Sonny Hayes si sveglia in un piccolo van sporco e trasandato, si sciacqua la faccia con acqua ghiacciata, indossa due calzini diversi, sale in macchina e porta la propria squadra dall’ultimo al primo posto con una facilità disarmante; scende dall’auto accoglie i complimenti con indifferenza come solo un vero duro con livelli infinitesimali di autostima potrebbe fare e se ne torna a dormire. Il giorno dopo non partecipa nemmeno ai festeggiamenti, ha un’altra gara da vincere.
Sonny Hayes è quel tipo che se ne frega delle regole, di fama o soldi, che corre per il puro gusto di correre, che farà un monologo su quanto gli piaccia correre, su come si senta felice quando guida una macchina e a quel punto tutti noi penseremo “cavolo, a questo tizio le corse piacciono veramente un sacco!”. Il nostro è un personaggio uscito direttamente dagli anni Ottanta e che per questo non può che indossare vecchie maglie logore persino durante i briefing di squadra, stare costantemente con 3 bottoni della camicia aperti e fare colpo sulla madre del pilota più giovane, perché se bisognava far capire che i due non andranno d’accordo non bastava che battesse il suo record, no, doveva anche affascinargli la madre.
Inevitabilmente il nostro Sonny si porterà a letto qualcuno durante il film, lo sappiamo, e inevitabilmente ci sarà il momento in cui si farà un esame di coscienza, ripenserà a quel tragico incidente che ha rovinato la sua carriera e proprio quando nessuno se lo aspettava (stiamo parlando dei personaggi chiaramente, noi in realtà non attendevamo altro) ricomparirà all’orizzonte con degli occhiali da sole vintage e la camicia ancora più sbottonata per correre l’ultima gara, quella in cui andrà finalmente d’accordo con il più giovane compagno di squadra e proverà a risollevare le sorti del team più scarso del campionato.
Non c’è particolare sforzo nel costruire il protagonista di F1, è un modello precompilato, né nell’imbastire una trama che possa quantomeno lasciare il dubbio allo spettatore che le cose non andranno come previsto. Basta aver visto un trailer per entrare in sala consapevoli di stare per vedere la classica storia di riscatto, di un vecchio campione caduto in disgrazia ma dall’incredibile talento, che si rimette in gioco e dimostra di avere ancora qualcosa da dire. E non avrebbe neanche troppo senso a parer nostro spendere parole sulla costruzione dei vari personaggi, il modo in cui si sviluppa l’intreccio o i punti deboli della trama, nel momento in cui è appurato che ciò che si sta andando a vedere, in un modo o nell’altro lo si è già visto, o comunque lo si conosce già.
F1 non ha la pretesa di porsi come qualcosa di originale, anzi si crogiola nel suo essere datato, è sfacciatamente prevedibile e in virtù di ciò sorvola bellamente su quello che potrebbe essere un approfondimento del rapporto tra i personaggi, dei traumi del protagonista, della sua storia d’amore, o della competizione con il più giovane pilota. Tutto ciò è chiaramente accennato e se la presenza di conflitti di questo tipo è fondamentale per costruire la tensione, d’altro canto, il loro sviluppo sembra non interessasse né al regista, né allo sceneggiatore, né al produttore.
La dinamica è quella in cui lo spettatore sa già tutto, o comunque lo ha capito da solo, per cui non c’è bisogno di soffermarsi sulla componente umana, che è sì necessaria per dare al film una struttura riconoscibile e piacevolmente familiare, ma proprio per questo, sacrificabile in virtù dell’intrattenimento. Non arriviamo a quei livelli di parodia, né di autoconsapevolezza, o minimalismo ma non siamo troppo distanti da quanto accade con John Wick e il suo presentare il classico killer imbattibile in attesa di un pretesto che dia il via all’azione.
Arriviamo quindi al punto della questione e parliamoci chiaro, la pellicola si chiama F1 ed è un po’ come se Top Gun si fosse chiamato Marina Militare degli Stati Uniti (anche se poi non ci va troppo lontano, ma quello è un altro discorso). Anzi, si chiama addirittura F1 - The Movie, come nei più eclatanti casi di adattamento di brand non cinematografici, e nel parlarne non possiamo dunque ignorare la natura di questa produzione, che, a parer nostro, interessava al regista per il solo privilegio di poter costruire spettacolari scene di corsa, l’elemento più sorprendente e magnificamente riuscito del film, ed era invece per gli investitori un’occasione perfetta per monetizzare sull’ennesimo brand.
Forse F1 è il film promozionale per eccellenza, laddove su ogni vestito, casco, guardrail o pezzo della macchina è presente uno sponsor e l’attenzione data alle regole della competizione, sembra più un tentativo di avvicinare i neofiti, che un elemento necessario alla comprensione della vicenda. In questo senso appare più chiaro allora il forte disinteresse che il film dimostra verso i suoi personaggi e la storia di cui dovrebbero essere protagonisti, a discapito di una maniacale cura per la regia delle corse e tutto ciò che le riguarda. La rivincita dei perdenti, con una pessima macchina e a un passo dalla bancarotta non interessa a nessuno, ma è un ottimo pretesto e a quanto pare, ancora oggi, un buon selling point per il film.
Si sarebbero potute fare tante altre cose infatti, come ragionare sul rapporto tra il vecchio e nuovo modo di concepire la competizione, magari allargando il discorso a parentesi metacinematografiche, considerando la similarità dell’operazione con la coppia Top Gun - Days of Thunder prodotti sempre da Jerry Bruckheimer e invece si è optato per marciare su questa similarità e riproporre la stessa esatta operazione. Di nuovo, si guarda al passato e lo si ripropone.
In fin dei conti disprezziamo l’operazione ma non il film in sé, perché pur riconoscendone i limiti e la manifesta pigrizia nell’imbastire una trama che non ha assolutamente nulla di originale, d’altro canto, le corse appagano e non poco. C’è tensione, c’è spettacolo e persino coinvolgimento nel seguire le gare. Per cui sarà pure l’ennesima tentativo di fare un lungometraggio per promuovere un brand seguendo una strategia produttiva già percorsa in passato (senza successo tra l’altro), ma F1 ha un titolo tanto semplice quanto esplicativo e alla fine consegna ciò che promette: avvincenti gare di Formula Uno.
È un feel good movie con protagonista il solito Brad Pitt che gigioneggia in giro e sbatte in faccia agli altri quanto è più figo di loro mentre schianta macchine a destra e a manca mentre il pubblico non fa che adorarlo di più, e per quanto sia necessario e di fondamentale importanza mettere in discussione operazioni del genere ed evidenziarne le criticità, ci si può tranquillamente anche divertire e uscire dalla sala azzardandosi a sganciare il terzo bottone della camicia.