riusata in L’amante bisex (e Carnalità morbosa). Miseria produttiva che si manifesta anche con l’utilizzo del solito sparuto gruppo di attori o dalle riconoscibili location (solitamente ville nei paesini vicino Roma, tipo Artena o Sacrofano, oppure il famoso Castello di Balsorano) prese in affitto per un periodo che permettesse di girare più film contemporaneamente.
Mentre le maestranze tecniche (registi, direttori della fotografia, montatori ecc.) si erano infilate in questo sozzo genere cinematografico principalmente per questioni economiche, essendo l’hard il genere che stava andando per la maggiore, come in precedenza lo furono gli spaghetti western o i decamerotici. Chi si gettò in questa industria poco onorevole utilizzò per convenienza dei nickname americanizzati (come nei citati spaghetti western) oppure nomignoli sessualmente accattivanti. Marina, sebbene abbia conservato il suo nome, ha usato una sfilza di “cognomi”, anche perché, dopo il divorzio e una lunga causa giudiziaria terminata nel 1985, l’ex marito gli proibì di utilizzare Frajese.
Riguardo i registi, Lucky Faar Delly – americanizzazione maccheronica del prestanome Luciano Fardelli – altro non è che Luca Damiano, alias Franco Lo Cascio (1946), con qualche infinitesimale intervento registico di Joe D’Amato, alias Aristide Massaccesi (1936-1999). Mentre dietro Lee Castle, Charles Lion o Carlo Leone si celava l’italiano Mario Siciliano (1925-1987).
La prima ondata dei porno nostrani, come si può ben vedere nei film contenuti nel cofanetto, erano primariamente incentrati su vicende familiari, in cui venivano resi “concreti” alcuni dei peccaminosi desiderata degli spettatori. Ed essendo ancora un genere non completamente codificato, si sfruttavano schemi già collaudati attraverso la contaminazione.
Se da un lato si prosegue facilmente con le trame da commedia erotica, con il soft si sposta nell’hard, tipo La zia svedese, Sesso allo specchio o L’amante bisex, dall’altro si tentano spericolati quanto bislacchi esperimenti con generi agli antipodi. Il comico/demenziale con Sesso allegro, in cui tre uomini si fingono pericolosi evasi per poter approfittare – dietro minaccia – di più donne possibili. Il grottesco con Swoosie, pseudo scopiazzatura di The Rocky Horror Picture Show (1975) di Jim Sharman, nel quale Marina è la cameriera servizievole di una stramba coppia. Il raffazzonato plagio con il musical camp di Sharman è riscontrabile perché due giovani sposi, rimasti in panne, riparano nella villa della già menzionata strana coppia, scoprendo (e partecipando) alle stramberie sessuali del luogo.
Un tentativo di “matura” commedia femminile, forse da interpretare come una velleità femminista (la conflittuale liaison tra Sonia e Marina), con L’amica di Sonya (1983) di Lee Castle, forse ispirandosi a Ricche e famose (Rich and Famous) di George Cukor. Il poliziottesco con La voglia di Marina (1984) di Lucky Faar Delly, in cui due rapinatori in fuga si nascondono in un dancing e, oltre a tenere come ostaggio Marina e due giovani ballerine, approfittano sessualmente di loro. Dapprincipio le donne sono restie, poi si lasciano andare.
Marina e la sua Bestia N. 2 – L’orgia dell’amore è un assemblaggio di scene dell’antecedente Marina e la sua bestia e scene girate ex novo. Come nel precedente, che fu uno dei più grossi successi commerciali dell’attrice svedese, con una trama che fintamente segnalava che sarebbe stato il suo hard di addio, anche questo pseudo seguito vorrebbe essere un tentativo meta-cinematografico tra Antonioni e Bergman, ma rimane soltanto un ultra abborracciato porno girato e montato pedissequamente. Da mettere in rilievo che Renato Polselli (1922-2006) tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta ebbe dei vezzi autoriali realizzando film (para)psicologici conditi di sesso e fu tra i primi a girare scene porno per il mercato estero, per i suoi film ma anche per altri.
Ma fra tutti questi film la commistione più trash resta Orgasmo esotico, che tenta di riallacciarsi agli hard caraibici di Joe D’Amato, ma senza spostarsi dalla casereccia campagna romana. Nel film Marina è una signora borghese impudica che viene trasformata in zombi. Mutamento che però non cambia assolutamente la sua irrefrenabile voglia di sesso. L’aspetto più trash è che per mostrare il suo stato di zombi si è semplicemente dipinto pauperisticamente il suo volto di blu.
Il mercato dell’home video degli anni Ottanta
Il cofanetto Marina Pleasure Serial evidenzia anche l’inesorabile passaggio di fruizione che il cinema hard stava subendo in quel periodo, ossia la visione dei film dalle sale a luci rosse al mercato delle videocassette. Molti hard sarebbero stati realizzati direttamente per uso domestico, per approfittare del nascente lucroso commercio delle VHS (noleggio e vendita) ed evitare così i costi di stampa su pellicola per le proiezioni nei cinema.
Le VHS di Marina Pleasure Serial confermano come la Hedman fosse una delle poche dive – assieme a Cicciolina e Moana – remunerative per il commercio dell’hard casalingo. In quel periodo le videocassette avevano un prezzo superiore alle 100.000 lire, eppure i suoi film, secondo stime redatte da riviste specializzate, vendevano settimanalmente 350 esemplari al pezzo. Comprare una VHS porno non era soltanto una maniera per vedere il film in solitaria, ma per il fruitore era come portare la propria pornoattrice preferita in casa e poter godere di lei il più lungo possibile.