Ispirandosi alle opere e alla vita dell’artista Sal Salandra, Lucio Castro torna dietro la macchina da presa per dirigere Drunken Noodles, dramma queer che segue il giovane Adnan (Laith Khalifeh) nei suoi incontri sentimentali e sessuali per parlare, sotto la superficie, della solitudine dell’uomo e del contrasto che alberga in noi tra la paura dell’intimità e il desiderio che spinge a ricercarla.
Il terzo lungometraggio del regista argentino è stato a buon diritto presentato nella sezione ACID (Association du cinéma indépendant pour sa diffusion) del Festival di Cannes: indipendente e anticonvenzionale sotto vari aspetti – tanto tematici quanto formali – propone un’interessante riflessione sull’arte all’interno di una narrazione poetica e rarefatta che mescola sogno, realtà, fantasie e intrecci temporali.
Come l’artista scoperto da Adnan ricama le sue opere partendo da un immaginario omoerotico che mescola il BDSM all’ironia, così Castro (in)tesse attorno al suo protagonista un mondo di relazioni fragili, destinate a perdersi nel buio nella notte per poi forse ritrovarsi, in altre forme e in altri contesti, alla luce del giorno.
Questa precarietà è esattamente una delle caratteristiche che la bellissima analisi di Yariel (uno dei ragazzi che Adnan inizia a frequentare) fa emergere dalle opere esposte presso la galleria newyorkese dove il protagonista sta svolgendo il tirocinio: il tessuto di cui sono fatte quelle creazioni sembra più fragile, meno permanente di un carboncino o di un colore a olio o ancora di un inchiostro, “come se nascondesse un messaggio destinato ad auto-distruggersi dopo la visione”.
Quest’arte così naive da ricordare certi esiti dell’outsider art, quest’espressione visiva così infantile nella forma e nel tratto ma decisamente non nel contenuto, risuona nello spirito di Yariel e di Adnan, esplicitandone il bisogno di provare – prima ancora che di soddisfare – un desiderio, non soltanto sessuale ma soprattutto di intimità e di contatto umano. Nonostante le opere esposte propongano tematiche esplicite (proprio come il film di Castro, del resto) il desiderio che esse suscitano è sterile senza una condivisione di sguardo: sono infatti l’interazione e il contatto a restituire pienezza all’arte, tessile o cinematografica che sia.
I fili dell’artista (interpretato da Ezriel Kornel) diventano allora esplicita metafora dell’intervento di Castro sul destino dei suoi personaggi: in primis, egli ricrea per i protagonisti contesti erotici che ripropongono situazioni ampiamente codificate dall’immaginario gay (dominazione, anonimato); poi solletica la nostra curiosità voyeuristica con elementi iconici e/o ironici che nascondono, sempre e comunque, una lettura profonda, come il dildo che s’intravede dietro la finestra o la gatta che si avvicina ad Adnan mentre il ragazzo sta orinando e viene da lui accompagnata fuori dal bagno, come se avesse violato la sua privacy.
Infine, intesse una struttura temporale anomala, che spiazza lo spettatore e lo spinge a rielaborare ogni volta la sua interpretazione degli eventi. Castro dosa accuratamente le informazioni che condivide con i suoi spettatori perché vuole tenere viva la loro curiosità su ciò che essi credono di sapere e che invece impareranno a scoprire solo se avranno avuto fiducia in lui.
Il ricamo dell’artista che cuce i titoli dei vari capitoli rappresenta allora l’ultimo tassello di un elogio cumulativo all’Artista come entità creatrice, in cui è lecito scorgere anche un’identificazione di Castro stesso (si pensi alla sequenza del sesso di gruppo filmata in tableaux vivants): è la sua regia, anche attraverso il montaggio da lui realizzato personalmente e la bellissima fotografia curata da Baron Cortright, a ricreare quel processo creativo autoriale e personale che parte dalla propria messa a nudo per cercare un contatto e un riconoscimento da parte del pubblico.