Goodbye June è l’esordio alla regia di Kate Winslet, realizzato e prodotto a partire da un soggetto scritto dal figlio ventiduenne, Joe Anders. In veste da regista, l’attrice pluripremiata dimostra un certo savoir faire, un occhio sicuramente avvezzo ad osservare i movimenti di macchina, ma anche maturo nel gestire il peso e la responsabilità di chi, per la prima volta, si mette dietro alla cinepresa.
Il film si apre con una scena di quotidianità mattutina, fino al momento in cui June (Helen Mirren) sviene mentre si trova in cucina davanti ad un bollitore. Ad accorgersene -svegliato dal fischio rumoroso sempre più acuto- è il figlio Connor che la porta immediatamente all’ospedale e dove gli viene comunicata la tragica diagnosi: la madre anziana ha una recidiva tumorale contro cui non si può più fare niente, se non accompagnarla con tranquillità e serenità nei suoi ultimi giorni di vita da trascorrere nella stanza d’ospedale, come disposto dalla stessa June.
Di fronte a questa notizia, spetta a Connor l’ingrato compito di avvisare per telefono le tre sorelle: Julia (Kate Winslet), donna sull’orlo di una crisi di nervi per le responsabilità che derivano dall’essere madre di tre figli e dall’avere un lavoro che occupa la maggior parte del suo tempo, Molly (Andrea Riseborough), anch’essa madre di tre figli, più un quarto -se consideriamo il marito, incapace di distinguere lo yogurt di capra da quello normale quando va a fare la spesa- e infine Helen (Toni Colette), la primogenita, che insegna danza meditativa a Miami, sostiene la cristalloterapia e aspetta un figlio da Gustav, un uomo che per bontà d’animo fa sesso con le persone per far loro avere un bambino, senza chiedere soldi.
A completare il delicato -quanto stravagante- quadro familiare, si aggiungono le tensioni irrisolte tra Julia e Molly, un distacco accumulato con gli anni e mai affrontato che le porta a fissare una tabella per organizzarsi con i turni delle visite alla madre, in modo da non incrociarsi. Oltre a ciò, Bernie (Timothy Spall) il marito di June, nonché padre di Connor e delle tre sorelle, sembra non voler accettare la morte che incombe, sabotando perciò la quiete e la calma di cui la moglie necessita.
La stanza dell’ospedale, dove June riposa, diventa il centro della storia, lo spazio ove converge tutta la messa in scena. Rispetto a ciò, la pellicola si costruisce mediante uno sguardo piuttosto convenzionale, se non in alcuni momenti nei quali il punto di vista appartiene a June e le inquadrature riflettono ciò che guarda dal suo letto: i volti delle figlie, di Connor, di Bernie e dei nipotini. Ma non solo, questo spazio scenico si configura gradualmente anche come uno spazio umano, dove la famiglia si raccoglie insieme nel dolore e nella difficoltà per dire addio ad una persona amata, che è stata e continuerà ad essere nel ricordo madre, moglie e nonna.
Proprio nel dolore, tutti i personaggi hanno la possibilità di confrontarsi e - come spesso accade - di capire l’autentico valore dei legami solo quando messi di fronte a momenti irreversibili di vita. L’aggravarsi delle condizioni di June costringe la famiglia ad anticipare i festeggiamenti di Natale, esaudendo in tal modo il suo ultimo desiderio, ossia essere circondata dall’amore della sua famiglia. Complice di questa riconciliazione - che rischia di cadere nella prevedibilità dei sentimenti e delle vicende familiari - è anche la scrittura che delinea i personaggi, frutto di una sceneggiatura un poco acerba che ha bisogno di accumulare esperienza.
Con Goodbye June, Kate Winslet esordisce con una regia piuttosto convenzionale, senza grandi stravolgimenti e in naturale armonia con la scrittura di una storia di famiglia che, nel dolore e nella perdita, sa ritrovare sé stessa.